sabato 18 maggio 2019

La Nave più bella del mondo, orgoglio della Marina Militare


La Nave più bella del mondo è in sosta a Civitavecchia fino al 21 maggio. La sua visita è da non perdere. L’Amerigo Vespucci, nave scuola della Marina Militare, ambasciatrice nel mondo del
Made in Italy e delle sue eccellenze, nonché messaggera dei valori fondamentali della Marina Militare. Nel 1962 nell’incontro in Mediterraneo con la portaerei americana USS Independence, che lampeggiò con il segnalatore luminoso: Chi siete?, a cui fu risposto: Nave scuola Amerigo Vespucci, Marina Militare Italiana. Al che dalla portaerei si ribatté: “Siete la più bella nave del mondo”.
Nave Vespucci è stata varata Il 22 Febbraio 1931 a Castellammare di Stabia. Quel giorno fu sentito particolarmente non solo dalle autorità, ma anche e soprattutto della cittadinanza. In poco più di 9
mesi dalla data dell'impostazione della costruzione (12 maggio 1930) la professionalità e l'eccellenza cantieristica del tempo riuscirono a realizzare con questo veliero, un vero e proprio gioiello. Come giorno del varo fu scelto il 22 Febbraio, perché proprio in tale data ricorreva l'anniversario della morte, nel 1522, del navigatore fiorentino. LAmerigo Vespucci, orgoglio della Marina Militare, in 88 anni ha percorso più di sessantamila miglia navigando in tutti i mari, facendosi riconoscere come il veliero più bello al mondo. Lunga 101 m. fuori tutto (bompresso compreso) per un dislocamento di 4.146 t. a pieno carico, è un veliero con motore ausiliario, armato a Nave, quindi con tre alberi verticali, trinchetto, maestra e mezzana, dotati di pennoni e vele quadre, più il bompresso a prora, a tutti gli effetti un quarto albero. Ha inoltre vele di taglio: i fiocchi, a prora, fra il bompresso e il trinchetto, gli stralli, fra trinchetto e maestra e fra maestra e mezzana, e la randa, dotata di boma e picco, sulla mezzana. In totale il cordame misura più di trenta chilometri. Il Vespucci fu progettato insieme al gemello Cristoforo Colombo (sebbene di dimensioni leggermente diverse) nel 1930 dall'ingegnere Francesco Rotundi, tenente colonnello del Genio navale e direttore dei Regi cantieri navali di Castellammare di Stabia, riprendendo i progetti del veliero Monarca, l'ammiraglia

mercoledì 15 maggio 2019

Nave Cigala Fulgosi della Marina Militare Italiana salva 36 naufraghi


La mattina del 9 maggio scorso, l’unità Cigala Fulgosi della Marina Militare italiana, una delle nuove unità combattenti realizzate con caratteristiche stealth, mentre conduceva la propria missione nell’ambito di Mare Sicuro, a circa 75 chilometri dalla costa libica, ha incontrato una piccola imbarcazione, con 36 persone sprovviste di salvagenti, che imbarcava acqua e che era in procinto di affondare con imminente pericolo di vita per le persone imbarcate.
In base alle stringenti normative nazionali ed internazionali, nave Cigala Fulgosi è intervenuta salvando i 36 occupanti del natante, di cui 2 donne e 8 bambini, per i quali è attualmente in atto la verifica delle condizioni di salute e delle relative identità, in stretto coordinamento con le competenti autorità nazionali. La Marina Militare

lunedì 13 maggio 2019

Superba di nome e di fatto il J24 campione d’Europa


La Superba, il J24 della Marina Militare, è campione d’Europa 2019. Il J24, monotipo a chiglia fissa progettato Rod Johnstone nel 1976 è l’imbarcazione a vela più popolare del mondo. L’equipaggio è composto solitamente da cinque elementi, ma le regole della categoria richiedono soltanto che ci sia un equipaggio minimo di tre, con un peso totale inferiore a 400 kg. Il suo scafo dislocante e adatto alle regate, è dotato di interni relativamente spaziosi, con quattro cuccette, serbatoio dell’acqua dolce e lavabo che la rendono adatta anche alla crociera costiera.
Dopo nove prove disputate nelle acque greche di Patrasso per gli atleti del Centro Velico di Napoli della Marina Militare (Ignazio Bonanno skipper, in equipaggio con Simone Scontrino, Vincenzo Vano, Francesco Picaro, Alfredo Branciforte e

venerdì 3 maggio 2019

Storia dei Mediterranei

La piccola casa editrice Edizioni di Storie e Studi Sociali, di Ragusa, capitanata dalla coraggiosa Giovanna Corradini che prosegue la sua opera di ricerca pluridisciplinare e storiografica del Mare Nostrum, ha pubblicato in questi giorni il secondo volume di Storia dei Mediterrano, che ci racconta la storia da prospettive inusuali. Il libro sarà presentato alla Libreria Internazionale Il Mare Mercoledì 8 maggio 2019 alle 18,30 in via del Vantaggio, 19 - 00186 Roma. Ci saranno per l’occasione gli autori:
Massimo Cultraro, ricercatore CNR Catania e docente Unipa
Flavio Enei, direttore Museo della Navigazione Antica di Santa Severa.
Carlo Ruta, saggista e storico del Mediterraneo.
Insieme agli autori parleranno della storia del nostro mare anche: Gaspare Baggieri coordinatore Museo Nazionale dell'Alto Medioevo Roma; Pino Blasone scrittore e studioso del mondo orientale; Maurizio Gentilini del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma; Elisabetta Mangani già funzionario Museo Nazionale L. Pigorini. Sarà un incontro che gli amanti del mare e della nostra storia non dovranno perdere.
Nel volume, di circa 500 pagine, che prende le mosse dalle fratture storiche che aprirono alla modernità, vengono passati al vaglio aspetti determinanti di questo lungo periodo, con un approfondimento di aspetti spesso scarsamente presenti  nelle storiografie novecentesche. 

lunedì 15 aprile 2019

Incontri con gli autori

Predrag Matvejevic e Björn Larsson Mare del Nord incontra 
il Mediterraneo
Björn Larsson: 2010 Serata dei 35 anni della Libreria Il mare
Non possiamo dimenticare quel giovedì del 19 ottobre 2006, quando nei locali della Libreria Il Mare, in quel momento in via di Ripetta 239 il romanziere svedese Björn Larsson e lo scrittore croato Predrag Matvejevic, per la prima volta insieme a Roma, hanno incontrato i loro lettori e tutti gli appassionati di mare. L’evento si sviluppò intorno alle note del contrabbasso di Roberto Bellatalla, al canto di David Barittoni e alla voce recitante di Antonio Iuorio. Una serata indimenticabile in compagnia di due grandi esponenti della letteratura europea con l’alternanza di musica, lettura di brani, canti e interventi del pubblico. Ci aveva fatto conoscere Björn, la nota regista Wilma Labate, che avrebbe voluto fare un film tratto dal libro di Larsson Il porto dei sogni incrociati, uno dei suoi romanzi di grande successo. Matvejevic invece lo avevamo conosciuto già nel 1996 e coinvolto nell’evento AmordiMare organizzato dalla Libreria Internazionale Il Mare a Piazza del Popolo.
Ai due grandi autori di mare chiedemmo, Marco ed io, in date diverse, di scrivere qualcosa per noi. Predrag ci inviò un testo inedito pubblicato sulla rivista Il Mare, mentre Bjorn, sempre impegnatissimo, ha rinviato ogni anno, la stesura del suo testo. Predrag, l’autore del meraviglioso saggio Breviario Mediterraneo è volato in cielo, mentre con Larsson è nata una grande amicizia, basata sull’amore per il mare e le barche a vela. Gli incontri con Bjorn si sono susseguiti spesso nel momento delle presentazioni dei suoi libri tradotti in italiano e pubblicati dalla casa editrice Iperborea. Con Marco, gli abbiamo anche consegnato a Gaeta nel 2013 un premio letterario
Libreria Il Mare 2016: Marco Firrao e Björn Larsson
 in occasione del Festival Internazionale dell’Editoria del Mare organizzato dalla Libreria Internazionale Il Mare. Björn è di nuovo venuto a Roma, questa volta nella sede di Via del Vantaggio 19, su richiesta di Marco a presentare il suo lavoro, in quel momento “fresco di stampa” Raccontare il mare. Presto tornerà nella nostra Libreria per presentare la sua nuova opera Lettera di Gertrud. Intanto, finalmente, Björn ha trovato modo di scrivere un testo in italiano per il nostro blog MareMagazine, che pubblichiamo di seguito. Chi conosce Larsson sa bene quanto siano fondamentali per lui la sfida di avventurose navigazioni in acque burrascose, la vita di bordo con la sua disciplina e le sue leggi, i porti e il mare, con le sue tempeste e le sue bonacce; ogni emozione è descritta nei suoi romanzi originali e pieni di fascino.
Nel link che segue, troverete tutti i libri da lui pubblicati in italiano.
https://www.ilmare.com/search.php?a=1&q=&qa=larsson&qt=3 
Tutti gli amanti del mare e non solo, hanno apprezzato i suoi testi e ogni volta che viene a Roma per qualche presentazione ci sono moltissimi lettori che arrivano per incontrarlo direttamente e farsi firmare i suoi volumi. La Libreria Internazionale il Mare lo aspetta ancora una volta in autunno.

Björn Larsson con i suoi libri
Björn Larsson è nato in Svezia, a Jönköping nel 1953, ha insegnato francese all’Università di Lund. Ha pubblicato varie opere di critica filologica e ha tradotto dal danese, dall’inglese e dal francese. E' un appassionato navigatore. Sulla sua barca a vela Rustica, ha scritto i suoi principali libri.  Dal suo esordio, nel 1992, con La vera storia del pirata Long John Silver, Larsson ci ha fatto conoscere mondi di cui si parla raramente. Nel libro viene restituito un personaggio immortale come il terribile pirata con una gamba sola dell’Isola del Tesoro, con le tempeste, gli arrembaggi, le efferatezze ma anche la loro sfida libertaria di ribelli contro il cinismo dei potenti. Il grande successo arriva con Cerchio Celtico, Premio Boccaccio Europa 2000, un thriller ispirato da un suo viaggio, sulla barca a vela Rustica, sulla misteriosa organizzazione segreta che in Irlanda, Scozia, Paesi Baschi e Bretagna, punta sul fondamentale irredentismo scozzese e irlandese. Altro premio è arrivato a Björn per Il porto dei sogni incrociati dove in Francia si è aggiudicato il Prix Médicis. Ha scritto tanti altri volumi tutti pubblicati in italiano dalla casa editrice Iperborea.
Giulia D’Angelo                                                                       


Dove sta andando la vela?
di Björn Larsson  

Björn Larsson nella sua barca Rustica
Qualche tempo fa, sono stato contattato da una giornalista del Corriere della Sera che desiderava intervistarmi. Mi disse che il giornale avrebbe pubblicato due belle pagine sulle barche e la navigazione. Gli interessava intervistarmi sulla possibilità di vivere in barca a vela, come io faccio da anni. Accettai l’intervista perché era raro che un quotidiano nazionale italiano pubblicasse articoli riguardanti le imbarcazioni a vela, fuori dalle pagine dedicate allo sport. Ebbi però una grande delusione quando lessi  la pubblicazione della mia intervista. Essa aveva un tono che non era per niente il mio. Il giornalista aveva scritto parole che non erano le mie e, ancora più deludenti, furono i due grandi articoli accanto alla sola colonnina della mia intervista. Quasi una pagina intera era dedicata alla costruzione di uno yacht  lussuosissimo e per me mostruoso. Evidentemente era stato ordinato da qualche miliardario che poteva pagare decine di milioni di euro per un giocattolo di prestigio. Si trattava di una barca che aveva bisogno di un equipaggio di una decina di persone per muoversi dal porto… e per far mangiare i passeggeri ospiti.
Foto Carlo Borlenghi
L’altro articolo parlava di una regata di bolidi, genere formula uno del mare. Organizzata per barche che costano milioni di euro e ad anni luce dal portafoglio dei comuni mortali. Non c’è bisogno di essere un genio per capire che il Corriere della Sera voleva dare al pubblico dei suoi lettori il messaggio di un immagine delle imbarcazioni a vela usate per uno sport di lusso, riservato a pochissimi ricchi. Una decina di anni fa, invece, una rivista nautica che non conoscevo neanche di nome, mi chiese un testo sul mondo nautico e della vela. Qualche tempo prima, avevo letto un articolo riguardante l’America Cup, che informava circa il costo dell’affitto giornaliero di una gru per la barca Oracle: costava quanto il budget annuale dell’insegnamento della navigazione a vela a tutti i giovani italiani. Scrissi dunque un articolo dove raccontavo, più o meno, che circolavano troppi soldi nel mondo nautico o che erano molto mal distribuiti. Quando ho ricevuto per posta la rivista a casa mia, mi sono reso conto del mio grande errore. La rivista si chiamava Yacht capital ed era chiaramente indirizzata a coloro che possedevano molto denaro da spendere… o meglio da sprecare.

Gaeta 2013, Larsson con Roberto Gianani
Accanto al mio testo, infatti, era pubblicata una lunga intervista ad una donna che vendeva aerei jet privati per coloro “che avevano bisogno di raggiungere velocemente il loro yacht!”
Successivamente un giornale svizzero mi commissionò un testo sull’ America’s Cup.  Di nuovo scrissi lo stesso messaggio e concetto, cioè che tutti i soldi spesi per quella e altre regate di prestigio potrebbero essere utilizzati meglio sia promuovendo lo sport della vela fra i giovani, che per migliorare le strutture di accoglienza nei porti e anche creare più ormeggi per le piccole barche, accessibili alla maggioranza delle persone con redditi da lavoro normali. Mi hanno pagato l’articolo, ma non l’hanno mai pubblicato. Senza dubbio non era piaciuta la mia critica ad una regata così prestigiosa e dove alcuni svizzeri, con la barca Alinghi, vincevano la Coppa utilizzando i soldi degli sponsor e, quindi in ultima analisi, quelli di noi consumatori.
Posso pensare, dopo questi episodi, che la realtà della vela, vista solo come un’attività di lusso per privilegiati, sia un fenomeno tipicamente italiano. A conferma della mia sensazione posso portare anche un altro esempio. Avevo progettato di trasferire la mia barca in Italia per qualche anno. L’idea era di scendere dal Nord e navigare in estate lungo i canali francesi, quindi proseguire per qualche stagione, la navigazione intorno all’Italia e, successivamente ritornare in Svezia dall’Atlantico. Mi sembrava un bel progetto fin quando ho guardato i prezzi dell’ormeggio presso un marina non troppo lontano da Milano, che è il mio pied-à-terre in Italia, ed ho scoperto che il costo minimo era di 5.000,00 euro l’anno per la mia barca di 38 piedi. In Svezia, a Helsingborg, nella mia marina al centro della città, con tutte le strutture necessarie, docce, lavatrici, diesel, etc, pago 1.000,00 euro l’anno! È vero però che anche da noi al Nord sta cambiando qualcosa, in senso negativo purtroppo. Quando, una trentina di anni fa, ho comprato la mia prima barca, un Folkboat 25 piedi in legno, che era una barca di taglia media, senza motore, abbiamo navigato a vela due estati da porto in porto, di ancoraggio in ancoraggio, per mesi. All’epoca, navigavano molte barche da 22 a 28 piedi. Famiglie o giovani partivano per le vacanze, facendo un bel giro in Svezia o in Danimarca. Più rari erano coloro che, come me, si avventuravano più lontano. Non ero l’unico a partire per l’avventura in navigazione su queste piccole barche molto marine.
In quel periodo incontrai in Scozia una coppia, con due bambini di 7 e 9 anni, che avevano traversato il Mar del Nord per realizzare il loro sogno di arrivare in Scozia, su una barca di 26 piedi, simile alla mia. Oggi, una barca di 26 piedi sembra quasi uno scherzo. Quando faccio una passeggiata sui pontoni nel mio porto abituale e vedo arrivare i visitatori dalla Germania o dalla Danimarca, difficilmente mi capita di vedere un Folkboat, un Maxi 77 o un Albin 27 mentre, invece, ai miei tempi se ne vendevano a migliaia. Ai giorni nostri, una barca di 30 piedi sembra piccola. Non è raro vedere
Foto Carlo Borlenghi
arrivare una barca di 40 piedi con due o tre persone a bordo dove vi si trova la tv, internet, tutti i gadget possibili e impossibili per la navigazione, incluso il radar, e anche l’aria condizionata. La doccia poi è obbligatoria per non doversi mescolare con i plebei al bagno del porto. Più inquietante e triste è il fatto che l’età media dei navigatori si aggira intorno a sessant’anni. Quando raramente  vedo una giovane coppia su una barca a misura d’uomo... o di donna… mi fa tenerezza e la saluto  esprimendo il mio apprezzamento per i rari giovani che  oggi navigano a vela. “La crociera non fa tendenza” scrisse qualche anno fa  Ida Castiglioni su Bolina in un articolo che descriveva il “crollo d’interesse per la crociera in barca a vela “. Recentemente, anche la rivista Vela si domandava: “Perché un paese come il nostro che è praticamente un’isola circondata dal mare non è capace di rendere la vela uno sport di interesse nazionale?”
Foto Carlo Borlenghi
Ma ci sono forse segni ancora più allarmanti per il futuro della vela. Dieci anni fa, per ogni marina in Svezia o in Danimarca, c’erano code di attesa per avere un ormeggio, a volte fino a dieci anni. Oggi, rari sono i porti dove non si può avere un posto in un anno o due. Per una barca sotto i 30 piedi, l’ormeggio si trova subito, visto che i porti, nella maggioranza, sono stati costruiti prima che il mercato di barche si fosse ammalato di obesità. Nel porto che io frequento, ad esempio, ci sono almeno una ventina di posti liberi. Un altro sintomo inquietante – per coloro che amano il mare a misura d’uomo – è che non si costruiscono più barche sotto i 28 piedi a prezzi accessibili a coloro che vogliano iniziare a navigare. Il mercato di barche usate è già strapieno di barche un pò anziane, però «shipshape» e «sea-worthy», perfettamente adatte a belle navigazioni, non trovano acquirenti. Una barca, come la mia seconda, con cui sono andato in Scozia e in Francia, la IF, si vende a prezzi ridicoli. Se ne possono acquistare in Svezia per 3.000,00 euro, compreso tutto
Il porto di Helsingborg
l’equipaggiamento e le vele nuove. Ora sono arrivati sul porto i camper, così una parte del parcheggio del porto è stato riservato a loro. Pagano la notte alla stessa tariffa delle barche in visita, utilizzando il bagno del porto come i navigatori di passaggio. L’ironia è che se i camper vengono al porto, è solo perché ci sono le barche che fanno sognare gli orizzonti infiniti. Che succederà il giorno che il porto diventerà a suo turno un parcheggio di barche che non escono mai? E quando la maggioranza dei proprietari delle barche avranno la loro pensione di velisti?  Che cosa dovremmo fare per invertire la rotta del declino della vela? Qual’è la nostra speranza?
Non ho una soluzione-miracolo. Penso però che dovremmo promuovere di più la vela come avventura, viaggio e modo di vivere, piuttosto che come uno sport di gara e di regate. Dobbiamo ritornare indietro, non per pura nostalgia, bensì per riscoprire la vela come uno sport non-competitivo, come una sfida dove ognuno può testare i propri limiti. Ma anche come una maniera perfetta per andare a vedere che cosa c’è dietro l’orizzonte, senza meta e senza una strada predefinita.  
Björn Larsson

Litografia da foto Carlo Borlenghi
https://www.ilmare.com/prodotti/watercolours-3.php






lunedì 1 aprile 2019

Le Vie delle Indie

Le navi di Hatshepsut a Punt bassorilievo di Deir el Bahari
Si è parlato molto, in questi giorni, degli accordi commerciali con la Cina e della visita, a Roma, di Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica Cinese. Media, giornali, televisioni ci hanno bombardato di notizie sull’accordo chiamato la “Via della Seta”. Tutti hanno pensato a Marco Polo e il suo resoconto  “Il Milione” che descriveva il suo lunghissimo viaggio da Venezia fino in Cina. Pensando a tali notizie, mi è venuto in mente di aver letto molti altri volumi

lunedì 18 marzo 2019

Archeologia subacquea fra tutela e valorizzazione

Dal collega trapanese Luigi Benedetti abbiamo ricevuto questo ricordo di Sebastiano Tusa che volentieri pubblichiamo. È una lunga intervista fatta nel 2016 dove Seba si racconta e fa il punto sull’Archeologia subacquea e la tutela dei beni culturali.

Ho conosciuto il soprintendente del mare Sebastiano Tusa qualche anno fa quando, da giovane subacqueo appassionato, mi proposi come volontario per delle campagne di scavo. Feci la conoscenza di quello che, per me, era una specie di mito non tanto per il ruolo che ricopriva e ciò di cui era protagonista in quel momento quanto, principalmente, per il suo essere testimone di una delle pagine più romantiche e a cui sono più legato, per passione personale, della storia della Sicilia: la ricerca archeologica subacquea e, più in generale, l’esplorazione degli abissi. Quali e quante storie, legate alla subacquea e poi all’ambito archeologico sarebbe possibile raccontare? Tante! Oggi la Sicilia non parla più quella lingua dei sogni; ma, affranti come siamo da una quotidianità fatta di fallimenti e mancanza di cultura, è importante testimoniare cosa è stato possibile far nascere e affermare in questa terra: la terra dei ragazzi della Panaria Film, della caccia subacquea diventata sfida agli abissi e del mitico Cecè Paladino, pioniere della ricerca archeologica subacquea. Storie che partono da lontano e ci raccontano di un’epoca felice. Ecco: il merito di Sebastiano Tusa potrebbe esser valutato solo relativamente al suo lavoro di archeologo e alle sue scoperte; ma c’è qualcosa che va oltre questo. C’è un uomo che è riuscito, attraverso il suo lavoro e la sua passione, a non far morire
Roma 2013: Seba con Donatella Bianchi
e portare con sé tutto questo patrimonio di storie di vita e di emozioni; che è riuscito a scrivere una pagina del grande libro di questa avvenuta sottomarina ed è diventando il più grande testimone vivente di una terra, la Sicilia, dove i sogni erano realtà. Da tempo pensavo di rincontralo per una intervista e quando è stato possibile ho colto l’occasione per farmi raccontare le sue più grandi scoperte, le tecniche utilizzate, le vicende storiche a loro legate e alcuni degli aneddoti che hanno cambiato il corso della storia dell’umanità. Inoltre, durante la nostra lunghissima chiacchierata, ho avuto anche la possibilità di ascoltare le sue opinioni sulla politica, sugli errori commessi e le vicissitudini, passate e presenti, legate alla tutela dei beni culturali in Italia.
La Soprintendenza del Mare nacque nel 2004. È passato ormai tanto tempo ed è certamente possibile fare dei bilanci. Può raccontarci come e quando nacque l’idea e in che circostanze si riuscì a far venire alla luce il tutto?
“Da un punto di vista tecnico-scientifico, l’avere una struttura che si occupasse solo di mare era una esigenza che partiva da lontano, già dagli anni ’70. Il legislatore siciliano, durante il passaggio di competenza dallo stato alla regione, con le leggi 80 e 116 sui beni culturali, aveva previsto una stazione di archeologia subacquea presso Lipari; non

domenica 17 marzo 2019

Sebastiano Tusa, servitore dello Stato

È volato in cielo un amico, un servitore dello stato, un archeologo subacqueo di fama mondiale, uno scrittore di archeologia, un paletnologo, un grande lavoratore, un vulcano di idee, un uomo integerrimo, un grande amante del mare, Assessore alla cultura della Regione Sicilia, Sovrintendente del mare della Regione Sicilia, Presidente dell’Accademia Internazionale della Attività subacquee, Tridente d’oro. Ispettore archeologo presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini. Ha effettuato scavi archeologici in Turchia, Iraq, Pakistan e tanti altri paesi. In Italia ricordiamo: Selinunte, Vivara, Egadi, Pantelleria con molti lavori che hanno messo in luce aree archeologiche eccezionali, Eolie con 4 navi scoperte integre e denominate Panarea 1, 2, 3 e 4. A lui si deve anche il trattato internazionale sfociato nella Convenzione UNESCO 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo. Tutto questo è stato Sebastiano Tusa. 
Ancora non posso crederci!! Aveva vinto la battaglia contro una brutta malattia ed è morto per un aereo malfunzionante. Non sarà possibile dimenticare e sostituire Sebastiano Tusa. Era “un servitore dello Stato”, come amava definirsi. È riuscito ad effettuare ricerche archeologiche subacquee trovando fondi fuori dall’Italia, grazie al suo carisma e alle sue grandi doti di studioso. 
Gaeta: elmo montefortino e rostro
L’ho conosciuto a Roma  nel 1969 durante le lotte studentesche. Era giovanissimo “un pischello” come si dice a Roma. Ci siamo persi di vista per alcuni anni. Mentre lui girava il mondo io ho creato la Libreria Internazionale il Mare e così ci siamo ritrovati, ambedue subacquei e amanti del mare ancora a Roma, dove abbiamo organizzato incontri di archeologia subacquea, quando gli archeologi subacquei professionisti erano pochissimi e quando i subacquei appassionati di archeologia depredavano i relitti nel nostro Mediterraneo. Poi ancora ci siamo ritrovati a Favignana, quando per l’Ente Provinciale del Turismo di Trapani organizzavo la Settimana delle Egadi e i Convegni di archeologia subacquea con il supporto di Maria Guccione, Gin Racheli e Nino Allegra

martedì 12 marzo 2019

Parrocchetti: un’invasione particolare, sono ovunque

Me lo sono trovato di fronte all’improvviso, addirittura stava per entrare dalla finestra! Mi ha guardato stupito prima di volare via in un battito d’ali. Si tratta di un piccolo pappagallo, il parrocchetto, che da qualche tempo ha colonizzato i nostri giardini. Per saperne di più ho chiesto informazioni al nostro “informatore” Fabrizio… , che lo ha anche disegnato.

Il loro volo è rapido, sfrecciante, in gruppo, rumoroso per quel caratteristico e continuo gracidio. Si spostano  da un parco all'altro, da un filare di platani a un gruppo di pini, si posano ovunque ci sia cibo: nespole, arance amare che decorano viali e giardini storici, melograni, ma anche semi di magnolia, datteri di palma (non da olio). I loro nidi sono vistosamente grandi (fino a 200 chili di rami intrecciati) oppure nelle cavità di alberi. Due tipologie di nidi diversi perché loro, i parrocchetti che hanno invaso le città italiane e anche molte altre europee, sono due specie diverse.
Parrocchetto monaco
Il parrocchetto che vive nei grandi nidi comunitari è il Monaco, piumaggio quasi tutto di un bel verde luminoso ma con il petto grigio chiaro e un becco bruno giallastro.  Il parrocchetto dal collare invece fa il nido nel cavo degli alberi o persino in cavità artificiali. È totalmente verde smeraldo con un collarino che dalla gola gira indietro alla testa e un becco di un bel colore rosso acceso.
Due specie diverse quindi ma un'unica famiglia quella degli psittacidi. Mentre il Monaco è originario delle aree subtropicali dell'America del Sud (dall'Argentina al Brasile) il Parrocchetto dal Collare  aveva il suo habitat nativo nella

domenica 10 marzo 2019

Una barriera corallina al largo del mare di Bari

Con robot e particolari tecniche di immersione alla profondità di circa 50 metri ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari e delle Università Tor Vergata di Roma si sono imbattuti in una scogliera corallina fra i 40 e i 55 metri di profondità, a circa due chilometri dalla costa del comune a sud di Bari. È una scoperta eccezionale: è la prima volta che nel Mediterraneo si scopre una barriera con caratteristiche molto simili a quelle equatoriali. “L’aspetto paradossale è che ce l’avevamo davanti agli occhi e non l’abbiamo mai vista” ha raccontato il biologo Giuseppe Corriero, direttore del team di ricerca, quando si è imbattuto in “qualcosa di strano” e ha voluto vederci chiaro. L’ipotesi è che il fronte della barriera possa estendersi anche ben oltre, seppure non in modo uniforme: in direzione del capoluogo pugliese, da un lato, e fino a Otranto, dall’altro. A rendere unica la barriera corallina pugliese sarebbero almeno due peculiarità. La prima: la profondità di circa 50 metri.
Quindi l’habitat e i suoi colori: “Nel caso delle barriere delle Maldive o australiane i processi di simbiosi tra le madrepore (animali marini che costituiscono i banchi corallini) sono facilitati dalla luce, mentre la nostra barriera vive in penombra e quindi le madrepore costituiscono queste strutture imponenti di carbonato di calcio in assenza di alghe”. Ecco, dunque, i colori più “soffusi, dati da spugne policrome con tonalità che vanno dall’arancione al rosso, fino al viola”. Per difendere questo tesoro nascosto, i ricercatori hanno allertato l’Ufficio parchi e tutela della biodiversità della Regione. Lo scenario che si apre da oggi, in termini di economia del turismo e di tutela del mare, è sotto gli occhi di tutti.