martedì 14 maggio 2013

Storia del mondo dei semafori e delle telecomunicazioni della Marina Militare


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Alfa, alfa – zulu, zulu” non si tratta del ritmo di una misteriosa danza africana, ma di una segnalazione del codice internazionale dei segnali. “Alfa, alfa” è il segnale che viene dato ad una nave in avvicinamento “ Nave sconosciuta, identificatevi”; mentre la segnalazione in codice “Zulu, Zulu” sta ad indicare la chiamata al semaforo da una nave mercantile che vuole farsi identificare “Ho traffico per voi”.
Se non fosse per il libro dell’Ammiraglio Salvatore Grillo – presentato sulla Nave Scuola Giorgio Cini della GdF durante lo Yacht Med Festival di Gaeta – “Alfa, alfa – zulu, zulu, il Semaforo, per una storia delle telecomunicazioni della Marina Militare”, una profana come me, non addetta ai lavori, non avrebbe saputo nulla del mondo dei semafori e delle telecomunicazioni della Marina Militare, mettendo nello stesso calderone torri saraceni, fari, e semafori. Grillo, ripercorrendo le tappe della propria carriera, descrive la storia conclusa del mondo delle stazioni semaforiche  e delle comunicazioni classiche, sostituito oramai dalle nuove tecnologie. Il libro è stato concepito e realizzato proprio con l’intenzione di non fare dimenticare quello che è stato “il mondo, per molti aspetti fantastico, delle telecomunicazioni della Marina Militare” del quale l’autore è “onorato di aver potuto fare attivamente parte nella sua quarantennale carriera”.
Ad un primo approccio, il libro potrebbe apparire arido e di scarso interesse. In realtà, l’Ammiraglio con un sapiente dosaggio di informazioni storiche e tecniche, vicende di vita quotidiana, riflessioni personali e storie di uomini, riesce a farci penetrare nella storia della telegrafia (dal greco scrittura a distanza) che si perde nella notte dei tempi. Fino al XVII secolo i sistemi usati erano ottici e acustici, andavano dal fuoco durante la notte, o dal fumo o specchi riflettenti di giorno. 

A ds. L’Ammiraglio Salvatore Grillo mostra il primo volume – Ottico – un’edizione storica del 1931, del Codice Internazionale dei Segnali.

La velocità della trasmissione delle notizie era, quindi, molto lenta. Un gran balzo in avanti fu fatto nel XVII secolo con il “telegrafo ottico” ideato dal francese Claude Chappe, con il quale si potevano trasmettere ben 8500 parole. L’invenzione della corrente elettrica, della pila di Alessandro Volta  e gli studi di André Marie Ampère rivoluzionarono l’antico sistema della telegrafia. A Samuel Morse si deve la realizzazione del telegrafo elettrico su filo che costituì un ulteriore progresso. Gli studi sul comportamento delle onde elettromagnetiche portarono alla propagazione dei segnali elettromagnetici attraverso l’etere (telegrafia senza fili), fino alla geniale invenzione di Guglielmo Marconi che riuscì ad inviare segnali radioelettrici a distanze notevoli rivoluzionando  totalmente la tecnica della trasmissione a distanza. 
Salvatore Grillo e Monica Ardemagni
Oggigiorno non ci rendiamo conto dell’importanza di tali segnalazioni non solo per motivi militari, commerciali, di navigazione, ma di assistenza medica. Quante vite umane sono state salvate grazie all’introduzione nel Codice Internazionale dei Segnali di un capitolo medico, comprensibile in tutte le lingue.
Le tappe della carriera professionale si alternano con episodi di vita che mettono in risalto l’umanità di Salvatore Grillo. Si descrivono i primi anni di addestramento e di formazione professionale per la carriera del “semaforista”, la rigida disciplina, il rancio, le libere uscite, le esercitazioni, lo studio e tutto l’impegno necessario per raggiungere la meta finale. Non mancano episodi divertenti, riflessioni, ricordi, descrizioni di paesaggi incantevoli. L’autore apprezza la vita in tutte le sue manifestazioni: gli sconfinati paesaggi marini, la semplicità delle trattorie di Ischia,  la famiglia che è parte fondamentale del suo essere. Non c’è solo il militare, ma l’essere umano con i suoi affetti (tenerissime le parole che rivolge alla moglie Paola e alle figlie Angela e Valeria), il suo entusiasmo e la fede nei suoi ideali. Dalle righe traspare forte il senso del servizio, della Patria, valori quasi scomparsi fra i giovani che sembrano privi di motivazioni e di fiducia nel futuro. Questa constatazione mi riempie di malinconia, realizzo come si è incattivito il mondo, quasi avesse perso la propria giovinezza. Salvatore Grillo, attraverso una prosa semplice e diretta, riesce a comunicarci un senso di energia incredibile, l’energia di un uomo che sapeva dove arrivare e che ci è riuscito mediante l’impegno e il sacrificio.  

Monica Ardemagni

domenica 12 maggio 2013

Cozzecari imprenditori: un’eccellenza del mare nostrum

Ancora una corrispondenza di Roberto Soldatini, nostro collaboratore, dalla sua nuova residenza, il Borgo Marinari di Napoli dove ha ormeggiato il suo Denecia II. Questa volta ci parla di due grandi famiglie che gestiscono il porto di Santa Lucia e l’allevamento dei mitili, i cozzecari in dialetto napoletano.

A sn. Lo specchio d’acqua ad ovest del Borgo Marinari adibito alla mitilicoltura, in concessione alle due famiglie, che insieme a quello ad est, incornicia il Castel dell’Ovo. Da entrambi, quasi ogni mattina, da maggio a settembre le barche dei cozzecari prelevano filari di mitili e li trasportano sulla barca appoggio. A settembre, quando le cozze sono esaurite, si semina l’allevamento, con le cozze piccole che crescono da sole sui filari vuoti e con altre prese sugli scogli.
Si sbarcano a terra le cozze appena raccolte


Prima di partire per una nuova lunga rotta di cinque mesi, vi racconto ancora una volta di Napoli, la città dove ho deciso di svernare, anzi di trasferirmi, come avrete forse letto nel precedente articolo. 
Complice della mia decisione di restare qui è stata anche la gentilezza e l’amicizia con cui mi ha accolto la grande famiglia che gestisce i posti barca della Coop. Servizi Nautici S. Lucia al Borgo Marinari. Inoltre in nessuno degli oltre cento porti del Mediterraneo dove sono passato in undici mesi di navigazione mi è capitata una tale professionalità: ogni volta che un’imbarcazione entra in porto, in un batter d’occhio si ritrova due ormeggiatori sulla coperta, uno su una lancia di legno, un altro sul molo, e non bisogna più pensare a niente, fanno tutto loro. Meraviglia. 



A ds.  Le cozze allevate dagli Scognamillo e dai Presutto superano brillantemente tutti i test e hanno tutte le certificazioni necessarie, inoltre l’acqua del Golfo di Napoli risulta balneabile, infatti si vede molta gente fare il bagno sul lungomare, anche d'inverno...

A sn. Una grande famiglia; seduti sulla dritta della lancia il trio degli ormeggiatori, Fasano, Michele, Ciro, Carlo, sulla poppa Gennaro Presutto, sulla sinistra Carlo (con il genero) e Luciano Scognamillo, il cuore della Coop Servizi Nautici S.Lucia.

Sempre informati sulle previsioni del vento, aggiustano, rinforzano, spostano le cime d’ormeggio di tutte le barche in anticipo. Sono sempre presenti e disponibili, ventiquattr’ore al giorno, e c’è anche un servizio di telecamere che inquadra tutte le imbarcazioni, più per controllare gli ormeggi che eventuali furti, anche perché qui non se ne verificano mai, come mi raccontano Paolo e Francesca, due simpaticissimi romani che, innamoratisi come me di questo luogo, tengono qui la loro barca da dieci anni. Ma non è tutto. Gli Scognamillo non fanno solo questo. 

A ds. Uno dei due specchi d’acqua in concessione alla famiglia Scognamillo e alla famiglia Presutti, quello ad est di Castel dell’Ovo, prospiciente all’ingresso del porticciolo del Borgo Marinari, entrandovi bisogna prestare attenzione alle mede che delimitano l’allevamento. I filari sono ancorati al fondo con dei corpi morti (pesi di cemento) e vengono tenuti alla giusta distanza dalla superficie mediante delle boe di galleggiamento, che vengono aumentate o sostituite con l’aumentare del peso dei mitili.

La loro è una delle famiglie storiche di mitilicoltori del Borgo Marinari, cozzecari come si chiamano a Napoli, il papà Antonio lo è stato fino al 1973, quando a causa del colera vennero sequestrati e distrutti tutti i vivai di mitili. In realtà, come venne a galla da indagini successive, i mitili o l’igiene dei napoletani non c’entravano a niente, responsabile dell’epidemia fu infatti una partita di cozze provenienti dalla Tunisia. Cozze non allevate nel Golfo di Napoli che crearono l’ennesimo caso di stigmatizzazione di un Popolo straordinario che non trova pace all’ombra di un Paese marcio dalla testa ai piedi, ma che individua sempre nel sud il capro espiatorio dei suoi problemi.   



A sn. La barca appoggio ormeggiata al frangiflutti sulla quale vengono trasportati i filari di cozze all’interno del porticciolo del Borgo Marinari. Qui le cozze vengono messe in cassette di plastica color rosso, poi tramite una lancia di legno vengono trasportate fino al molo vicino al ristorante Transatlantico.

Perse le concessioni, il porticciolo si svuotò delle barche da pesca che servivano per trasportare le cozze dagli allevamenti fino alla terraferma, così arrivarono i famosi contrabbandieri di S.Lucia, inaugurando un periodo buio per il Borgo Marinari, che si degradò al punto di non essere più un posto raccomandabile per i turisti. 
 
A ds. La lancia ormeggiata al molo del ristorante Transatlantico e vicino alle banchine dove la famiglia Scognamillo gestisce i posti barca. Le casse vengono caricate tramite un nastro trasportatore sul camion che le porta direttamente al mercato.

Ciò durò fino a dopo il terremoto del 1980, quando i contrabbandieri furono sconfitti dalla Guardia di Finanza alla fine di una lunga lotta (altra storia molto interessante). Resisi di nuovo liberi i posti barca all’interno del porto, gli Scognamillo, insieme ai Presutto, chiesero e ottennero la concessione demaniale per attività da diporto: posti barca, charter, affitto di gozzi e motoscafi, intermediazione per la vendita di imbarcazioni. 

 A sn. Dal pozzetto di Denecia, stando ormeggiati alla Coop Servizi Nautici S.Lucia si può godere della vista del Vesuvio a dritta, del Castel dell’Ovo a poppa e del ristorante Transatlantico a sinistra, dove soprattutto il fine settimana si svolgono veri banchetti luculliani (è il caso di dirli, dal momento che la villa del console romano era proprio qui), che si possono anche gustare facendosi portare i piatti direttamente in barca.

Soltanto molto più tardi, nel 2001, quindi dopo quasi trent’anni dal disastro del colera causato dalle cozze tunisine, le due famiglie sono riuscite ad ottenere una nuova concessione per la mitilicoltura: 90.000 mq, suddivisi in due specchi d’acqua, ora segnalati sulle carte nautiche, uno ad est ed uno ad ovest del Castel dell’Ovo. Un duro lavoro che si somma quotidianamente a quello dei servizi nautici: a settembre si semina, da maggio a settembre il raccolto e la vendita al mercato, eccetto una parte di cozze che da qualche anno finisce direttamente nei piatti degli avventori del ristorante Transatlantico, rilevato dagli Scognamillo. 


A ds. Il Borgo Marinari visto entrando, dopo essersi lasciati l’allevamento di cozze a sinistra. Al centro il ristorante Transatlantico, d’angolo, e sulla sinistra tutti i posti barca offerti dalla Coop Servizi  Nautici S.Lucia.

Non poteva che andare così: oltre ad avere la migliore posizione del Borgo, perché si affaccia sul Golfo con vista Vesuvio, ha i tavolini che lambiscono i moli dei loro ormeggi. Pranzare nel pozzetto della propria barca-casa serviti dal ristorante difronte al quale si è ormeggiati non ha prezzo. 


A sn. La lancia che trasporta le cassette piene di cozze dalla barca appoggio al molo si allontana alla fine della giornata. L’allegria dei napoletani è contagiosa, e non si smorza neanche dopo ore di duro lavoro. C’è molto da imparare dalla loro filosofia di vita. E' ora d'imparare ad avere rispetto del sud. Capito nord?!


Successivamente, gli Scognamillo hanno ricavato un albergo dal piano sopra al ristorante, hanno rilevato qualche bar all’interno del Borgo Marinari e recentemente, nel 2010, l’impresa si è allargata ulteriormente con un cantiere nautico a Torre Annunziata: duemila mq coperti e duemila mq scoperti dove si fa rimessaggio e manutenzione specialmente alle imbarcazioni a vela perché è uno dei pochi cantieri nella zona a disporre di alaggio e varo sul mare. Le due famiglie, quella degli Scognamillo (Carlo, Franco, Luciano, Luigi e Rosario) e quella dei Presutto (Gennaro e Salvatore) hanno quindi settori diversi da seguire, anche se poi di fatto li vedi sempre uniti. Ciro, Fasano e Michele è il trio dei fantastici ormeggiatori alle dipendenze di Carlo e Luciano, ma sembrano fare parte anche loro di questa grande famiglia. 
In pochi anni gli Scognamillo hanno messo in piedi un’attività imprenditoriale che sfrutta le ricchezze del mare nostrum e dà lavoro a una cinquantina di persone, otto membri delle due famiglie, una ventina di dipendenti per il ristorante albergo, quattro per l’attività nautica, cinque per la mitilicoltura, cinque per i bar nel Borgo, quattro per il cantiere. Le istituzioni invece di incoraggiare, incrementare queste nostre eccellenze gli mettono sempre mille bastoni fra le ruote, come non concedere lavori per migliorare l’attività ed i servizi offerti, oppure aumentando il prelievo fiscale, che attualmente sta mettendo in difficoltà questa straordinaria famiglia di instancabili e volenterosi lavoratori. Com’era la storiella che quelli del nord lavorano per quelli del sud?...

Testo e fotografie di Roberto Soldatini



 

sabato 11 maggio 2013

Carlo Borlenghi e i suoi WaterColours. Ancora una volta ci stupisce

Carlo Borlengi e Giuia D’Angelo, alle loro spalle “Vento”
Carlo Borlenghi, “Carletto" come ama chiamarlo Giulia, è riuscito, tra l’America’s Cup a Napoli e la regata Pirelli di Santa Margherita Ligure, a deviare il suo trasferimento per fermarsi qualche ora a Gaeta.
Lo aspettavano quelli del Premio Internazionale per l’Editoria del Mare, gli hanno consegnato il riconoscimento nella sezione Fotografia “per la qualità della sua produzione fotografica e la capacità di cogliere l’ebbrezza della competizione velica mettendo in rilievo il gioco delle vele, gli spruzzi delle onde e la forza del vento che sferza la superficie del mare”.



A ds. nella foto: Gaeta, a bordo della Nave Scuola Giorgio Cini della GdF, Giulia con il Comandante Alessio Sannino, presenta il “trittico” WaterColours di C. Borlenghi.

A sn. Borlenghi riceve il premio (Pagine Salate una realizzazione di Paolo Barnacca)

Ma è stata anche l’occasione per far conoscere il suo ultimo lavoro. Non un libro o un calendario, ma un trittico di particolarissime fotografie della serie “WaterColours" nel formato 64x44 cm, stampate con inchiostri per litografia in una tiratura limitata a 300 copie ognuna, su carta Natural Evolution White della cartiere Cordenos.
“La tecnica di ripresa usata è vecchissima, è quella del mosso, spiega Carlo.
Fremito (Barcolana Trieste)
Durante le regate capitano lunghi momenti di pausa, così, quasi per ingannare il tempo, ho iniziato a sperimentare la tecnica del mosso con lunghi tempi posa giocando sulle aperture o chiusure dei diaframmi, sui movimenti della macchina. Ci vuole molta pazienza e infiniti tentativi prima di cogliere lo “scatto” giusto. Per esempio in quella che ho chiamato Fremito (l’ho fatta durante una Barcolana a Trieste) ho ottenuto quel risultato focalizzando i punti del controluce muovendo la macchina verticalmente.
Vento
Vento, invece, la macchina l’ho mossa orizzontalmente seguendo le evoluzioni della barca. L’ho fatta durante La Rolex Ilhabela Sailing Week in Brasile nel 2011. La terza invece,  che ho chiamato Illusione, l’ho fatta in occasione de Les Voiles des Saint Tropez, mi sono limitato a seguire l’andamento della regata.”




Illusione
Il trittico è racchiuso in una cartella rigida che contiene anche un documento che certifica il numero della copie stampate. La serie completa viene venduta a € 250,00, mentre una singola costa € 100,00.
Sono vendute solo ed esclusivamente presso la Libreria Internazionale il Mare di Roma.











A sn. Il certificato di autenticità



mercoledì 8 maggio 2013

Brion Toss finalmente tradotto in italiano

Rigging, Il manuale completo Tecniche e strumenti per il rigging tradizionale e moderno

Il più famoso e completo libro mai pubblicato sull’attrezzatura delle barche è stato finalmente tradotto in italiano. Scritto da Brion Toss, uno dei maggiori esperti al mondo, il libro coniuga la modernità dei nuovi materiali e della tecnologia più
recente con i principi e la pratica del rigging tradizionale.
È molto più che un libro sui nodi: è un libro per i velisti che
cercano la soddisfazione e il risparmio di poter armare da soli il proprio albero, di poter ispezionare e mantenere le manovre
e di poter preparare da sé tutte le impiombature; è un libro per gli armatori che vogliono poter sostituire da sé il sartiame; è un libro per progettisti e costruttori che devono dimensionare armi e attrezzature di coperta; è un libro per i navigatori di largo raggio che hanno la necessità di saper riparare una sartia in qualunque parte del mondo; è un libro per tutti gli appassionati di barche che vogliano capire le complesse interazioni tra scafo, albero e vele; infine è un libro per tutti i marinai che usano cime e nodi. L’unico libro che spiega in maniera completa, semplice e divertente:
– sette modi diversi per eseguire una gassa d'amante il turbante turco, il piè di pollo e molti altri nodi indispensabili o solo decorativi;
– come scegliere la cima giusta per le vostre scotte, drizze, cime d’ormeggio e ancoraggio;
– i principi della progettazione dell’armo velico in modo finalmente comprensibile;
– come dimensionare, armare e regolare perfettamente un albero sia tradizionale che moderno;
– come progettare, scegliere e installare tutta l'attrezzatura di coperta;
– come impiombare i cavi metallici, le cime ritorte, quelle intrecciate [a singola o doppia treccia
e le fibre esotiche);
– come eseguire le impiombature miste acciaio-tessile e cima-catena, alcuni affascinanti trucchi con le corde per sorprendere i meno esperti;
– come preparare un armo di fortuna se una sartia cede e l'albero si rompe;
– come lavorare in sicurezza in testa d'albero.
Brion Toss, rigger-scrittore, ha sviluppato una vera ossessione per nodi e corde sul finire degli anni ’60, una passione che lo portò alla navigazione e all’attrezzatura delle barche. Ha lavorato su qualunque cosa galleggi, dal più piccolo daysailer alle più grandi imbarcazioni a vele quadre. Si trova a suo agio sia con armi moderni che classici. Non ha mai smesso di perseguire la sfida nel trovare l’armo perfetto. È  considerato non solo uno dei più esperti rigger al mondo, ma soprattutto uno straordinario insegnante. Quando non scrive o tiene seminari è al lavoro nella sua officina a  Port Townsend (Washington)

formato 17x24, pagine 520 in brossura, con una prefazione di Danilo Fabbroni.
Illustrazioni di Robert Shetterly

lunedì 6 maggio 2013

Il Mito nel Mito, 170 anni di storia di un Cantiere insuperabile

1842 – 2012 Riva 170 Anniversary Un raffinato libro fotografico di 344 pagine celebra lo storico traguardo raggiunto dal più famoso cantiere nautico del mondo. Grazie a 170 immagini e 170 testimonianze di chi ha contribuito a costruire il Mito Riva si entra all’interno di un mondo magico e unico. Sapientemente costruito da maestri dell’allestimento, brossurato in tela è scritto da Riccardo Sassòli, editore e direttore del mensile Arte Navale. Tutte le fotografie sono dell’archivio Riva.
Il libro è stato presentato con l’importante mostra “Riva 170” organizzata nell’area Forum
dello Yacht Med Festival di Gaeta.



Associare la parola mito a Riva è fin troppo facile; molto più difficile è invece descrivere l’insieme di elementi attraverso i quali il mito si alimenta. Nelle primissime pagine del volume sono stampate 170 parole estratte dalle testimonianze, ciascuna delle quali può essere considerata un piccolo mattone di un grande castello in continua evoluzione e ampliamento. 
Il libro nel suo astuccio
Provate a leggerle in sequenza e vedrete come facilmente le assocerete sentimentalmente e visivamente a Riva. In occasione dei 170 anni dalla fondazione del Cantiere, vi proponiamo questa raccolta di 170 testimonianze e di altrettante immagini scattate nell’arco di oltre sessant’anni. Le abbiamo volute armonizzare dal punto di vista cromatico proprio per consentire di guardarle, una dopo l’altra, senza sequenza logica, e senza successione di data, ma affidandoci al caso dell’ordine alfabetico delle persone chiamate a raccontare la loro visione, il loro ricordo, il loro sentimento nei confronti di Riva e dei suoi motoscafi. 
Aquarama super
Troverete nomi famosi di armatori e utilizzatori, troverete personaggi di grande fama, ma soprattutto avrete la possibilità di capire quanto e come questo cantiere è radicato nelle persone chiamate tutti i giorni a progettare e a costruire quei prodotti, definiti da molti, veri gioielli della nautica mondiale. Fra i tantissimi libri scritti su Riva, mancava un volume all’interno del quale le voci si mischiassero, le immagini si fondessero, i colori sparissero così da far emergere la vera essenza del mito Riva. 
La famiglia Grimaldi a bordo di Aquarama
Due cose vorrei sottolineare invitandovi a condividerle: la prima è la comune soddisfazione sia di chi lavora in Riva sia di chi i Riva li possiede e li utilizza. La seconda, è l’identità del rapporto fra barca e armatore, si tratti del grande Mythos o di una barca degli anni Trenta, ognuno, infatti, vede il suo yacht come una parte di sé, quasi fosse una estensione del proprio io. La parte del leone la fa l’Aquarama, del resto la migliore definizione di questo oggetto perfetto è proprio quella di “Mito nel Mito”. Da tutti giudicata la più bella barca del mondo, l’Aquarama è l’icona di un marchio in continua evoluzione. Senza mai sedersi sugli allori, Riva ha saputo continuamente proporre nuovi modelli e nuove forme in continuità fra loro, ma con una propria specifica identità. 
Riccardo Sassoli con Carlo Riva
Da quando nel 2000, il Gruppo Ferretti ha rilevato l’azienda, sono oltre quindici i modelli presentati al mercato: dal più piccolo Iseo di 27 piedi al più grande Mythos di 122, ognuno rappresenta un riferimento per il mondo della nautica. Da Carlo Riva a Norberto Ferretti, da Giorgio Barilani a Mauro Micheli, c’è una continuità di visione di prodotto, capace di far sognare generazioni e generazioni di armatori ai quali vanno i nostri ringraziamenti per la fedeltà, l’affetto e la stima verso chi, ogni giorno, è chiamato a rinnovare e ad accrescere il Mito Riva.      

domenica 5 maggio 2013

Un gentiluomo napoletano: Federico Garolla fotografo. In scena a Roma

In scena e fuori scena. È una bellissima e esauriente mostra quella che si è aperta il 4 maggio presso il Centro Commerciale di Cinecittà a Roma. Una antologica del fotografo Federico Garolla (nato a Napoli nel 1925 e morto a Milano nel maggio del 2012), sono esposte un centinaio di fotografie in formato 30x40 in un rigoroso bianco e  nero che ci raccontano il percorso umano e professionale di questo giornalista fotografo che negli anni d’oro del nostro rotocalco, sono gli anni ’60 quando la diffusione dei settimanali arrivava a più di venti milioni di copie. Collaboratore prezioso per decenni a settimanali come l’Europeo, Epoca di Enzo Biagi, la colta Illustrazione Italiana, Gente e Oggi, lo straordinario Le Ore di Pasquale Prunas.
Un fotografo colto, ironico capace di sintetizzare in poche immagini storie complesse come la vita degli scugnizzi napoletani alla fine degli anni ’50 o i lunghi reportage di sentita partecipazione come il viaggio che compie nel centenario dell’Unità d’Italia, è il 1960, sui luoghi percorsi da Garibaldi e i suoi Mille.
Il voto di scambio. Napoli 1967
Immagini struggenti di una Sicilia sospesa tra un mondo arcaico ancora misterioso e sfuggente e una modernità incombente. Garolla che proveniva professionalmente dal giornalismo di penna, inizia a usare la macchina fotografica negli anni ’50 nella sua città d’origine, Napoli, dove collaborava al Mattino.
Chiamato a Milano da Arrigo Benedetti prestigioso direttore dell’Europeo e poi dell’Espresso, verrà inviato a Parigi a formarsi nel nuovo mezzo. Frequenta i fotografi francesi di Paris Match, e studierà attentamente la fotografia angloamericana.
Anita Ekberg. Fregene 1959
Nella sua lunga carriera ha fotografato grandi e piccoli avvenimenti, foto di cronaca, di personaggi della cultura e dello spettacolo con cui spesso ha intrattenuto rapporti di stima e di amicizia. Ed ecco come una lunga carrellata apparirci nella mostra volti e situazioni che si collegano alla storia e al costume del nostro paese, alcune immagini diventate icone, pubblicate nelle antologie e nelle storie della fotografia italiana. Vediamo e ci riconosciamo nel Pasolini che gioca a pallone in un campetto della periferia romana, negli intensi ritratti di Elsa Morante, di Alberto Moravia, i pittori Guttuso e Campigli, il volto intenso di Anna Magnani il corpo scultoreo di Anita Ekberg e via via altri volti di personaggi indimenticabili del nostro cinema. Lea Massari, Eleonora Rossi Drago, Alberto Lattuada, e un De Sica ripreso nella galleria Chiatamone a Napoli nel 1961 mentre si accende l’ennesima sigaretta durante la lavorazione del film L’Oro di Napoli.
Una decina di immagini ci ricordano anche il suo impegno nella fotografia di moda. La singolarità di portare negli anni ’50 le modelle per la strada fotografarle alla luce naturale in mezzo alla gente e ai luoghi. I modelli dell’alta sartoria ambientati nel neorealismo della strada.
Istituto Don Bosco. Napoli 1959
Dicevamo tante storie nelle storie, negativi recuperati dagli archivi del fotografo curati dalla figlia Isabella e reinseriti in un percorso colto e intelligente curato da Tatiana Agliani a cui si deve anche un brillante saggio sull’opera e la vita del fotografo, un libro edito da Politi, dal titolo In scena e fuori scena che dà anche il titolo della mostra itinerante.
Uno scorrere di immagini che sarà per molti una piacevole scoperta per altri che già conoscevano l’opera di Garolla, un momento di riflessione sull’opera del fotografo.
Negli anni ’80 il cambiamento dell’editoria in Italia la fine di quel ciclo durato trent’anni del fotogiornalismo vede Garolla lasciare la professione e dedicarsi all’editoria fondando una piccola casa editrice che editerà preziose guide su diversi musei italiani.
La fotografia di Garolla è un racconto complesso, intrigante e pieno di rimandi a un’Italia del secolo scorso in bianco e nero, l’Italia del dopoguerra del miracolo economico che ci riserva sempre forti emozioni.


Alberto Sordi sul set del film I due nemici, Roma 1961

















Totò sul set del film I soliti ignoti, Napoli 1958

















Scena e fuori scena, particolare della sala d’esposizione. Isabella Garolla, Roma 4 maggio 2013

sabato 4 maggio 2013

Essere residenti su una barca. Il primo e unico caso in Italia è quello di Roberto Soldatini

Eccomi tornato a scrivere per voi un’altra avventura di Denecia II. Questa volta però non vi racconto di un viaggio, bensì di un ritorno, e di come questo ritorno mi abbia permesso di risolvere il problema della residenza in barca, il primo ed unico caso in Italia, fino a prova contraria.
Ci siamo lasciati con l’ultima puntata dell’Andar per isole, a Milos, dopodiché ho doppiato il temibile Capo Malea, ho risalito pigramente lo Ionio, l’ho attraversato da Paxos a Roccella Ionica, mi sono fermato una decina di giorni a Siracusa, poi da lì rotta per Roma, che a fine ottobre è stata piuttosto impegnativa, facendo lo slalom tra una bufera e l’altra e spesso passandoci nel bel mezzo, ma questa è un’altra storia da raccontare, forse. Decido di rifugiarmi a Napoli in una giornata di pioggia, la burrasca spinge Denecia nel Golfo come un siluro: “navi porta container, se non ve spostate v’affonno!”
Roberto Soldatini e la sua nuova Carta d’Identità con la residenza Via Luculliana 15, is. Barca

Entrare in barca a Napoli è fantastico, perché entri davvero nella città, voglio dire: la vedi, non come nella capitale che “atterri” a Fiumicino insieme agli aerei, qui scendi dalla barca e sei in pieno centro. Il Borgo Marinari, al Castel dell’Ovo, è uno dei posti più belli per vivere in barca. La prima mattina apro le tendine dell’oblò e mi rendo conto che incornicia perfettamente il Vesuvio (“cabina con vista”), poi esco dal borgo e mi trovo sul lungomare reso da poco pedonale con tanto di pista ciclabile che si estende fino a Mergellina, questa fa si che il Borgo sia un’isola di pace, surreale in mezzo ad una metropoli. Di fatto Castello e Borgo sono davvero su di un’isola, Megaride.
Denecia e il Borgo Marinari alla vigilia di Natale.
Qui sbarcarono i greci e fondarono Partenope, ancor prima che nascesse Roma, qui Lucullo scelse di costruire la sua villa, qui quindi si svolgevano i famosi banchetti, dai quali deriva il detto “banchetto luculliano”. Che emozione vivere qui.
Che emozione attraversare il ponte che collega Megaride alla terra ferma, a qualsiasi ora e con qualsiasi luce, ma soprattutto al tramonto: le luci delle case che si accendono su Posillipo in contrasto con il cielo rosso fuoco da un lato, il Vesuvio dall’altro, e al centro il Castel dell’Ovo illuminato, a stento trattengo delle lacrime... Poi due passi e arrivo a piazza del Plebiscito, che l’illuminazione all’imbrunire rende ancora più affascinante, a completarla dei ragazzi seduti sulla scalinata appoggiano un ombrello aperto colore rosa in corrispondenza di una luce a terra, un effetto coreografico troppo bello perché sia casuale, poi entro nella Basilica e trovo un suggestivo concerto da camera di musica barocca, e per cenare non rimane che scegliere una delle caratteristiche trattorie dove si mangia bene e si spende poco (la mia preferita è Da Peppino, il ritrovo degli artisti), quattro o cinque tavoli in una stanza unica dove una signora cucina e serve a tavola, a Napoli esistono ancora, a Roma sono sparite, inghiottite dai vari MacDonald e Pastarito...
A sn Denecia II ormeggiata davanti al ristorante Transatlantico, a volte vedo avventori mangiare per ore e la mente corre ai famosi banchetti che Lucullo offriva ai suoi ospiti proprio qui.

Tornando a piazza del Plebiscito trovo due anziani trombettisti che suonano, solo per il loro diletto, duettando sotto il colonnato, che amplifica l’effetto eco già creato dallo strumento raddoppiato. Considerando lo strumento che suonava mio padre, questo “concerto”, nel mio primo giorno a Napoli assume ovviamente un significato particolare... La sera dopo invece, sempre sotto il colonnato ci sono una cinquantina di ragazzi che ballano, la musica è mantenuta a un livello discreto, tanto che attraversando la piazza l’odo appena, giusto quel poco da farmi incuriosire, ballano danze antiche, musicalmente rivisitate in forma minimalista, da quelle rinascimentali a quelle barocche, poi mazurche e qualche ballo lento. In mezzo alle colonne imbrattate da scritte una magica atmosfera di raffinatezza e leggerezza dalla quale non riesco a staccarmi.
Beh, non male come accoglienza, no? Inoltre c’è la simpatia, il calore, la gentilezza, la spontaneità dei napoletani, la loro propensione a socializzare e a fare amicizia, che si sposa con la mia, già di per se preponderante. Ed è amore a prima vista per questa città magica. Già il secondo giorno dalla mia bocca, senza quasi pensarci, esce spontanea la domanda rivolta a chi gestisce gli ambiti posti barca del Borgo, la Coop Servizi Nautici S.Lucia: ma se rimanessi? Quando sono partito per questo secondo lungo viaggio per mare non avevo in programma di trasferirmi, avevo sì pensato di fermarmi un mesetto a Napoli per conoscerla, ma di tornare poi a Roma. Invece non ci sono più tornato, se non un giorno, dopo otto mesi di assenza, per andare alla tomba dei miei genitori. Il bello di vivere in barca è proprio questa estrema libertà. Così, senza averlo premeditato, mi ritrovo a vivere in un’altra città, senza bisogno di traslochi traumatici. Con una barca come casa è estremamente facile: basta dire “mi trasferisco qui”, ed è fatta,  just say I stay.


A ds. ore 23: Suiten per violoncello solo di Johann Sebastian Bach... l'isolamento termico ed acustico nelle barche (e quello di Denecia in particolare) permette di suonare anche di notte senza dare fastidio a nessuno!
Tema più che mai attuale, dopo la manifestazione dei 100 violoncellisti a Roma contro la multa fatta a un collega che ha suonato qualche minuto dopo l'orario consentito dal Comune.


Quella di prua è la cabina di Stradi, quando ci sono ospiti lui altruisticamente la cede a loro e si accontenta di stare nel salone.

Rimane però da risolvere qualche problema di ordine burocratico e organizzativo, come la residenza e quindi il medico curante. Quando vivevo in barca a Fiumicino avevo conservato una residenza fittizia a Roma, perché le mie numerose visite al Comune per ottenere quello che è un diritto sancito dalla legge italiana, avere una residenza, anche sotto un ponte, mi avevano solo fatto perdere tempo, così mi ero riproposto di fare battaglia ai burocrati di quella città e al loro sindaco al mio ritorno, appoggiato dalla mia esperta amica avvocato Maria Teresa Sanza, ma avendo deciso di trasferirmi a Napoli tanto vale fare un tentativo qui ora.
Entro nell’ufficio del Comune vicino a Piazza dei Martiri e manifesto la mia intenzione di trasferire la mia residenza da Roma a Napoli, il che suscita interesse, soddisfazione e allegria di tutti gli impiegati, contenti di un caso inverso alla tendenza generale. “We dottò ma che bella cosa!”
Vista del Borgo Marinaro dalla cabina di poppa di Denecia II
Poi specifico: “Si, ma c’è un problemino, io vivo in barca”... Pur costituendo io il primo caso, l’impiegata dell’ufficio non batte ciglio, consulta un superiore al telefono e mi detta l’elenco dei documenti che le devo portare: una dichiarazione della Cooperativa dove è ormeggiata Denecia, la fotocopia del certificato di proprietà dell’imbarcazione. Dopo pochi giorni mi telefona il vigile incaricato a verificare la mia effettiva presenza al “domicilio” da me indicato per rassicurarmi che per lui l’esito dell’indagine è favorevole.
Potrei avere addirittura la carta d’identità elettronica, ma per i ritardi degli uffici di Roma nell’aggiornare alcuni dati, per ora mi devo accontentare di quella cartacea, che mi rilasciano a vista dopo una fila di poche decine di minuti. Quella elettronica la richiederò al mio ritorno, ad ottobre. Non l’ho neanche dovuto nascondere che parto per cinque mesi, d’altronde se uno ha una casa mica gli si vieta di andare a zonzo per il mondo... La posta sarà ritirata dagli ormeggiatori del porto come fanno i portieri dei palazzi.
Per ottenere la residenza a Roma avevo rimandato la mia decisione di muovere battaglia al ritorno dall’Egeo: è stato più facile cambiare Comune.
Chissà, magari dopo questa mia esperienza, che costituisce il famoso “precedente” in legge, si costituirà una flotta di residenti sull’acqua e mi ritroverò ad avere qualche vicino di... barca.

Roberto Soldatini

giovedì 2 maggio 2013

Piri Reis. Un convegno per una carta del mondo piena di misteri

27 aprile 2013, ore 10:00: ecco è scoccata l’ora del convegno  “Piri Reis, la Cartografia Antica, il Mediterraneo e Oltre”  per il cinquecentenario della carta del mondo. Convegno voluto dal presidente della Camera di Commercio di Latina Vincenzo Zottola nell’ambito dello Yacht Med Festival di Gaeta, e organizzato da Giulia D’Angelo perché affascinata dalla personalità complessa del grande cartografo e dalla serie di punti interrogativi che la Carta continua a suscitare. Giulia ha scoperto Piri Reis quando un suo caro amico, Antonio Barrile, circa trent’anni fa le regalò una copia della famosa carta acquistata al Museo Topkapi di Istanbul. Nel suo ricordo ha voluto dedicare il convegno proprio a lui, al Buyuk Adam, come affettuosamente veniva chiamato.
Gallipoli, momumento a Piri Reis
Alla moglie di Antonio, Monica Ardemagni, il grande merito di avere composto tutti i tasselli nella costruzione del convegno.
Piri Reis conosciuto presso la ristretta schiera di studiosi di cartografia antica è però sconosciuto al grande pubblico. È curioso notare come della carta che l’ha reso famoso si perse completamente traccia sino al 1929, quando fu ritrovata dal Direttore dei Musei Nazionali Turchi, Halil Etem Eldem, durante i lavori di ristrutturazione del Topkapi. Pochi sanno dell’esistenza di questo grande cartografo nato a Gallipoli in Turchia che rappresenta nella sua mappa disegnata nel 1513 parti del mondo ancora non scoperte alla sua epoca (XVI sec.). Piri Reis si occupò della stesura di una carta che riassumeva tutte le conoscenze geografiche del tempo e quella ritrovata ne rappresenta soltanto una parte, infatti si servì di circa venti mappe per tracciare la sua.
Carta del mondo di Piri Reis
È accertato poi che sarebbe riuscito ad attingere elementi anche dalle carte di Colombo (catturando, probabilmente, qualcuno che aveva accompagnato il navigatore genovese nei suoi viaggi). Però oggi non esistono né la carta realizzata da Colombo né copie di questa, per cui ciò che più ad esse si avvicina sta all’interno della carta di Piri Reis.
Di conseguenza si tratta di un documento storico importantissimo, che riassume tutta la conoscenza cartografica antica con una sapiente mescolanza di fonti arabe e occidentali. 
L’importanza del personaggio è attestata dal fatto che l’UNESCO ha proclamato il 2013 l’anno di Piri Reis. Giulia, determinata e tenace  ha deciso di cogliere la palla al balzo e di organizzare nell’ambito  del Festival dell’Editoria del Mare un convegno in onore di Piri Reis, il primo organizzato in Italia, in un anno che dovrebbe essere ricco di manifestazioni per celebrare la Carta del mondo.
Non è stata una passeggiata organizzarlo: bilancio economico molto contenuto, e lentezza nel ricevere risposta ai nostri inviti. Ma più incontravamo difficoltà, più ci intestardivamo a portare a termine il nostro progetto, confortate dal determinante supporto dell’Ammiraglio Paolo Bembo.
Abbiamo così ottenuto il patrocinio di prestigiose organizzazioni quali la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, la Lega Navale Italiana, la Società Geografica Italiana e l’Ambasciata Turca a Roma e con la collaborazione dell’Ufficio del Turismo Turco.
Il primo passo è stato capire chi fossero i più importanti studiosi della Carta del Mondo, trovando una rosa di nomi che illustrassero le varie teorie in modo da dare un quadro completo delle problematiche legate alla famosa Carta. È stato fondamentale Paolo Bembo, appassionato studioso di cartografia antica e di Piri Reis, tanto da essere invitato a tenere conferenze su questo argomento in varie parti del mondo compresa la Turchia.
Secondo passo era contattare gli eventuali relatori e indagare sulla loro disponibilità. Questa fase è stata alquanto dura poiché, essendo questo l’anno di Piri Reis, gli esperti non si sbilanciavano aspettando il calendario di tutte le manifestazioni che avrebbero avuto luogo, prima di accettare. Un giorno sembrava che non potesse venire nessuno, il giorno dopo un numero superiore alle nostre possibilità pregava di essere invitato. Difficile incastrare tutte le tessere di questo mosaico senza offendere nessuno e salvando la qualità del convegno che doveva dare voce alle varie ipotesi evitando ripetizioni.

lunedì 29 aprile 2013

Straordinarie persone a Gaeta, ce le racconta Giuliano Gallo

Giulia D’Angelo
Gaeta, aprile 2013. Strane straordinarie persone si sono aggirate in questi giorni per i vicoli e i moli di Gaeta. Scrittori, musicisti, archeologi. Tutti legati dall’amore per il mare. Un amore forte, profondo.
Al punto di averne fatto il centro della propria vita, e di avergli in qualche caso sacrificato anche carriere e tranquillità di vita. Sono stati tutti qui per la seconda edizione del Festival Internazionale dell’Editoria del Mare, organizzato ancora una volta dall’infaticabile Giulia D’Angelo e dalla Libreria il Mare.
Dal 20 al 28 aprile, all’interno dello Yacht Med Festival un rosario di eventi sontuosi e pieni di interesse: un convegno sull’archeologia subacquea, occasione per presentare una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni, quello dedicato ai 500 anni di Piri Reis, padre della cartografia moderna.
In mezzo, un fiume di incontri e di persone un po’ magiche, che in questi giorni è stato possibile avvicinare, con le quali si poteva parlare, ai quali si poteva chiedere, che si potevano ringraziare per le magie che avevano regalato.
Persone ognuna straordinaria a modo suo, comunque. E non so davvero adesso da quale iniziare.
Björn Larsson
Forse da Björn Larsson, scrittore che di svedese ha ormai quasi solo la nascita: docente di letteratura francese all'Università svedese di Lund, appassionato di navigazione, ha trascorso mesi sulla sua barca a vela, a bordo della quale ha scritto anche alcuni romanzi e che compare in alcuni di essi (per esempio nel Cerchio celtico).
La sua carriera di scrittore inizia nel 1980 con una raccolta di racconti, ma è nel 1992 che si fa conoscere al grande pubblico appunto con Il cerchio celtico. Ha scritto anche La vera storia del pirata Long John Silver (romanzo in cui tratta l’avventurosa storia del pirata creato da Robert Louis Stevenson e soprannominato "Barbecue"), Il porto dei sogni incrociati, L’occhio del male, La saggezza del mare e altre opere premiate con vari premi letterari, tra cui il Prix Médicis. 
A sn. Björn mostra il suo ultimissimo romanzo, L’ultima avventura del pirata Long John Silver
Il paese che sembra amarlo di più, e che lui sembra ricambiare (tanto da averne imparato la lingua e avervi scelto la sua compagna) è proprio l’Italia: i suoi libri, tradotti in tutto il mondo, hanno venduto da noi 600 mila copie. Una biografia imponente, che però da sola non riesce a raccontare davvero di quest’uomo ironico e profondo, capace di incantare non solo scrivendo, ma anche con il raccontare, magari a cena, della magia di un approdo in qualche sperduto porto d’Irlanda, delle grandi onde che flagellano le coste della Scozia, delle solitudini infinite di quei mari burrascosi e freddi che continua a prediligere.
Rod e Lu Heikell
Quei mari che aveva conosciuto facendo il subacqueo, immergendosi anche sotto i ghiacci. Björn continua a scrivere storie, perché è la sua vita e il suo piacere. A mano, lentamente, pesando le parole, consumando tutto il tempo che occorre. Anche tre anni, se il libro lo pretende. Ma oltre alle storie adesso scrive anche delle domande che gli uomini si pongono, degli intrecci che la vita costruisce, dei perché che spesso non trovano risposte.
Solare, pacificato, modesto fino all’eccesso, anche lui pieno di ironia, Rod Heikell nei giorni di Gaeta si è conquistato tutta la mia invidia. Rod viene dalla Nuova Zelanda, ed era destinato ad una seria carriera di accademico.
Rod, Lu e Francesca
Come ogni buon neozelandese aveva naturalmente navigato a vela. Lui adesso racconta che sì, in effetti aveva navigato “con esitazione” lungo un po’ delle coste del suo paese, compreso il celeberrimo golfo di Hauraki sul quale sorge Auckland. “Ma non ero molto bravo a farlo”, ammette con robusta auto ironia. E comunque, emigrato in Inghilterra, aveva abbandonato la sua carriera accademica “per nessun’altra buona ragione se non la curiosità”. Iniziandone una di navigatore che non è ancora finita e che non finirà probabilmente mai. “Dove immagino di fermarmi? Da nessuna parte. Immagino che un giorno Lu mi troverà immobile mentre mi affanno a tirar su la randa…”, dice ridendo.
A sn. Giulia D’Angelo, Lu, Giuliano Gallo (autore di questo articolo) e Rod Heikell

Lu è il suo punto di equilibrio, la sua compagna di vita e di viaggi. Lu, che è alta, forte, solare e ha gli occhi azzurri un po’ a mandorla, è quella che gli permette di dormire sereno per tre ore di fila durante una lunga navigazione. “E’ fondamentale sapere di avere qualcuno di cui puoi fidarti fino a quel punto, fino a lasciarti andare completamente nelle sue mani”. Rod e Lu scrivono libri sui loro viaggi. Portolani che sono anche libri di storia, saggi di costume, manuali di cucina. Ne hanno scritti venti, pubblicati in tutto il mondo e in tutte le lingue. E a leggerli si capisce quanto si siano divertiti a scriverli. Il primo viaggio di Rod fu una discesa dall’Inghilterra al Mediterraneo su una barchetta di 20 piedi, lungo i canali della Francia. Poi una barca un po’ più grande, 31 piedi, per arrivare fino all’Oceano Indiano, una di 36 per arrivare negli Stati Uniti e poi ai Caraibi, e infine Skylax, robusto e magnifico 46 piedi neozelandese per spingersi fino al Sud Est asiatico, attraversare il Pacifico e tornare di nuovo ai Caraibi.
Ma dopo quattro transatlantiche e un giro del mondo, Rod e Lu sono tornati di nuovo in Mediterraneo, il loro vero amore. Grecia, Turchia e Italia, mille e mille angoli da esplorare e da raccontare, centinaia di piatti da assaggiare e da infilare in una delle loro guide. Rod con la sua eterna sigaretta in mano, Lu con quella sua risata senza freni, bassa, di gola, che pare un colpo di cannone. Gli ho detto che li odiavo per la vita che si sono regalati, ma non mi hanno creduto.
Anche Roberto ha dato un calcio a molte cose della sua vita: la fama, il danaro, la possibilità di conoscere altro mondo, di inebriarsi di altri applausi. E la sicurezza di vivere in una bella casa, in una bella città, di vedere i suoi amici quando ne ha voglia, di comperarsi magari un’automobile potente. Roberto Soldatini, direttore d’orchestra, violoncellista di valore, arrivato ha scelto il mare. Aveva lavorato e studiato con Leonard Bernstein, ha composto un’opera, ha insegnato al Conservatorio, ha sperimentato nuovi orizzonti musicali e fusioni fra musica e parole.
Roberto Soldatini e Luca Di Tommaso
E proprio come esempio di questa sperimentazione, ha presentato a Gaeta una cavalcata fra le parole di chi scrive di mare, lette dall’attore napoletano Luca Di Tommaso, e la musica. Musica di Bach o musica composta da lui stesso, parole del grande e purtroppo dimenticato Vittorio G. Rossi, di Björn Larsson, Folco Quilici e anche di Rod Heikell. Parole gridate, sussurrate, scomposte fino a farle avvicinare il più possibile alla musica. Perchè, dice Roberto, anche le parole hanno la musica dentro. Io lo penso da sempre, e qualunque lettore, anche inconsapevolmente, riesce a “sentire” quando le parole che sta leggendo hanno dentro la musica.
Roberto giura comunque che il suo non è un esilio, né una resa: la sua scelta è una scelta di libertà, non una fuga. “A cavallo tra gli anni settanta e ottanta ho vissuto un’esperienza davvero straordinaria - racconta -  ma sul momento non me ne rendevo conto pienamente, forse perché all’epoca fare carriera era più facile rispetto ad oggi. La musica mi aveva preso totalmente, assorbiva tutte le mie energie… respiravo con la musica e la musica respirava con me. Suonare il violoncello mi dava l’opportunità di provare emozioni straordinarie, di conoscere persone meravigliose, di approfondire culture diverse, di entrare nel mondo del sensibile”.
Poi la svolta, definitiva: Roberto vende la sua magnifica casa ad una signora inglese che per tutta la vita aveva fatto il pilota di Concorde, e compera da lei la sua barca, un robusto Moody 44. Prende la patente nautica e subito, praticamente senza nessuna esperienza  il 3 luglio 2011 prende il largo da solo, con a bordo solo Stradi, il suo violoncello, uno Stradivari del ’700. Il suo primo viaggio lo ha portato fino a Istanbul.
Roberto Soldatini
Nel libro che sta scrivendo lo racconta così, quel giorno: Nel Bosforo era come una giostra: mentre bordeggiavo per riconoscere le figure dei monumenti più celebri centinaia di traghetti attraversavano incessantemente per collegare la sponda europea con quella asiatica, mandando segnali sonori per farmi scansare, e dai loro ponti i turisti fotografavano la mia barca: in effetti era l’unica che procedeva a vela lì in mezzo. Avrei voluto continuare a fare altri giri sulla giostra, ma dopo più di tre ore purtroppo era arrivato il momento di uscire dal Bosforo, anche perché era sopraggiunta una motovedetta a “ricordarmi” che lì è vietato andare a vela... Ops! Ero da solo, venivo da Roma, ero in preda all’euforia, hanno capito e mi hanno lasciato andare: “Go!”.
Adesso Roberto vive a bordo della sua barca, nel Borgo Marinaro di Napoli. Insegna al Conservatorio, ma presto prenderà il largo di nuovo. Verso la Grecia, o la Turchia. Non importa. Basta andare, lui, Stradi e la sua barca.


Vorrei raccontarvi questi giorni minuto per minuto, con tutte le belle persone che mi è capitato di incontrare. Ma sarebbe chiedere troppo alla mia memoria e alla vostra attenzione. Di un altro però voglio parlare. Di uno che non è marinaio, ma che in mare vive e lavora. Si chiama Sebastiano Tusa, è il direttore della Soprintendenza del Mare Regione Sicilia).


A sn. Sebastiano Tusa tra due dei suoi dieci rostri, uno punico a sinistra e uno romano a destra. Al centro un elmo romano di tipo montefortino.

E dopo sette anni di cocciuto lavoro ha scoperto qualcosa di unico: fra Levanzo e Marettimo ha rintracciato il luogo esatto nel quale, il 10 marzo del 241 avanti Cristo, Romani e Cartaginesi si scontrarono nella battaglia delle Egadi, che avrebbe segnato la sconfitta definitiva dei Cartaginesi, fino a quel momento padroni quasi incontrastati della Sicilia e irriducibili avversari dei Romani nel controllo dei traffici commerciali del Mediterraneo.
A sn. Giovanni Gallo, Sebastiano Tusa e Claudio Mocchegiani Carpano

Una battaglia nella quale, secondo lo storico Polibio, i Romani avevano schierato almeno 400 navi, contro le 200 dei cartaginesi. Polibio, che era notoriamente dalla parte dei Romani, forse aveva esagerato un po’. Ma sicuramente si trattava di due flotte immense.
Che si erano scontrate come arieti, con tutta la forza che i rematori delle triremi erano capaci di imprimere.
 A ds. i relatori del convegno sull’Archeologia Subacquea: Sebastiano Tusa, Giulia D'Angelo, Claudio Mocchegiani Carpano, Giovanni Gallo, Annalisa Zarattini e Domenico Carro

Il professor Tusa di quelle terrificanti collisioni ha ritrovato le uniche tracce che potevano sopravvivere, i rostri di bronzo. Su un fondale di 80 metri ne hanno trovati in tutto dieci, più elmi dei soldati morti nei naufragi e almeno 200 anfore. Rostri romani e rostri cartaginesi, perfettamente conservati. Due erano esposti a Gaeta, e guardarli, pensando a cosa doveva essere stata quella terribile e infinita giornata, era un’emozione.


Giuliano Gallo