lunedì 18 marzo 2019

Archeologia subacquea fra tutela e valorizzazione

Dal collega trapanese Luigi Benedetti abbiamo ricevuto questo ricordo di Sebastiano Tusa che volentieri pubblichiamo. È una lunga intervista fatta nel 2016 dove Seba si racconta e fa il punto sull’Archeologia subacquea e la tutela dei beni culturali.

Ho conosciuto il soprintendente del mare Sebastiano Tusa qualche anno fa quando, da giovane subacqueo appassionato, mi proposi come volontario per delle campagne di scavo. Feci la conoscenza di quello che, per me, era una specie di mito non tanto per il ruolo che ricopriva e ciò di cui era protagonista in quel momento quanto, principalmente, per il suo essere testimone di una delle pagine più romantiche e a cui sono più legato, per passione personale, della storia della Sicilia: la ricerca archeologica subacquea e, più in generale, l’esplorazione degli abissi. Quali e quante storie, legate alla subacquea e poi all’ambito archeologico sarebbe possibile raccontare? Tante! Oggi la Sicilia non parla più quella lingua dei sogni; ma, affranti come siamo da una quotidianità fatta di fallimenti e mancanza di cultura, è importante testimoniare cosa è stato possibile far nascere e affermare in questa terra: la terra dei ragazzi della Panaria Film, della caccia subacquea diventata sfida agli abissi e del mitico Cecè Paladino, pioniere della ricerca archeologica subacquea. Storie che partono da lontano e ci raccontano di un’epoca felice. Ecco: il merito di Sebastiano Tusa potrebbe esser valutato solo relativamente al suo lavoro di archeologo e alle sue scoperte; ma c’è qualcosa che va oltre questo. C’è un uomo che è riuscito, attraverso il suo lavoro e la sua passione, a non far morire
Roma 2013: Seba con Donatella Bianchi
e portare con sé tutto questo patrimonio di storie di vita e di emozioni; che è riuscito a scrivere una pagina del grande libro di questa avvenuta sottomarina ed è diventando il più grande testimone vivente di una terra, la Sicilia, dove i sogni erano realtà. Da tempo pensavo di rincontralo per una intervista e quando è stato possibile ho colto l’occasione per farmi raccontare le sue più grandi scoperte, le tecniche utilizzate, le vicende storiche a loro legate e alcuni degli aneddoti che hanno cambiato il corso della storia dell’umanità. Inoltre, durante la nostra lunghissima chiacchierata, ho avuto anche la possibilità di ascoltare le sue opinioni sulla politica, sugli errori commessi e le vicissitudini, passate e presenti, legate alla tutela dei beni culturali in Italia.
La Soprintendenza del Mare nacque nel 2004. È passato ormai tanto tempo ed è certamente possibile fare dei bilanci. Può raccontarci come e quando nacque l’idea e in che circostanze si riuscì a far venire alla luce il tutto?
“Da un punto di vista tecnico-scientifico, l’avere una struttura che si occupasse solo di mare era una esigenza che partiva da lontano, già dagli anni ’70. Il legislatore siciliano, durante il passaggio di competenza dallo stato alla regione, con le leggi 80 e 116 sui beni culturali, aveva previsto una stazione di archeologia subacquea presso Lipari; non

domenica 17 marzo 2019

Sebastiano Tusa, servitore dello Stato

È volato in cielo un amico, un servitore dello stato, un archeologo subacqueo di fama mondiale, uno scrittore di archeologia, un paletnologo, un grande lavoratore, un vulcano di idee, un uomo integerrimo, un grande amante del mare, Assessore alla cultura della Regione Sicilia, Sovrintendente del mare della Regione Sicilia, Presidente dell’Accademia Internazionale della Attività subacquee, Tridente d’oro. Ispettore archeologo presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini. Ha effettuato scavi archeologici in Turchia, Iraq, Pakistan e tanti altri paesi. In Italia ricordiamo: Selinunte, Vivara, Egadi, Pantelleria con molti lavori che hanno messo in luce aree archeologiche eccezionali, Eolie con 4 navi scoperte integre e denominate Panarea 1, 2, 3 e 4. A lui si deve anche il trattato internazionale sfociato nella Convenzione UNESCO 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo. Tutto questo è stato Sebastiano Tusa. 
Ancora non posso crederci!! Aveva vinto la battaglia contro una brutta malattia ed è morto per un aereo malfunzionante. Non sarà possibile dimenticare e sostituire Sebastiano Tusa. Era “un servitore dello Stato”, come amava definirsi. È riuscito ad effettuare ricerche archeologiche subacquee trovando fondi fuori dall’Italia, grazie al suo carisma e alle sue grandi doti di studioso. 
Gaeta: elmo montefortino e rostro
L’ho conosciuto a Roma  nel 1969 durante le lotte studentesche. Era giovanissimo “un pischello” come si dice a Roma. Ci siamo persi di vista per alcuni anni. Mentre lui girava il mondo io ho creato la Libreria Internazionale il Mare e così ci siamo ritrovati, ambedue subacquei e amanti del mare ancora a Roma, dove abbiamo organizzato incontri di archeologia subacquea, quando gli archeologi subacquei professionisti erano pochissimi e quando i subacquei appassionati di archeologia depredavano i relitti nel nostro Mediterraneo. Poi ancora ci siamo ritrovati a Favignana, quando per l’Ente Provinciale del Turismo di Trapani organizzavo la Settimana delle Egadi e i Convegni di archeologia subacquea con il supporto di Maria Guccione, Gin Racheli e Nino Allegra

martedì 12 marzo 2019

Parrocchetti: un’invasione particolare, sono ovunque

Me lo sono trovato di fronte all’improvviso, addirittura stava per entrare dalla finestra! Mi ha guardato stupito prima di volare via in un battito d’ali. Si tratta di un piccolo pappagallo, il parrocchetto, che da qualche tempo ha colonizzato i nostri giardini. Per saperne di più ho chiesto informazioni al nostro “informatore” Fabrizio… , che lo ha anche disegnato.

Il loro volo è rapido, sfrecciante, in gruppo, rumoroso per quel caratteristico e continuo gracidio. Si spostano  da un parco all'altro, da un filare di platani a un gruppo di pini, si posano ovunque ci sia cibo: nespole, arance amare che decorano viali e giardini storici, melograni, ma anche semi di magnolia, datteri di palma (non da olio). I loro nidi sono vistosamente grandi (fino a 200 chili di rami intrecciati) oppure nelle cavità di alberi. Due tipologie di nidi diversi perché loro, i parrocchetti che hanno invaso le città italiane e anche molte altre europee, sono due specie diverse.
Parrocchetto monaco
Il parrocchetto che vive nei grandi nidi comunitari è il Monaco, piumaggio quasi tutto di un bel verde luminoso ma con il petto grigio chiaro e un becco bruno giallastro.  Il parrocchetto dal collare invece fa il nido nel cavo degli alberi o persino in cavità artificiali. È totalmente verde smeraldo con un collarino che dalla gola gira indietro alla testa e un becco di un bel colore rosso acceso.
Due specie diverse quindi ma un'unica famiglia quella degli psittacidi. Mentre il Monaco è originario delle aree subtropicali dell'America del Sud (dall'Argentina al Brasile) il Parrocchetto dal Collare  aveva il suo habitat nativo nella

domenica 10 marzo 2019

Una barriera corallina al largo del mare di Bari

Con robot e particolari tecniche di immersione alla profondità di circa 50 metri ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari e delle Università Tor Vergata di Roma si sono imbattuti in una scogliera corallina fra i 40 e i 55 metri di profondità, a circa due chilometri dalla costa del comune a sud di Bari. È una scoperta eccezionale: è la prima volta che nel Mediterraneo si scopre una barriera con caratteristiche molto simili a quelle equatoriali. “L’aspetto paradossale è che ce l’avevamo davanti agli occhi e non l’abbiamo mai vista” ha raccontato il biologo Giuseppe Corriero, direttore del team di ricerca, quando si è imbattuto in “qualcosa di strano” e ha voluto vederci chiaro. L’ipotesi è che il fronte della barriera possa estendersi anche ben oltre, seppure non in modo uniforme: in direzione del capoluogo pugliese, da un lato, e fino a Otranto, dall’altro. A rendere unica la barriera corallina pugliese sarebbero almeno due peculiarità. La prima: la profondità di circa 50 metri.
Quindi l’habitat e i suoi colori: “Nel caso delle barriere delle Maldive o australiane i processi di simbiosi tra le madrepore (animali marini che costituiscono i banchi corallini) sono facilitati dalla luce, mentre la nostra barriera vive in penombra e quindi le madrepore costituiscono queste strutture imponenti di carbonato di calcio in assenza di alghe”. Ecco, dunque, i colori più “soffusi, dati da spugne policrome con tonalità che vanno dall’arancione al rosso, fino al viola”. Per difendere questo tesoro nascosto, i ricercatori hanno allertato l’Ufficio parchi e tutela della biodiversità della Regione. Lo scenario che si apre da oggi, in termini di economia del turismo e di tutela del mare, è sotto gli occhi di tutti.