mercoledì 6 febbraio 2019

L’Ibis Eremita. Storia di Dusti ucciso da un cacciatore scellerato


Lo hanno trovato ucciso a fucilate nelle campagne non lontane da Siena. Dusti era il suo nome e così lo avevano chiamato i ricercatori, i promotori e gli ideatori di un progetto ardito ed esaltante allo stesso tempo: riuscire a far tornare a vivere in Europa una popolazione vitale (almeno 120 esemplari) di Ibis eremita (Geronticus eremita), un uccello rarissimo che in natura si trova ancora in Turchia, in Marocco e forse in Siria. Dusti aveva un Gps attaccato al corpo e anelli di riconoscimento azzurri alle gambe. Non poteva essere confuso con un’anatra o un’altra specie cacciabile anche perché l’Ibis eremita è inconfondibile. Intanto è un ibis e quindi ha
il becco a sciabola ricurvo in giù come l’Ibis sacro (bianco e nero) e l’Ibis mignattaio. Immaginatevi
un tacchino color ruggine con riflessi metallizzati color rame, grande volatore, ma soprattutto munito di un diadema di lunghe penne come fosse il copricapo di un capo indiano. (A sinistra l’Ibis illustrato da Fabrizio Carbone). Ma cosa ci faceva questo Ibis eremita in provincia di Siena? La spiegazione è semplice: questa specie migra da tre località in Austria e in Germania e spende l’inverno, come punto centrale di riferimento, nell’Oasi del WWF della Laguna di Orbetello. Poi naturalmente la specie si sposta in gruppi anche di dieci, quindici esemplari, in altre zone di campagna dove cerca grossi insetti, lumache, persino piccole lucertole. (A volte, per capirci, è stato persino visto sui campi da golf dell’Argentario, tra lo stupore e lo sgomento dei giocatori). Quindi Dusti è stato fucilato da qualcuno che aveva pensato di fare una bravata e che poi, una volta avvicinatosi alla preda, ha visto il Gps, gli anelli di riconoscimento alle zampe e si è precipitosamente allontanato. Dusti non è il primo caso di uccisione di un Ibis eremita. Chi scrive non ha il conto esatto ma crede che sia la settima volta che questo fatto accada da quando è partito il progetto del Waldtrapp Team internazionale. 

Tutto nasce dal fatto che questa specie si era estinta in Europa 400 anni fa ma in vari zoo e centri di recupero di fauna selvatica in Baviera e in Austria esistevano alcuni esemplari di Ibis eremita, sconsolatamente “incarcerati” e senza speranza di riprodursi. Così come successe per le Cicogne bianche prima in Svizzera e poi a Racconigi in Italia, l’idea di ricreare una popolazione vitale di Ibis eremita non poteva prescindere dall’uomo e dalla capacità di mettere gli esemplari rimasti nelle condizioni fisiche di riprendere forza e di provare a riprodursi. Questa prima operazione avvenne con successo e le uova deposte furono incubate. Alla nascita i piccoli “eremiti” rimasero imprintati dai biologi e dai ricercatori che erano sul posto: vivevano in perfetta simbiosi con noi umani. Diventati adulti iniziarono i primi voli insieme a piccoli
ultraleggeri (ricordate il film di Jaques Perrin Il popolo migratore?) manovrati dai ricercatori. Così partì la prima migrazione. La meta fissata, presi tutti gli accordi con il Waldtrapp Team italiano, era la laguna di Orbetello, un sito perfetto, protetto, di zone umide con prati e campi aperti. Era il luogo di svernamento. Anno dopo anno, migrazione dopo migrazione, gli Ibis eremiti sono arrivati ogni inverno in Italia. L’operazione era stata subito resa nota: furono stampati sin dall’inizio depliant che spiegavano il progetto, affissi nei bar e nei negozi del grossetano. Ne parlarono i media ma sin dall’inizio ci sono stati sempre scellerati cacciatori (non sarebbe giusto chiamarli tali) che gli hanno sparato. Nel 2016 ne furono uccisi due a distanza di una settimana appena dopo l’apertura della caccia, a Thiene, vicino Vicenza. L’anno scorso ne furono fucilati due insieme. E quest’anno è stata la volta di Dusti. Conoscendo la loro indole confidente nei confronti dell’uomo posso immaginare che non sia stato difficile sparargli e ucciderlo. Spero solo che l’uomo in questione si sia pentito di una stupidità che ha portato alla morte di un animale tra i più rari al mondo. 
Fabrizio Carbone