lunedì 22 ottobre 2018

Arroganza edilizia: come si conquista la Domus Imperiale di Nerone ad Anzio



La Domus come stabilimento balneare
La villa oggi fa parte del parco archeologico che si estende per quasi tutta la via Fanciulla di Anzio e comprende il porto e l’area dei magazzini portuali (le cosiddette grotte di Nerone). La grandiosa villa imperiale di Nerone, si estendeva (a  sinistra la ricostruzione) lungo la fascia costiera di Anzio, a partire dalla punta di Capo dAnzio e via Furio Anziate per più di 800 metri verso ponente fino al capo dell’Arco Muto. Ad Anzio, come riferisce Tacito, nacque Nerone, ed è forse per questo che fu sceltadall’impera-tore per costruirvi un porto e la propria villa. La leggenda narra che dalla sua villa anziate Nerone assistette al rogo di Roma. L’imperatore possedeva nella sua dimora una ricca biblioteca con scaffali di legno, adornati da borchie d’oro, mentre in ambienti riservati la villa forse nascondeva un museo privato con immagini di centauri e amazzoni. Da questo museo provengono le statue più famose di Anzio archeologica: l’Apollo del Belvedere, il Gladiatore Borghese e la Fanciulla di Anzio.
Nell’entroterra la villa si articolava in padiglioni, terme, giardini, fontane, terrazzi e attraverso un lungo corridoio era collegata ad appezzamenti di terreno coltivati a parchi, giardini ma anche  ad orti, corredati  da
I resti della Domus Imperiale
costruzioni rustiche.
Oggi di questi reperti restano solo le fondazioni, le uniche testimonianze dopo la distruzione causata da Nerone che vi ricostruì sopra un’altra villa, ancora più estesa.  Nella sua lunga storia la villa ha subito numerose modifiche e passò di volta in volta nelle mani di ogni imperatore che salì sul trono di Roma; attraversò le fasi repubblicana, augustea, neroniana, domiziana, adrianea e severiana. Probabilmente il primo importante abitante della Villa di Anzio fu proprio l’imperatore Augusto. Nella fase adrianea vennero realizzati una serie
La Domus vista dal mare
di padiglioni distaccati dal corpo centrale della villa, mentre fu nell’ultima fase, quella severiana, che vennero realizzate le terme: oggi dell’intero complesso resta ben visibile il calidarium, l’ambiente riservato ai bagni in acque calde. Nella fase Repubblicana, la villa venne edificata nel piano che domina il mare, ad occidente del moderno Faro, secondo i migliori canoni architettonici della metà
del II secolo a. C. Gli ambienti, i muri, le stanze sono costruiti in posizione ortogonale e parallela, in base a uno schema simmetrico. Dei resti della struttura a noi pervenuti sono estremamente
La Domus vista dall’alto

interessanti soprattutto i pavimenti e i preziosi intonaci decorati; difatti i pavimenti della struttura erano di diversi tipi: si andava dai pavimenti semplicemente battuti ad altri più preziosi, realizzati in marmo. Purtroppo ai giorni nostri, nelle lottizzazioni nate in aderenza alle rovine e nelle aree delle stesse,  si è manifestata una vera e propria gara tra “palazzinari della zona e non”, forse per conquistare l’Oscar della ARROGANZA EDILIZIA. E noi ci chiediamo: ma la famosa distanza di rispetto dettata dalla Sovrintendenza Archeologica del Lazio per quale ragione e/o motivo NON E’ STATA RISPETTATA? QUALI PROVVEDIMENTI SONO STATI PRESI?  Avevamo sperato che a pochi chilometri da ROMA CAPITALE  non si verificasse quello che è accaduto in Sicilia, ad Agrigento ed altrove! Ove, come è ben noto, le palazzine di civile abitazione sono a diretto contatto con i Templi Greci; ma la Sicilia è lontana, trattasi di Regione a Statuto Speciale… quindi! Ovviamente la conseguenza logica è stata l’invasione dell’orda dei bagnanti “amanti della Archeologia”, che  non ha esitato ad occupare nella maniera più selvaggia ed indecente anche i resti stessi, in alcuni casi “colonizzandoli”, come mostrano le centinaia di foto esistenti in rete, delle quali ne riportiamo alcune, con molta tristezza e vergogna dei personaggi ivi immortalati. A parer mio li incriminerei per “distruzione del Patrimonio Archeologico Nazionale”, imputazione aderente alla realtà.  
Gian Carlo Pavia