mercoledì 4 ottobre 2017

Da valorizzare i millenni di storia sul Tevere. L’appello di Giancarlo Pavia

Giancarlo Pavia, non solo per la sua età, è tra i più “anziani” amici della nostra libreria e da oggi con il “pezzo” che state leggendo, è anche collaboratore del nostro magazine. È difficile presentarlo in una sola parola; per un geometra come lui è, la più semplice sarebbe versatilità. Infatti ha affrontato le situazioni e le richieste più varie: dagli impianti sportivi a quelli industriali, dal restauro di ville a quello d’antichi palazzi, dalle progettazioni alle stime e perizie immobiliari. Ma la cosa che più sorprende è la sua capacità artistica nel lavorare bronzo e oro per dare vita a pregevoli sculture che hanno meritato menzioni sulle riviste specializzate del settore e un posto nell’Annuario Mondadori del 1985. Quindi con estrema facilità disegna una palazzina o una figura in bronzo. Ha ereditato l’azienda dal padre e ideando anche programmi di software per l’edilizia con il suo gruppo di collaboratori oggi può vantare oltre millequattrocento realizzazioni. Ma la cosa che più mi ha sorpreso è quando recentemente mi ha confidato, con la sua disarmante semplicità, che ha raccolto in oltre seicento pagine dettagliati resoconti di come in Italia si distrugge, sono le sue parole, l’archeologia.
Mi ha mostrato così un elenco di una quindicina di siti, dalla Casa di Ovidio al ponte di Calcio di Alghero Fertilia, primi esempi di quella che considera “distruzioni”. Così maremagazine se ne è assicurato l’esclusiva e uno dopo l’altro, li presenterà a partire dalla villa di Ovidio Nasone.
Sulle pendici della attuale Collina Fleming, a 500 metri a nord di ponte Milvio ed a 200 metri a nord di ponte Flaminio, sul ciglio della attuale via Tor di Quinto (ex via Clodia, tracciata dai Romani) al numero civico 37 e 37/a  a quattro metri circa di profondità, nel 2001, durante gli scavi per nuovi uffici dell’AMA, (vedi articolo Repubblica) venne portata alla luce una parte della villa di Ovidio Nasone (50 a.C. – 100 d.C.), poeta latino nato a Sulmona nel 34 a.C.; purtroppo altra parte dei fabbricati costituenti la villa sono andati distrutti nel corso della urbanizzazione del Fleming negli anni ’60.
L’edificio rinvenuto si crede possa essere stato una dependance di uso particolare per i mosaici e le pitture murali ispirate a Sileno; consta di un fabbricato a pianta rettangolare di circa 400 mq di superficie, sviluppato in più piani comprendente un patio, una fornace, sale, varie camere e servizi.
All’epoca, l’AMA, eseguiti i rilievi necessari ne dava l’annuncio alla stampa ritenendola molto interessante ed impegnandosi a rendere visibili e fruibili i ritrovamenti che interessarono anche la Sovrintendenza Archeologica e qualche studioso. Ma contrariamente agli annunci la villa è stata risepolta nuovamente per dare spazio agli automezzi dell’Ama che vi stazionano sopra. Gli studiosi hanno identificato l’ubicazione della villa basandosi su una delle epistole scritte da Ovidio dal suo esilio in Romania, in cui il poeta si struggeva di nostalgia per la sua lussuosa dimora affacciata sul Tevere. Ovidio fu cacciato da Roma da Augusto, ufficialmente a causa dell’immoralità della sua poesia, in realtà (sembra) per aver assistito all’adulterio di Giulia, la figlia dell’imperatore, che lo aveva eletto a suo confidente. Il nostro Giancarlo Pavia lancia un appello che facciamo nostro, affermando che sarebbe tempo di “accorgersi” che il Tevere passa a Roma con i suoi millenni di storia. Ma allora, vogliamo finalmente “valorizzarlo”, utilizzandolo come museo fluviale visti i ponti dell’epoca imperiale, e tutto quanto lo circonda, anche per snellire il traffico cittadino, per ricreare i barconi “prendisole”, per andarci a passeggio! Visto che la politica  ha altro da fare, riuniamoci, creiamo noi appassionati un “qualcosa” per farlo vivere; forza ragazzi!
Testo e acquarelli della villa di Ovidio di Giancarlo Pavia