venerdì 3 marzo 2017

Corallium rubrum e il corallaro, una figura che va scomparendo


Carlo Ravenna ha scritto per noi questo “pezzo” sul “nostro” corallo rosso. Livornese di nascita ma romano di adozione, da poco ha superato gli anta, come tanti altri amanti del Mare ha scoperto da subito la libreria il Mare, diventandone un assiduo frequentatore oltre che un amico.
Carlo si definisce fotografo subacqueo e terrestre. Ha lasciato la sua professione di architetto per la grande passione per la fotografia naturalistica e per le riprese televisive. Ha imparato ad andare sott’acqua prestissimo, aveva 8 anni, e da più di venti scende in acqua. Interessato agli aspetti biologico e comportamentale degli organismi marini, ma anche nei laghi, nei fiumi, in montagna: scoprire e fotografare piante e animali rari per lui è ricerca e anche una sfida. 
 
Narra un’antica leggenda giapponese che un giovane samurai lasciò il suo paese situato sulle rive del mare per andare a guerreggiare lontano dalla sua patria. Ferito a morte l’uomo tentò di guadagnare la via di casa, ma si accasciò sulle rive di un fiume. Le gocce del suo sangue trasportate lungo il letto
del corso d’acqua giunsero fino al mare, scesero negli abissi e lì sbocciarono come fiori di corallo per ricordare ai marinai il sacrificio e la sofferenza di chi ha perso la vita lontano dal mare di casa.
Certamente non era il “nostro” Corallium rubrum, unica specie di Corallium presente in Mediterraneo, ma probabilmente si trattava del cerasuolo, corallo color rosso rubino che cresce in Giappone assieme ad un’altra varietà di pregio bianco – rosato, il cosidetto corallo pelle d’angelo. Anche Ovidio (Metamorfosi, IV, 740 – 752) racconta che il corallo nacque dal sangue di una delle Gorgoni, Medusa, quando Perseo la decapitò. E uno scritto analogo è del Vasari nel 1570, quando descrive il quadro “Perseo e Andromeda”.
Il corallo rosso, per la sua forma pietrificata e per il suo colore fin dall’antichità l’uomo iniziò a pescarlo in forma sempre più organizzata e a conservarlo come un tesoro e mise a punto anche la sua lavorazione in varie fasi a partire dalla eliminazione del rivestimento (cenosarco).
Corallo rosso in parete
L’importanza del corallo nell’economia locale divenne tale da intrecciarsi con la storia di alcuni luoghi tanto da costituire un binomio inscindibile, come a Torre del Greco, la capitale del corallo, a Sciacca, ad Alghero. Il corallo per poter crescere ed innalzare i suoi ramoscelli necessita di fondi duri e compatti: scogliere sommerse, formate da rocce tormentate da profonde spaccature e mille anfratti, ampie grotte a forma di sifone percorse da correnti che garantiscono il suo nutrimento; i candidi, piumosi e famelici polipi danno alle ramificazioni un aspetto fiorito. L’intensità della corrente deve evitare che i sedimenti marini soffochino le colonie, in particolare quelle che meno diffusamente crescono dal basso verso l’alto su substrati sulle terrazzate di roccia. In acque relativamente basse, di solito tra i 40 e i 50 metri (in certe località meno di 15 metri) il corallo sceglie quasi esclusivamente le zone d’ombra, dove i raggi solari non lo toccano direttamente: lungo i canaloni di roccia, sotto le balconate di pietra, sulle volte delle spelonche.
Coralli e madreporari gialli
Mano a mano che si scende, a causa del graduale calo di luce, il corallo esplode sulle creste lunari degli alti fondali, lungo pareti senza fine che cadono nell’abisso, su cigliate profonde che si elevano dal fango in mare aperto. Questi ultimi ambienti, noti come “pettate”, sono i luoghi tipicamente prescelti per le pescate memorabili al corallo, prima attuate con l’ingegno un attrezzo che arava gli scogli, vietato a partire dagli anni ’80 per il suo potere distruttivo, poi esclusivamente da corallari subacquei in grado di scendere a una profondità variabile da 80 a 130 metri.
Corallo intrecciato a gorgonie e alcionari
Si trattava di una pesca dura, logorante, pericolosa, effettuata da sommozzatori estremi che hanno segnato una epoca indimenticabile nella storia della subacquea quando le conoscenze della medicina iperbarica erano in una fase di pura sperimentazione e naturalmente l’equipaggiamento di immersione assai meno performante rispetto ad oggi.
C’è chi lavora dentro un ministero, chi in banca o in un ufficio postale. Ma c’è anche chi paga le bollette, l’affitto di casa e la scuola dei figli andando sott’acqua ad oltre 100 metri di profondità. Questa è la professione del corallaro, oggi abilitata da una licenza specifica rinnovata ogni anno dalla regione di pertinenza. Ma è una figura che va scomparendo. Sono ormai lontani i tempi dei prelievi massivi, stimati in circa 60 tonnellate di corallo ogni anno. Le pressioni degli ambientalisti sono sempre più incalzanti e nelle politiche protezionistiche e di gestione della flora e fauna marina operata dai governi non è passato certo inosservato il nostro antozoo più prezioso: anche (e soprattutto) perché cresce molto lentamente, si stima 3 – 4 centimetri ogni 10 anni. Da tempo si sta anche tentando la strada della coltivazione su substrati artificiali depositati in mare, basata su procedure ancora sperimentali. 
Convivenza di coralli e paramuricee
Corallo per tutti. In alcune zone lungo le coste italiane un sub sportivo può osservare il corallo rosso in natura, senza dover scendere a profondità proibitive, anche in zone fortemente urbanizzate, dove l’acqua spesso è torbida.
Nell’area del Promontorio di Portofino si vede a Punta Chiappa, allo Scoglio del Dragone, alla Colombara e Punta del Faro. Procedendo verso est a Punta Manara, nella zona di Sestri Levante, dove cè una secca molto varia e conformata a gradoni. Fondali tipici da “corallo rosso” si ritrovano in Toscana, nella zona di Quercianella (Grotta del Boccale, L’Arco, L’Isola, Spaccature del Romito) e alle Secche di Vada (Sperone, Muraglione, Ciglio di Terra). Presso il Golfo di Baratti
Il raccolto di un corallaro
Punta Tonnarelle, dove a –35 c’è uno scenografico costone di coralligeno. All’Elba, lungo il fronte sud, si vede alle Secche di Capo Fonza e anche a Capo Stella, dove la franata lascia spazio a una bella parete ricca di vita. Mitico, ma soprattutto quando l’acqua è chiara, è il sito denominato Scoglio del Corallo e la spettacolare Punta dell’Avoltore, dislocati lungo il Promontorio dell’Argentario. Nel Lazio, tratto Civitavecchia – Santa Marinella, la splendida Murata di Sant’Agostino, isolata nel blu, e a ridosso del porto di riva di Traiano, Punta del Pecoraro, dove il corallo cresce su alcuni scogli a meno di 15 metri di profondità. Paradisiache e meravigliosamente mediterranee sono le pareti mozzafiato di Punta Sant’Angelo, a Ischia, e di Punta Pizzaco, a Procida. Anche presso la Dorsale di Stromboli ricordiamo di aver visto il bel corallium.
In Sardegna gran parte della costa nord-ovest è buona: dalla costa di Bosa (Secca di Corona Niedda) alle complicate Grotta di Nereo e Grotta del Falco, presso Alghero, per salire verso Castelsardo e visitare l’omonima secca, un grande e spettacolare torrione irregolare tra –11 e circa - 50 metri.
Una cascata di coralli
A Costa Paradiso troviamo parecchi punti, come la Tana di Gavino, lo Stazzu, la Grotta Niedda, la Secca di Porto Leccio, e vari altri siti di grande interesse bio – morfologico dove è presente il corallo.    
Testo e foto di Carlo Ravenna 









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 Le quattro illustrazioni, in vendta in libreria, sono rare tavole originali eseguite nel 1849 dal signor Mallo
Il formato è 30x40 cm