mercoledì 1 febbraio 2017

La corsa all’oro verde, la soja transgenica, trasforma e sacrifica le Pampas


Il servizio che vi proponiamo ha viaggiato per dodicimila chilometri, la distanza che ci separa dall’Argentina. Lo ha scritto il “corrisponndente” Livio Zanotti alla sua seconda uscita sul nostro magazine. Ci parla di un suo viaggio che ha fatto recentemente attraverso le Pampas, le vaste pianure argentine che hanno un’estensione di quasi un milione di chilometri quadrati, dove la figura del gaucho, l‘equivalente del cowboy americano, è dominante.
Questa è la Pampa humeda, la terra fertilissima che ha dato all’Argentina la fama di granaio del mondo; scena storica del gaucho, il mandriano sempre a cavallo popolarizzato in Europa all’inizio del Novecento, all’apice del folclore come estetica di gran moda. Colore, grandi spazi,
chiome al vento, ponchos tirati sulle spalle (vedi Garibaldi, che qui fece suo quello rosso
Un campo di soja naturale
dell’indipendentismo liberal-massonico pro-britannico), attaccamento alle origini e ad altri sentimenti primari. Mentre il grande latifondo consolidava il suo protagonismo economico, adeguandolo alla modernità e recintava manu militari individualismo e libertà della mitologia gauchesca nell’ordine dei salariati agricoli.  Certi umori (e valori), oggi, possono essere ancora avvertiti solo nelle (relativamente) piccole e medie proprietà distribuite lungo i milioni e milioni di ettari delle diverse pampas (“pianure tra le montagne”, secondo la filologia dell’autoctona lingua quechua), che dalla provincia di Buenos Aires si protraggono verso nord, fino al confinante Uruguay e al Rio Grande do Sul, in Brasile. Poiché le gigantesche estensioni delle imprese multinazionali dell’agro obbediscono rigidamente a regole di massimizzazione della produzione e dei profitti, che all’interno del proprio sistema lasciano alla tradizione e all’ambiente naturale esclusivamente lo spazio funzionale indispensabile.
La cultura espressa e praticata dagli altri è perciò obbligatoriamente diversa. Per un’azienda sotto i mille ettari che non voglia sacrificare il proprio futuro alla monocultura del momento – nell’ultimo ventennio la soja transgenica –, l’alternanza delle diverse semine, un’alimentazione non insidiata dall’uso e abuso dei fertilizzanti chimici per il bestiame, la sua tempestiva vaccinazione, il mantenimento dell’infrastruttura e la cura del personale dipendente, costituiscono la giusta strategia da cui ripartire per garantire un’economia agricola sostenibile. In attesa che la pur moderna agricoltura argentina, essenzialmente a forte carattere intensivo, faccia gli investimenti necessari per aumentare la produttività adeguando le infrastrutture, razionalizzando le risorse e proteggendo l’ambiente. Las vacas, nome che nel linguaggio popolare accomuna tutti i bovini, fino a
una ventina d’anni addietro sommavano ancora a oltre 30 milioni di capi. Non molti meno di quanti fossero gli abitanti dalle vette andine che guardano la Bolivia fin giù alla Terra del Fuoco e allo stretto di Magellano. Ridotti in filetti e bistecche, Aberdeen-Angus, Bruna italiana, Chianina ed Hereford sfrigolavano sulle braci d’ogni focolare e diffondevano ovunque il gustoso profumo. La provincia di Buenos Aires era nota per gli innumerevoli tambos, le piccole e medio-grandi imprese latteo-casearie che vendevano anche all’estero la produzione di latte e derivati.  Poi sopravvenne l’era della soja transgenica (50 milioni di tonnellate all’anno) e l’egemonia degli oligopoli dei semi geneticamente modificati. L’ulteriore grande balzo di economie e consumi asiatici all’inizio degli anni Duemila, a cominciare da quelli cinesi, ne hanno moltiplicato consumi e prezzi. 
Alla borsa di
Chicago, la Wall street dei prodotti agricoli, l’hanno ribattezzata l’oro verde. Le corporazioni multinazionali vi hanno fulmineamente indirizzato tutte le loro coltivazioni, seguite da piccoli e medi produttori. I grandi hanno cominciato ad affittare i terreni dei minori, garantendo rendimenti superiori a quelli delle annate migliori. Sono nati i pool de siembra, vere e proprie federazioni di coltivatori tenute insieme dalla corsa alla soja.  Sul transgenico la controversia circa la sua dannosità tra gli specialisti, biologi, geologi e medici, appare tutt’altro che esaurita. Di certo la soja consuma infinitamente più acqua de las vacas e sfibra fortemente i terreni di cui divora le componenti minerali, l’azoto in primo luogo, ma anche calcio, magnesio e ferro. Rimpinzare la terra di concimi chimici invece di alternare con la frequenza
dovuta le culture, inquina. La deforestazione indebolisce la compattezza dei terreni, favorendone la permeabilità e gli allagamenti. È anche una delle cause che sconvolgono il regime delle piogge.  Ed ecco l’inferno: nord-ovest pampeano e litorale del Paranà annegati nell’acqua che ristagna da settimane e mesi; e nella parte opposta alla pampa humeda, in quella seca, a sud della capitale, Buenos Aires, gli incendi accesi sul terreno inaridito dalle fantasmagoriche tempeste elettro-magnetiche hanno carbonizzato un milione e mezzo di ettari solo in quest’ultima ondata di maltempo. E la tropicalizzazione del clima non fa che espandersi, così come i danni umani e materiali: decine di migliaia di evacuati, perdite per molti milioni di dollari in raccolti e bestiame.

Livio Zanotti