domenica 5 febbraio 2017

Addio al Grande Predrag Matvejevic

Repubblica
Predrag Matvejevic è morto senza il riconoscimento che gli spettava, quel premio Nobel che solo un anno fa un comitato di giornalisti e scrittori, tra cui Giulia D’Angelo e la Libreria il Mare, reclamava con urgenza, omaggio ad un grande,  già malato, già prossimo alla fine. Si è spento ieri a Zagabria. Aveva 84 anni, e da tempo si era allontanato dal dibattito pubblico, tradito da una salute malferma. Avrebbe meritato il Nobel solo per  Breviario Mediterraneo, la sua opera più famosa,  splendido saggio “geopoetico”, “diario di bordo”, “romanzo sui luoghi'” tradotto in 20 lingue e considerato da Magris “un libro geniale, fulminante, inatteso”.
Predrag, persona dolcissima e colta, un guerriero delle battaglie in difesa dei diritti dell'uomo, sempre a fianco dei dissidenti del blocco dell'Est, perseguitati dal potere, da Sacharov ad Havel, da Kundera a Sinjavskij.
Corriere della Sera
Lui stesso perseguitato e inviso alle autorità croate, condannato a cinque mesi di prigione nel novembre del 2005 da un tribunale di Zagabria. Aveva osato rompere l’ipocrisia di regime scrivendo, nel 2001, un saggio in cui accusava alcuni scrittori di essere stati “guerrafondai” durante le guerre jugoslave. Li chiamò “i nostri Talebani” e l'establishment gli si rivoltò contro. Processato per calunnia e diffamazione accettò la condanna come una medaglia, rinunciando all’appello: “Non voglio riconoscere l'autorità di chi ha emesso questa sentenza”. Predrag innamorato e critico della sua terra. Era nato a Mostar, allora Jugoslavia, oggi Bosnia ed Erzegovina, il padre russo di Odessa, la madre croata.
Il Messaggero
Una miscela di razze e culture. Radici multiculturali, un’apertura verso il mondo che lo distingueva da altri intellettuali omologati al sistema. Matvejevic insegna slavistica alla di Roma, dal 1994 al 2007. Prima è docente a Zagabria e alla Sorbona. La Francia gli concede la Legion d’Onore, l'Italia la cittadinanza che lui esibisce con orgoglio, così come si sente lusingato quando la Commissione europea di Prodi lo inserisce nel Gruppo dei saggi per il Mediterraneo. Nel 1987 “Breviario” gli ha dato fama internazionale ma lui, corteggiato da editori e giornali, rimane sempre lo stesso, ironico fino alla dissacrazione, legatissimo ai suoi studenti, amante della buona cucina, della vita, sempre in fuga, sempre in bilico, “tra asilo ed esilio”. Un europeista convinto e lucidamente pessimista: “Ci sono troppe fratture nel Mediterraneo. Tanto a Nord quanto a Sud l'insieme del bacino si lega con difficoltà al continente e ciò genera frustrazioni e fantasmi”. Frustrazioni, fantasmi, guerre, sangue e “democrature”. Democrature è un neologismo che porta la sua firma. Democrature sono “quei regimi, formalmente democratici, in realtà oligarchici”. Matvejevic conia l'espressione in riferimento ai Paesi del socialismo reale. Ma, in anni più recenti, lo scrittore, con amarezza, individua tracce di “democratura” anche nell'Europa liberale e socialdemocratica.
Una lunga carriera, una lunga vita, gli ultimi anni di silenzio. Lo ricoverano in un reparto psichiatrico a Zagabria, poi in una casa di riposo, chiuso in una stanza piccola. Parte la catena dei suoi molti estimatori che chiedono per lui quel Nobel che non arriverà. Nei momenti migliori già pensa ad un nuovo libro “sui popoli sommersi”. Ne aveva scritto uno, bellissimo, sul pane, Pane Nostro (2010). “Gli uomini e le donne – osservava Matvejevic - si sono sempre messi in viaggio, e lo fanno tuttora, verso quelle terre in cui il pane si sforna in gran quantità. E dove, per eccedenza, viene buttato ogni giorno al calar della sera. Ancora oggi, come disse una volta Pjotr Kropotkin, “la questione del pane è più importante di tutte le altre”. Grande Predrag.

Alessandra Longo