venerdì 23 settembre 2016

HELP, l’imponente installazione ideata da Maria Cristina Fanucci per ricordarci cosa siamo stati capaci di creare!

La parola HELP tracciata sul terreno nell’area archeologica dell’isola di Mozia con cinque milioni di tappi di plastica colorata racchiusi in gabbioni metallici, le grandi lettere tridimensionali alte fino a 4 metri ciascuna per una estensione totale di circa 1.500 metri quadrati. È l’imponente installazione Help, l’Età della plastica, visibile soprattutto di notte anche dagli aerei che sorvoleranno lo Stagnone di Marsala, Sicilia nord occidentale. L’ha ideata l’artista Maria Cristina Finucci creando un cortocircuito visivo e concettuale tra le
millenarie rovine fenice e i resti più diffusi e inquinanti della società contemporanea. Sarà visitabile
da sabato prossimo, 24 settembre, fino all’8 gennaio 2017. La Finucci, architetto di formazione, nata a Lucca sessanta anni fa, nell’aprile del 2013 presso la sede Unesco di Parigi ha fondato lo Stato Federale del Garbage Patch (Isole Spazzatura) che ha un’estensione di oltre sedici milioni di chilometri quadrati. È composto pezzo per pezzo da qualcosa che noi abbiamo abbandonato, bottiglie usate una sola volta, accendini gettati per la strada, ciabatte di gomma dimenticate sulla spiaggia, bicchieri e piatti di plastica gettati via. Sapevate che solo in Francia ogni anno sono prodotti 4,73 miliardi di bicchieri di plastica e solo l'1% di questi viene riciclato? L’abbiamo costruito in 60 anni, siamo stati capaci di formare un impressionante agglomerato di Garbage composto da cinque grandi isole, riuscendo a modificare la geografia della Terra. La più grande, 8 milioni, è quella del Pacifico orientale, la Pacific Trash Vortex, mentre quella più a sud è di soli settecentoqindicimila. Quella nel nord Atlantico e di tre milioni e seicentomila, nel sud un milione e trecentomila, infine nell’Oceano Indiano poco più di due milioni. Ovviamente parliamo di chilometri quadrati che in totale fanno, fino a ieri, quindicimilioninovecentoquindicimilanovecentotrentatre.
Maria Cristina Finucci
Queste isole influiscono in maniera drammatica sull’intero sistema marino, un fenomeno non visibile dall’alto, la plastica è trasparente, e si confonde con il plancton e con il baluginio dell’acqua, infine queste isole di detriti emergono in maniera minimale rispetto alla propria estensione reale. Secondo l’agenzia ambientale governativa americana Noaa sono composte al 90% da materiali plastici, che corrodendosi e disgregandosi nel mare come  microplastica entrano nella catena alimentare degli organismi marini giungendo fino alle nostre tavole. E oggi  non potendo più a lungo nascondere a noi stessi questa realtà, a ricordarcelo ci pensa l’artista Maria Cristina Finucci che ha creato Wasteland, una forma d’arte innovativa coerente al cambiamento epocale a cui assistiamo, un’opera che comprende un sistema di installazioni che si svolgono nel tempo e in luoghi diversi al fine di far conoscere con una serie di “indizi” l’esistenza del Garbage Patch State da lei inventato. Wasteland ha iniziato il suo percorso nel 2013 a Parigi UNESCO con il coinvolgimento
di organismi internazionali, aziende, fondazioni, associazioni, università, in particolare, l’Università Roma Tre e l’Università degli Studi di Palermo. Ha fatto parlare di sé attraverso moltissimi eventi e media in varie città del mondo: a Venezia, Madrid – ARCO; Roma –Museo MAXXI; New York ONU Palazzo di Vetro; Milano EXPO 2015 Fondazione
I tappi arrivano a Mozia
Bracco. L’evento di Mozia è stato promosso e realizzato dalla Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo in collaborazione con la Fondazione Whitaker e diretto da Paola Pardini. “Quando per la prima volta – racconta la Finucci nel presentare l’installazione di Mozia – ho messo piede sull’isola in un pomeriggio di una giornata di ottobre del 2014 non avevo idea di come sarebbe stata l’installazione che speravo in cuor mio potesse essere realizzata.
Scarico dei tappi sull’isola
Come mio solito, ho quindi cercato di stabilire un contatto con il genius loci di questo magico luogo per interrogarlo. Anche il genietto, dal canto suo, credo mi stesse aspettando perché non tardò a raggiungermi per suggerirmi un’idea che credevo fosse solo iniziale, ma che invece è risultata essere quella definitiva. Camminando tra le rovine fenicie, tra questi muretti, probabilmente una volta case, magazzini, muri di cinta e che comunque dopo duemila settecento anni ci narrano ancora la loro  storia, ho pensato che della nostra era, quello che sopravviverà nel lontano futuro forse sarà solo la plastica. L’era in cui viviamo sarà forse definita dai posteri l’Età della Plastica. Ho immaginato allora che cosa potrebbe trovare un ipotetico archeologo del futuro che scavasse in questa zona. Quando parlo di questo archeologo, mi immagino un alieno che arrivi direttamente dallo spazio, non ho infatti molta speranza che il genere umano possa
sopravvivere ancora per molti secoli continuando ad attingere alle risorse naturali in maniera non sostenibile al ritmo di oggi. Ho fantasticato quindi pensando allo stupore di questo extraterrestre, che chiamerò il Professore, nell’incontrare una moltitudine di oggetti di uso comune della nostra civiltà come bottiglie di plastica, forchettine, bicchieri e di quanto li avrebbe ritenuti assurdamente preziosi e degni di essere esposti nel museo della fondazione Whittaker accanto al meraviglioso vasellame fenicio e addirittura vicino alla statua del “Giovane di Mozia”, il capolavoro dell’arte greca, ritenuta una delle statue più belle dell’umanità… Solo tornando via con la sua astronave ha potuto decifrare quei segni misteriosi quando dall’oblò ha potuto leggere la parola HELP disegnata sul terreno. Ha capito allora il grido di allarme lanciato da qualche contemporaneo di chi legge  queste parole.
Ma perché proprio a Mozia e non altrove? Forse in nostro archeologo tornerà di nuovo sulla terra per soddisfare questa domanda, ma noi non abbiamo dubbi: la Sicilia è la risposta di tutto (Goethe).”


La fotografia del Giovane di Mozia è di Claudio Di Filippo