venerdì 9 settembre 2016

Elena Dak in marcia nel deserto con i Tuareg come un legionario romano

Elena Dak, laureata in Conservazione dei beni culturali con indirizzo antropologico presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, da anni parte per viaggi particolari sulle orme dei nomadi, la sua grande passione. Il risultato è raccolto in due straordinari libri. Il primo, che è stato la sua tesi di laurea, è del 2005 è La carovana del sale.  1200 chilometri con i Tuareg nel deserto del Niger attraverso il Ténéré in 34 giorni, 15 di andata, 4 di sosta nell’oasi dove i carovanieri hanno comprato sale e datteri da scambiare poi con il miglio,  e 15 il ritorno. Il secondo a nove anni di distanza, 2014, è Io cammino con i nomadi. Circa trecento chilometri in cinque settimane a piedi e a cavallo a sud del Tchad per seguire la transumanza dei pastori noti con il nome Bororo, allevatori di zebù dalle grandi
corna a forma di lira. Si trattava di una carovana con 17 famiglie e lei era sempre con due di queste, marito, moglie e 11 figli più il fratello del marito con 2 figli.
Elena l’abbiamo presentata su maremagazine giusto un anno fa come una nostra “inviata molto speciale” da Favignana quando esordì con due post (così son definiti gli articoli nel web) per parlarci di una “figlia della tonnara” e di un ristorante alla moda Quello che c’è c’è  A questo proposito ci piace ricordare che il primo post che pubblicammo è proprio del settembre 2010; ora siamo a quota cinquecentoquarantadue con poco meno di quattrocentomila pagine visitate. Da essere soddisfatti di questo lavoro…
Ma torniamo a Elena, nella foto a destra. Ha 45 anni, il suo vero nome è Dacome, usa lo pseudonimo Dak come fece prima di lei il padre perché il vero cognome risultava sempre incomprensibile ai più. È veneziana, fa del viaggio il suo mestiere, lavora dal 1998 come accompagnatrice di viaggi particolarmente curati e costosi in giro per il mondo per il tour operator milanese Kel12 e con loro ha in calendario una decina di viaggi l’anno.
L’abbiamo incontrata e fotografata nel Museo dell’ex Stabilimento Florio di Favignana dove per la stagione estiva, dirige l’hotel di charm Cas’almare e le abbiamo chiesto cosa l’abbia spinta a intraprendere questi incredibili viaggi. Riportiamo per intero il suo racconto:
I viaggi che ho descritto nei miei libri non ci sarebbe un turista al mondo che li affronterebbe perché sono veramente aldilà dal punto di vista della fatica e dell’impegno al confronto con quelli che faccio per lavoro, bellissimi ma organizzati da un tour operator. Le spedizioni antropologiche che organizzo nascono da una mia incapacità di resistere al fascino che i popoli nomadi esercitano su di me. I viaggi di lavoro nel Niger o nel Ciad mi hanno permesso di avvicinare e incontrare i popoli nomadi.
Nel nulla del deserto mi capitava di imbattermi in flussi di nomadi o transumanti, di popoli in movimento che arrivano, comprivano e poi scomparivano. Questa epifania di genti in movimento suscitava in me un tale stupore e una tale fascinazione che in me iniziò a far scattare un irresistibile desiderio: cosa succedeva in quell’andare che per me che per me durava un istante, visto che io ero ferma. Ma per me quell’istante per loro era un’istante di un infinito o perlomeno frequentissimo movimento. Quindi ho cominciato a sviluppare il desiderio di capire in cosa consistesse veramente quel movimento, cioè il vivere in movimento cosa comportasse per
queste genti. Così insieme agli studi antropologici mi sono resa conto che aldilà della teoria bisognava starci con quelle persone, partecipare al loro movimento, farne esperienza dal di dentro per capire veramente cosa accadeva. Tutto ciò accadeva poco prima degli anni duemila, avevo appena iniziato a lavorare con l’operatore turistico Kel12 e ho iniziato ad avvicinarmi a quelle genti che non erano mai entrate nell’orizzonte dei miei interessi, così hanno fatto irruzione nella mia mente e nella mi curiosità. Quello che c’è di straordinario di vivere in movimento è che non soltanto il tuo corpo si muove, non soltanto le greggi, gli animali, ma tutto te stesso si muove: gli abiti che porti, i
sentimenti che nutri, le lacrime che versi, cioè tutto quello che compone quell’individuo si svolge in movimento. Piangere da fermo o piangere in movimento sembra banale ma non è la stessa cosa. È la costanza del loro vivere che si svolge in movimento, la loro quotidianità. Questo ti costringe a costruire degli equilibri dinamici completamente diversi a quelli statici a cui siamo abituati noi sedentari. E così mi si è presentata l’occasione di trovarmi in Niger, ero con un gruppo di turisti, durante la giornata avevamo incrociato carovane di dromedari che trasportavano sale che hanno suscitato in noi emozioni incredibili. In quel momento ho sentito forte
il desiderio di essere parte un giorno di quell’andare dal nulla verso il nulla. La sera sotto le stelle, quando i miei clienti dormivano, e ero con gli autisti tuareg me ne uscii con la frase “quanto mi piacerebbe un giorno poter far parte di una carovana del sale”.
In quel momento esatto uno degli autisti se ne uscì dicendo “io sono figlio di una capo carovana!” Questa è stata la frase che ha fatto cambiare la mia vita, in quel momento il destino mi stava offrendo la possibilità di realizzare un sogno. Dopo qualche mese questo ragazzo è riuscito a intercedere presso sua padre che decise di accettarmi nella sua carovana, cosa
straordinaria perché le donne tuareg non fanno le carovane, quindi la mia presenza in quanto donna
e straniera doveva essere soggetta a una approvazione. Nove mesi dopo quella notte e quella frase io mi unii, unica donna, alla carovana in una squadra di trecento dromedari e trenta uomini e partimmo per 1200 chilometri in 34 giorni complessivi. Mi ero allenata per nove mesi come se dovessi fare delle gare di triathlon, perché non potevo permettere che la stanchezza o acciacchi fisici mi mettessero in difficoltà. Mi sono portata delle scorte di cibo, ma mi sono subito resa conto che lo spirito della condivisione era talmente fondamentale e che era imbarazzante oltre che ingiusto mangiare cose diverse. Questa è stata la prima grande esperienza che poi ha segnato un percorso.

Nelle foto sopra: Elena in marcia e l’acquisto dei datteri. Sotto le saline
Conosco qualche parola di tamasheq che è la loro lingua e questo mi aiutava, ma soprattutto mi aiutava un tuareg che conosceva il francese per intraprendere una conversazione più articolata, ma la via di comunicazione più frequente, praticata da tutti noi è stata il silenzio. Camminando in media 50 chilometri al giorno, tanta energia da sprecare per parlare non c’era. Oltre al fatto he ti rendevi conto che molto spesso bastava uno sguardo per intenderci su molte cose. Nel caso della transumanza del 2014 ho preteso la presenza di un interprete perché la loro lingua mi era completamente sconosciuta. Per la mia ricerca avevo bisogno di comprendere le cose e di essere sicura di capirle bene. Mi hanno paragonata a un legionario romano che marciava per 40 chilometri al giorno con 30 chili di bagaglio sulle spalle. 
Io non avevo i 30 chili sulle spalle, ognuno di noi aveva una propria cavalcatura per salirci in qualsiasi momento se ne aveva bisogno nelle ore più calde della giornata, ma in realtà tutti salivamo sul dromedario per non più di due ore al giorno, solo quando il sole era veramente feroce, in ogni caso lassù sul dromedario dopo un po’ ti stanchi, senti le articolazioni che si bloccano, così preferisci scendere e camminare perché l’animale oscilla continuamente. È una marcia inesorabile, dalle 5 del mattino fino alle 9 alle dieci di sera, quando il capo carovana stabiliva il punto per accamparci. 
Nella carovana ho perso quattro chili mentre nella transumanza una decina, mangiavamo una sola volta al giorno un po’ di riso e fagioli, con un clima incredibilmente ostile, pesante.
Nonostante tutto il nomadismo è diventato per me uno stimolo per vivere un'esperienza che mi vedrà mobile non solo nel fisico ma anche nel pensiero e nelle emozioni. 

Questo il racconto di Elena che ancora assetata di sapere, di approfondire ulteriormente questo tema, si è appena iscritta alla Bicocca a Milano per seguire un corso di studi con la specializzazione in antropologia. Le fotografie che accompagnano il testo sono ovviamente le sue, me ne ha date più di un centimaio dicendomi sceglile tu!
Vi assicuro che non è stato per niente facile fare una selezione. Ho letto i suoi due libri, che non sono accompagnati dalle sue eccezionali forografie. Comunque La carovana del sale è impreziosito da un inserto a colori con gli acquarelli del maestro Giancarlo Iliprandi che, parole di Elena, hanno dato al libro lo spessore e il valore che nessuna foto avrebbe potuto dare.
Maurizio Bizziccari