domenica 6 dicembre 2015

Capuozzo non ha dubbi, i nostri Marò sono innocenti oltre ogni ragionevole dubbio

La storia è stranota. Il 15 febbraio 2012 nell'Oceano Indiano due pescatori vengono colpiti a morte da una raffica di colpi sparata da una nave mercantile. Nello stesso giorno la Lexie, petroliera italiana che ha a bordo un Nucleo di Protezione Militare, ha respinto un tentativo di abbordaggio con colpi d'arma da fuoco di dissuasione, sparati in acqua. Nel giro di poche ore la nave italiana viene fatta ormeggiare nel porto di Kochi, e due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, arrestati. Comincia un limbo giudiziario fatto di inchieste approssimative, estenuanti dibattiti sulla giurisdizione e sull’immunità funzionale, rinvii e nulla di fatto. Il libro  – Il segreto dei Marò – ripercorre gli equivoci di questa vicenda, per sostenere che i nostri fucilieri di Marina sono innocenti. Questa è la tesi forte e circostanziata che emerge dall’inchiesta giornalistica di Toni Capuozzo che in questo modo spiega il perché sino a questo momento l’India non sia riuscita a rinviare a giudizio i due italiani. Prima dello stop decretato dal Tribunale Internazionale di Amburgo il problema è che non ci sono prove sufficienti e quelle raccolte sono ambigue e traballanti, figlie di un affaire politico-economico più che di un’inchiesta condotta in modo serie e imparziale. Così mentre tutta l’informazione, la politica e anche l’Accademia si è avviluppata a chiedersi se ci fosse oppure no l’“immunità funzionale”, se l’Italia avesse o meno giurisdizione, nessuno è mai davvero sceso a fondo per valutare circostanze e fatto di quanto accadde davvero nel mare delle Laccadive il 15 febbraio 2012. Una verità che probabilmente non sapremo mai, affondata e abbandonata su una spiaggia del Kerala come lo scheletro crivellato del peschereccio St. Antony sul quale non è mai stata fatta una seria perizia.
La ricostruzione di Capuozzo, specialmente quando arriva a conclusioni personali, si può condividere o meno, in alcuni passaggi addirittura confutare, ma il “segreto” di cui parla appare limpido e lampante, proprio come quello di “Pulcinella” le indagini sono state condotte male. Non si tratta quindi di essere innocentisti o colpevolisti , ma di analizzare i fatti, le circostanze per primo l’orario in cui è avvenuto il fatto. Su questo India e Italia concordano, l’evento si è determinato  tra le 16 e le 16.30 ma più che una certezza da parte indiana pare un compromesso, perché l’orario contrasta con quanto affermato dal comandante del St. Antony Freddy Bosco il quale una volta arrivato a terra dichiara di fronte a testimoni e telecamere che il fatto si è svolto alle 21.30, cioè ben cinque ore dopo. Più tardi il comandante ritratterà e a, riprova, consegnerà alla polizia (ma solo otto giorni dopo l’incidente) il GPS, lo strumento che segna e indica la posizione) nel quale le rotte delle due unità coincidono. Ma anche sulla posizione qualcosa non torna, perché, inizialmente, sempre a caldo Bosco aveva dichiarato che la sua imbarcazione si trovava a 14 miglia dalla costa e non a 20,5 miglia, posizione accertata dalla Lexie.Ci sono ben 6 miglia di differenza tra i due punti e per un peschereccio  che va a 6 nodi vogliono dire un’ora di navigazione. Le testimonianze del capitano indiano e e quelle dei marò contrastano anche sulle modalità e la durata della sparatoria. Il primo riferisce che è durata due minuti, una vera valanga di fuoco, circostanza che non si concilia con le tre raffiche dichiarate dai marò a bordo della Lexie, del resto, confortate dalla conta delle munizioni mancanti tra quelle in dotazione del team. Nell’analisi delle dichiarazioni contrapposte sembra che nessuno delle due parti abbia davvero riconosciuto e identificato l’altra (eppure erano le 16.30 in pieno giorno) Freddy Bosco non riconosce il nome della nave ma solo il colore rosso e nero (il nome lo ricorderà in seguito) e dal canto loro gli stessi fucilieri di marina e il vicecomandante della Lexie non riconoscono nel St. Antony l’unità sulla quale hanno fatto fuoco. E ciò vorrebbe dire che i nostri non solo mentono spudoratamente, ma che non sanno distinguere in peschereccio da una unità pirata lanciata a 30 nodi (e non 8-10 nodi come il St. Antony) dove per di più non avvistano anche gli uomini armati da una distanza di non più di 40-50 metri. La perizia balistica può essere l’elemento decisivo di qualunque processo, ma anche qui ci sono forti dubbi: la prima è svolta dal professore indiano Sasikala che trova un proiettile nel cranio di Jelastine e l’altro nel petto di Ajesh fornendo tre misure: 3,1 cm di lunghezza, due cm di circonferenza sulla punta, 2,4 sopra la base.
Nicolò Carnimeo
Una semplice operazione di calcolo sulla base di questa circonferenza fornisce un calibro che è dato dal diametro di 7,64 millimetri, dunque la misura fornita è molto vicina al calibro 7,62 che è un calibro Nato, ma anche di molte armi dell’ex Patto di Varsavia. Un calibro molto distante dal 5,56 delle armi in dotazione ai Fucilieri del San Marco. Questa autopsia venne poi smentita da un accertamento affidato all’Ufficio del direttore del laboratorio di scienza del Kerala. Per mettere un punto alla vicenda si sarebbe potuto analizzare il St. Antony che rappresenta un reperto giudiziario a tutti gli effetti, ma poco tempo dopo l’incidente viene dissequestrato. Il capitano Bosco dopo avere recuperato quel che gli poteva tornare utile  lascia il peschereccio affondare attraccato a un molo sino a che in giugno una squadra lo trascina a riva con funi e carrucole. Il natante è tutt’ora custodito sulla spiaggia nei pressi del posto di polizia esposto alle intemperie e probabilmente inutile. Una buona indagine deve poi seguire tutte le possibili piste, e nessuno si è realmente interessato di una nave che transitava in quel momento nelle acque indiane e che, come al Lexie, ha subito un attacco pirata lo stesso giorno, solo qualche ora più tardi.
Parliamo della Olympic Flair che batte bandiera greca e che nella sera del 15 febbraio ha riportato alle autorità indiane di avere subito un attacco pirata. Non viene neppure contattata, anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana. “Neanche un’ora dopo avere invitato la Lexie – scrive Capuozzo – a puntare su Kochi, la Guardia Costiera Indiana riceve – sono le 22.30 – un messaggio dal Piracy Reporting Centre di Kuala Lumpur: la petroliera frega Olympic Flair ha denunciato di avere subito un attacco pirata mentre era all’ancora a a su ovest di Kochi. Circa 20 pirati su due imbarcazioni hanno cercato di abbordare la nave prima delle 22.30 e c’è il dettaglio delle die imbarcazioni dei pirati che lascia pensare a un tragico equivoco, una barca pirata contro la nave greca e il St. Antony preso nel mezzo”.
L’AIS della petroliera greca è spento non si può localizzare né rilevare la rotta, solo grazie al lavoro di Ennio Remondino, allora corrispondente Rai, è arrivata l’ammissione che a bordo della Olimpic Flair c’era personale armato contractor dell’agenzia Diaplous. Quante circostanze ancora da accertare! Sule quali probabilmente non indagherà nessuno perché il tribunale di Amburgo si limiterà a questioni di diritto internazionale, si arriverà forse a un accordo lasciando su questa vicenda un’ombra cupa e colpevolista che l’ha connotata sin dal principio. Quando questa triste vicenda sarà terminata e qualcuno leggerà a posteriori Il segreto dei marò, potrà avere uno spaccato preciso dell’epoca che stiamo vivendo nella quale la crisi non è solo economica, ma è tale perché si sono messi in gioco o svenduti quei valori sui quali si basa la nostra identità come Paese, i pilastri sui quali si regge il tempio.
Nicolò Carnimeo (questo articolo Carnimeo l’ha pubblicato sul quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno)