venerdì 10 ottobre 2014

L’emozione di ammirare a 130 metri di profondità una nave naufragata 2000 anni fa


Sommergibile Titan sul relitto Panarea III
È a partire da questa testimonianza, la riportiamo per intero, che comprendiamo come la Soprintendenza del Mare siciliana continui a regalarci sorprese grazie proprio al dinamismo di Sebastiano Tusa che riesce a coinvolgere per le sue ricerche in mare prestigiose fondazioni no profit americane “armate” delle più moderne tecnologie.
Di relitti antichi e moderni nella mia lunga carriera di archeologo ne ho visti e toccati a decine, ma essere riuscito a raggiungere un relitto di una nave naufragata 2000 anni fa che si trova nel buio e nel silenzio di 130 metri di profondità mi dato un’emozione indescrivibile che non avevo mai provato. Avere la possibilità, grazie al batiscafo messo a disposizione dalla GUE, di adagiarmi dolcemente sulla distesa di anfore ed osservarle una ad una per oltre tre ore, di “toccarle” con il braccio antropomorfo facile da usare come un gioco elettronico da Luna Park, è stata una delle esperienze più interessanti della mia vita che mi ha fatto toccare con mano quanto
Sommergibile Titan recupera un piatto
la tecnologia possa ormai aiutare la scienza. Il risultato più eclatante di questa possibilità che mi è stata offerta è stata la scoperta di un reperto eccezionale: un altare in terracotta su colonnina con decorazione in rilievo ad onde marine. Avevo letto sia su saggi scientifici che sulle fonti storiche che a bordo si sacrificava agli dei dopo aver superato un passaggio difficile, prima di salpare o prima di arrivare al fine di trovare genti non ostili e ristoro alla navigazione. Mai avevo, però, scoperto un vero e proprio altare intuendone la diversità in mezzo a centinaia di anfore rotolate dal carico dopo il ribaltamento della sfortunata nave.”
Thymiaterion: altare in terracotta

Per prima Tusa ha coinvolto la fondazione privata RPM Nautical Foundation, nata con lo scopo di sviluppare la ricerca archeologica subacquea che ha messo a disposizione la nave oceanografica Hercules utilizzata da più anni nelle campagne di ricerche per la localizzazione della Battaglia delle Egadi contrassegnate da recuperi straordinari (fino ad oggi 11 rostri). La base fissa delle sue due navi da ricerca Juno e Hercules è a Malta.
Quest’anno, nel mese di settembre, per una campagna di ricognizioni archeologiche in alto fondale  nelle acque di Pantelleria, Lipari e Panarea coordinata dallo stesso Tusa con Roberto La Rocca e con l’ausilio di Salvo Emma, ha coinvolto la GlobalUnderwater Explorers (GUE) e il suo suo presidente Jarrod Jablonski nell’ambito del progetto “Project Baseline”. 
Mario Arena, Jarrod Jablonski, Sebastiano Tusa
Diversi sponsor hanno partecipato alla missione tra i quali una seconda no–profit americana, la Brownie’s GlobalLogistics (BGL) e il suo Presidente Robert Carmichael. Importante la fattiva collaborazione delle Capitanerie di Porto di Pantelleria e Lipari. In particolare l’Ufficio circondariale marittimo di Lipari comandato dal T.V. Paolo Margadonna, con la motovedetta CP 322 comandata dal M.llo Roberto Mangione, ha partecipato direttamente alle operazioni di recupero di alcuni reperti effettuate sul relitto Panarea III. Le ricognizioni sui siti indicati dalla Soprintendenza del Mare sono state effettuate sia con l’impiego dei subacquei altofondalisti, sia con due sommergibili Triton submersibles biposto dotati di braccio meccanico e attrezzature di documentazione videofotografiche. 
Immersione del sommergibile
La nave di 50 metri Pacific Provider dotata delle più recenti tecnologie dedicate alle immersioni tecniche subacquee e di una camera iperbarica, ha fatto da supporto alle operazioni di ricognizione. Le tecnologie e le attrezzature utilizzate per la missione sono state fornite dalla GUE e dalla Brownie’s Global Logistic. A Pantelleria sono state effettuate ricognizioni subacquee sui fondali di Cala Levante, Cala Tramontana e Cala Gadir fino a profondità di oltre 100 metri individuando vari areali con presenza di anfore di varia tipologia (principalmente greco-italiche e puniche).
Ma è a Lipari e Panarea che si è concentrata maggiormente l’attività sui siti subacquei di Capistello e dei relitti Panarea II e Panarea III. A Capistello si è esplorata l’area del ben noto relitto già sondato in passato il cui carico è stato recuperato a più riprese oltre ad essere stato purtroppo anche saccheggiato. Parte del carico è scivolato più in profondità e sono stati individuati numerosi ceppi d’ancora in piombo, alcuni con le contromarre La presenza di un numero consistente di ancore conferma la caratteristica del sito come luogo di sosta ed ancoraggio lungo le rotte antiche che interessavano l’arcipelago eoliano.
Sub altofondista sul relitto
A circa 120 metri di profondità nell’area circostante il relitto vero e proprio, di cui ancora è ben conservata una porzione lignea della chiglia, è stata identificata la base ed il fusto scanalato di un thymiaterion in terracotta di cui manca apparentemente il bacino superiore. Nella medesima zona, ad una profondità di circa 80 metri, si sono trovate due anfore già imbracate insieme con una cima legata ad un pallone di sollevamento che dovette collassare impedendo il trafugamento delle stesse.
Reperti issati a bordo
L’attività più consistente e di successo si è avuta esplorando approfonditamente il relitto di Panarea III, già identificato nel 2010 in seguito ad una campagna di rilevamenti a mezzo side scan sonar con la collaborazione della Fondazione Aurora Trust. Si è effettuata la fotogrammetria in 3D dell’intero carico anforaceo ed una accurata documentazione video fotografica ad alta definizione. Avendo avuto la possibilità di analizzare con sistematicità il carico osservandolo sia per mezzo del batiscafo che tramite le ricognizioni dei subacquei altofondalisti si sono raccolti interessanti dati sul carico. In particolare si è notato che la maggior parte delle anfore sono del tipo greco-italico, ma una consistente parte era anche costituita da anfore puniche posizionate su una estremità del carico che ipotizziamo essere la parte prodiera. 
In  questa parte si è constatata la presenza di una macina (catillo), di alcuni vasi cilindrici del tipo sombrero de copa (alcuni impilati uno dentro l’altro), alcuni piatti cosiddetti da pesce, altri piccoli piattelli e ciotole  e un thymiaterion intero rotto in due parti con la base modanata recante un’iscrizione in greco costituita da tre lettere (ETH). Il resto dell’oggetto è costituito da una bassa colonna cilindrica liscia e da un bacino di grandi dimensioni.
La giacitura del carico porta ad ipotizzare una dinamica di affondamento che portò la nave a coricarsi sul suo lato sinistro. Ciò è desumibile dalla posizione delle anfore e dalla presenza degli oggetti di bordo (piatti, macina, thymiaterion, etc.), che dovevano trovarsi in stiva e sulla prua, ribaltati e quasi scaraventati fuori dall’areale di dispersione del carico.
Piatto per il pesce
Prelevate dai subacquei altofondalisti della GUE alcune anfore (un esemplare di ogni tipologia riscontrata nel carico), il thymiaterion, alcuni piatti e piattelli, una brocca, un’olla e due vasi del tipo sombrero de copa. Particolarmente interessante si è rivelato il thymiaterion recuperato poiché integro con decorazione in rilievo sul bordo del bacino costituita da onde marine stilizzate.
La missione congiunta tra la Soprintendenza del Mare la GUE e BGL è stata un successo sia perché si è aggiunta una documentazione preziosa per lo studio e la tutela dei relitti, sia perché si sono recuperati oggetti di pregio che arricchiranno la già nutrita collezione archeologica subacquea del Museo Archeologico Eoliano L.Bernabò Brea di Lipari, sia per la dotazione di materiale documentario di grande efficacia visiva e didattica che sarà utilissima per realizzare prodotti multimediali finalizzati ad una delle attività strategiche della Soprintendenza del Mare: la diffusione della cultura e del rispetto del patrimonio culturale marino e delle immense valenze storico-culturali del mare siciliano nel mondo. 
Carico anfore relitto Panarea III
Aspetto sottolineato dall’assessore dei Beni culturali e l’Identità siciliana Prof.ssa Furnari che durante la visita al cantiere di scavo ha auspicato la realizzazione di materiale visivo didattico da fare veicolare nelle scuole e nelle principali città e borghi marinari della Sicilia, ma anche al di fuori dell’isola, al fine di diffondere la conoscenza del patrimonio culturale marino della Sicilia.
È bene ricordare che la Sicilia, avendo una competenza esclusiva sui beni culturali in virtù del decreto (DPR n. 805 del 1975), ha trasferito le competenze in materia di beni culturali dallo Stato alla Regione, e ha un particolare regime di tutela e valorizzazione dei reperti archeologici subacquei rinvenuti nel proprio mare, che la pone all’avanguardia nella tutela del suo patrimonio. Grazie a questa possibilità, con l’art. 28 della Legge finanziaria regionale del 2004, è stata istituita la Soprintendenza del Mare, una struttura con competenza regionale che opera presso l’Assessorato per i beni culturali ambientali e pubblica istruzione e ha compiti di ricerca, censimento, tutela, vigilanza, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori.
Nave Pacific Provider
Opera in piena autonomia, con un’ottica a tutto campo, è diretta dal soprintendente
Sebastiano Tusa, ed è costituita da operatori subacquei, archeologi, ingegneri, architetti, ricercatori bibliografici, geometri, geologi, fotografi, informatici e disegnatori e si avvale del supporto delle forze dell’ordine.
Può avvalersi della collaborazione dei mezzi navali, aerei e strumentali dell’Arma dei Carabinieri (Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale), della Guardia di Finanza (Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico del Comando Unità Speciali della Guardia di Finanza), della Polizia di Stato, dei Vigili del Fuoco, della Guardia Costiera e della Marina Militare. A questo proposito va ricordato che nel 1998 il Ministero dei Beni Culturali stipulò una convenzione con il Ministero della Difesa che attribuì alla Marina Militare i compiti di ricerca, localizzazione e recupero di beni storico-archeologici in fondali inferiori e superiori ai 40 metri di profondità, con mezzi appositamente attrezzati, e di vigilanza, prevenzione e repressione di eventuali illeciti. Va infine ricordato che una particolare competenza in materia di controllo e repressione delle violazioni di legge nel campo dell’archeologia subacquea in Italia è riconosciuta alle Capitanerie di Porto e alla Guardia Costiera.
Il Titan al lavoro a -130

Un po’ di storia delle scoperte archeologiche nei mari siciliani
Nel 1955 un peschereccio italiano, l’Angelina Madre, impiglia le sue reti in un oggetto sommerso a circa 20 miglia marine dalla costa della Sicilia meridionale: questa piccola statuetta fenicia in bronzo, custodita nel Museo archeologico di Palermo, rappresenta il dio del mare Melqart. Il prezioso reperto diede luogo a un caso giudiziario che rimane ancora  oggi esemplare nel campo controverso della condizione giuridica dei reperti archeologici trovati in mare. Fu allora che il giudice, in virtù dell’art.4 del codice della navigazione, giudicando le reti estensioni del natante, stabilì che una volta venuto in contatto con imbarcazione battente bandiera italiana, il reperto fosse da sottoporre alla legge nazionale (l’allora 1089 del 1939) e, quindi, di proprietà dello Stato.
Briefing, si valuta la posizione del relitto
Nel 1969, lavori di dragaggio effettuati di fronte a Mozia, poco a nord di Marsala, evidenziarono la presenza di diversi relitti antichi fra i 2 e i 6 metri di profondità; nei due anni seguenti ricerche archeologiche portarono alla scoperta del primo relitto di nave punica fino ad allora conosciuto, che fu oggetto di quattro campagne di scavo (1971-1974) guidate da Honor Frost.
Nel marzo 1998, un motopesca di Mazara del Vallo (Trapani), il “Capitan Ciccio”, comandato da Francesco Adragna, recuperò casualmente con la sua rete a strascico, a oltre 400 metri di profondità, tra Pantelleria e Capo Bon, una grande statua bronzea raffigurante un satiro in atteggiamento di frenetica danza, in seguito meglio conosciuto come satiro danzante, vero e proprio capolavoro dell’arte greca della fine del IV secolo a.C.
Il Titan issato a bordo
Ma le problematiche dell’alto fondale finirono sulle prime pagine dei giornali in seguito alle “spericolate” imprese di Robert D. Ballard, il famoso oceanografo  statunitense esploratore di abissi. Tutto cominciò quando Ballard annunciò, presso la National Geographic Society a Washington, di aver localizzato una grande concentrazione  di relitti antichi in acque profonde a nord-ovest della Sicilia, lungo una via di comunicazione tra  Roma ed il Nord–Africa.  Le tracce di ben otto imbarcazioni furono rinvenute a circa 800 metri di profondità nei pressi del Banco Skerki dal sottomarino nucleare della Us Navy. A questi formidabili mezzi tecnologi ci si aggiunse il veicolo a comando remoto (Rov) Jason, lanciato dal sommergibile nucleare per effettuare documentazioni  fotografiche e grafiche e per prelevare 115 oggetti nel corso dell’esplorazione dei relitti. Se il satiro è stato “salvato” dal “predone” Ballard, sono purtroppo innumerevoli le opere d’arte rinvenute in passato nelle acque italiane da sub senza scrupoli e poi imbarcate clandestinamente per lidi d’oltreoceano. Un esempio per tutti: il bellissimo bronzo dell’Atleta di Fano, ora al Getty Museum di Malibu.
Foto ricordo dell’equipe con i reperti
Queste scoperte al di fuori dei mari territoriali accendono i riflettori sul  problema della ricerca e tutela del  patrimonio storico-archeologico subacqueo e sui rischi di depredazioni o distruzioni ad opera dei  vari “predoni” del mare o, più semplicemente, per l’azione “inconsapevole” delle reti a strascico.  Questo settore della ricerca archeologica costituisce una vera e propria nuova frontiera  dell’archeologia per le potenzialità dei rinvenimenti, per la spettacolarità  delle tecnologie coinvolte  e per i problemi giuridici che solleva poiché quasi sempre il teatro operativo si trova in acque non territoriali dove l’intervento non è specificatamente normato, affidandosi, al momento, alle sole  raccomandazioni della convenzione di Montego Bay.
Nel corso dei diversi convegni internazionali sono state tracciate delle linee guida per salvaguardare il patrimonio sommerso, in funzione “anti Ballard”, sottolineando la necessità di creare strumenti legali chiari ed efficaci, di sviluppare la cooperazione fra gli Stati rivieraschi (come espressamente previsto nella parte IX della “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) e realizzare una mappatura dei siti da proteggere (anche dalle reti a strascico dei pescatori). Soltanto nel 2001, quasi vent’anni dopo l’adozione della è stato possibile completare l’iter legislativo da questa avviato in merito alla protezione del patrimonio culturale sommerso, in modo più completo e (si spera) più efficace: la nuova “Convenzione sulla protezione del Patrimonio Culturale Sottomarino”, approvata il 2 novembre 2001 dalla 31esima Conferenza Generale dell’UNESCO, riunita in sessione plenaria a Parigi, ed entrata in vigore di recente, il 2 gennaio del 2009, ha finalmente permesso di compiere un significativo passo avanti.
Le fotografie sono di Salvo Emma
Maurizio Bizziccari