sabato 1 giugno 2013

Il valore etico dei Frutti di Pace

Marmellate e succhi della coop. Insieme esposte in Libreria
“Perché raccontare su Maremagazine una storia che non ha nulla a che vedere con il mare? Perché parlare di Bosnia Erzegovina? Semplicemente – spiega Mario Boccia autore di questo servizio – perché penso che chi ama il mare, parafrasando Baudelaire, sia davvero un uomo libero e giusto per istinto. E poi, per me, è una storia che merita il Nobel per la Pace per il suo valore etico. La storia nasce nel 2003 quando un gruppo di dieci persone decise di formare una cooperativa per riattivare un’attività produttiva storica nella regione della valle della Drina: la produzione di marmellate e succhi di piccoli frutti esclusivamente lamponi, mirtilli e more. Anche la libreria il Mare ha deciso di metterle in vendita per farle conoscere alla sua clientela. Erano (e sono) in maggioranza donne e INSIEME fu il nome scelto, in italiano, per confondere le idee ai nazionalisti locali, e perché tanti amici italiani le aiutarono. Oggi, a dieci anni dalla fondazione, conclude, 500 famiglie di soci tra Bratunac e Srebrenica vivono anche grazie al loro lavoro.” 

Consegna dei lamponi appena raccolti
Mario Boccia segue fin dall’inizio la cooperativa, ne cura le relazioni pubbliche e l’Ufficio Stampa in Italia. Mario, giornalista e fotoreporter, romano, 58 anni, ha visto nascere la Libreria il Mare collaborando per un certo periodo agli inizi quando il Mare era in piazza Farnese. 
È un “free lance” specializzato in reportage sociali e d'attualità internazionale. Collabora con molte testate nazionali. È stato corrispondente e inviato de “il manifesto” a Sarajevo, Belgrado, Pristina e Skopje. Ha realizzato servizi in Palestina e in tutto il Medio Oriente, Sue fotografie sono state utilizzate per promuovere compagne di solidarietà da organizzazioni “no-profit”.
Ecco la storia della cooperativa Insieme con una premessa, d’obbligo, che bene inquadra il contesto della sua nascita.
Sarajevo, Mario Boccia, alle sue spalle il monumento alla Liberazione
La Bosnia Erzegovina non ha il mare, tranne un piccolo sbocco sull’Adriatico, ben protetto dalla penisola di Pleijsac (Sabbioncello, il suo nome ai tempi della Repubblica di Ragusa), che interrompe la continuità della costa Croata. Non si tratta di un portato delle recenti guerre balcaniche, ma dell’eredità di un trattato seguito a una guerra della fine del ‘700, tra i turchi e la repubblica di Ragusa. Questa discontinuità della costa disturba i croati, che stanno progettando un ponte, per evitare ai propri cittadini il transito obbligatorio in territorio bosniaco per raggiungere Dubrovnik (Ragusa), in Croazia. Percorrendo da frontiera a frontiera la strada costiera che taglia un piccolo promontorio, la distanza segnata dal contachilometri della vostra auto sarà inferiore a 10 km (molto meno dei 25 km di costa ufficiali che comprendono ogni metro del perimetro del promontorio semi-disabitato). Se non ci fossero frontiere di mezzo, un ponte nuovo sarebbe cemento inutile, ma la difesa dell’ambiente non è mai una priorità della politica estera. 
Del resto la Bosnia Erzegovina, che non ama l’idea del ponte croato da costruire davanti al suo unico porto, a Neum, propone un’alternativa altrettanto eco-insostenibile: la costruzione di un tunnel sottomarino. Tra i due litiganti, meglio stare con i pesci. Per dieci anni (dal 1991 al 2001) ho seguito, da giornalista, la crisi della ex-Jugoslavia. Ho scritto e fotografato di quelle guerre. In quell’arco di tempo, l’episodio più atroce, tra molti, è quello accaduto l’11 luglio del 1995. Il nome impresso nella memoria è: Srebrenica. Alla caduta della cittadina, enclave bosniaco-musulmana in un territorio controllato da serbo-bosniaci (cristiano-ortodossi), il sonno della ragione ha generato mostri. Parlano i numeri: prima della guerra in quel comune abitavano 33.000 persone, i resti umani trovati nelle fosse comuni, identificati con l’analisi del DNA, sono quasi 8.000, ma il lavoro non è ancora finito. 

A sn. Maja e Nermina, agronome della Cooperativa Insieme. È importante specificare che sono una musulmana e una serba, o è meglio dire che sono amiche?

Sono stati fucilati gli uomini e i ragazzini trovati in città al momento della caduta, che era stata dichiarata area protetta dall’ONU. Fucilati dopo essere stati divisi dalle donne, madri e sorelle, nonostante molti si fossero rifugiati nel recinto della base dei caschi blu dell’ONU (olandesi), oppure raggiunti, fermati e fucilati, mentre cercavano di scappare tra i boschi. Un’operazione del genere non può essere realizzata senza una lucida pianificazione. Servono macchine scavatrici e il lavoro di tanti uomini, oltre ai boia. È stato un salto di qualità nell’orrore. Era necessario questo scempio, da un punto di vista militare?
Naturalmente no, ma lo era da un punto di vista strategico.

A ds. Operaie intente alla lavorazione per la pulitura e selezione dei lamponi. Si effettua a una temperatura di -5°, i turni non superano le due ore

Si voleva commettere qualcosa d’imperdonabile per creare un solco di odio che rendesse impossibile il ritorno alla convivenza di due dei popoli più antichi, tra quelli costitutivi la Bosnia Erzegovina: i serbo-bosniaci e i musulmano-bosniaci. Dividere le persone, per garantire ai signori della guerra una gestione separata della terra conquistata. Perché in Bosnia si è combattuto per questo: conquistare terra e potere e le differenze religiose (o “etniche”, abusando la parola stessa) sono state un paravento. Un imbroglio etnico, appunto.  L’applicazione degli accordi di Dayton, che segnarono la fine dei combattimenti, è del marzo del 1996. La pulizia etnica della zona di Srebrenica e Bratunac (dove lavora la cooperativa della quale sto per raccontarvi) era completa e più dell’ottanta per cento delle case erano distrutte o gravemente danneggiate.
A sn. Radmila (Rada) Zarkovic, presidente della Cooperativa Insieme al Salone del Gusto di Torino del 2012

Oltre ai morti di Srebrenica, c’erano anche molti morti dell’altro gruppo etnico, minori di numero, ma (purtroppo) poco ricordati. Ricominciare a vivere qui, con almeno un lutto in ogni famiglia, in un territorio devastato dalla guerra, sembrava impossibile.
 “Prima della guerra non avevo amicizie multietniche” – racconta Radmila (Rada) Zarkovic, presidente della Cooperativa Insieme – “avevo amicizie e basta”. Oggi, per spiegare l’importanza di questa esperienza, bisogna sottolineare che tra i soci e le socie non c’è nessuna discriminazione “etnica” e che quindi questa è una cooperativa “mista” (brutta parola; meglio dire che è una cooperativa come sarebbe stata prima della guerra).  In quel contesto terribile, queste donne hanno affrontato un percorso di rielaborazione del lutto basato sul rispetto del dolore dell’altro. Sono riuscite, o meglio, stanno riuscendo, perché il processo non può dirsi concluso, a ricomporre quel tessuto umano, sociale, fatto di conoscenza e fiducia reciproca che i signori della guerra volevano distruggere per sempre. Provate a immedesimarvi, per cercare di capire che cosa significa.
Cottura dei lamponi
Il dolore è un sentimento egoista. Per rispetto alla memoria dei propri morti, si è portati a non accettare che anche altri possano aver subito una perdita simile alla vostra. Ma così lasciamo che vincano i signori della guerra. Quando a un membro della cooperativa sono stati portati i resti del padre, identificato col DNA, tutti gli altri e le altre si sono stretti attorno a lui, a prescindere dalla religione di appartenenza, e lo hanno ricordato insieme. Vengono i brividi a raccontarlo, ma è successo altre volte ancora. In questa piccola area, poco a poco, sono tornati in molti dei profughi cacciati dalla guerra. Più che in altre zone. Parlo dei rientri di quelli di religione diversa dalla maggioranza dei residenti, in un percorso inverso di “contro-pulizia-etnica”. Tornano a recuperare la propria vita.  “Per far questo non bastava ricostruire chiese o moschee dove pregare” – dice Rada – “ma bisognava costruire le condizioni per rendere possibile il ritorno di tutti gli scacciati con la forza delle armi”. “Questo era il nostro obiettivo e abbiamo capito subito che poteva essere realizzato solo creando opportunità di lavoro per tutti”. Così un capannone semidistrutto, fu ristrutturato e attrezzato con celle frigorifere e attrezzature nuove. I contributi arrivati da progetti di cooperazione internazionale sono stati spesi bene (e documentati al centesimo) per realizzare un impianto proiettato nel futuro.

A sn. Pausa caffé:  Rada, Nermina e Zinhija a Bratunac. Rada e Zinjia sono due delle 10 socie fondatrici, Nermina è agronoma.

Gli standard qualitativi della comunità europea sono stati rispettati, prima ancora di entrare in Europa, come le regole dell’equità e della sicurezza sociale per i soci e i dipendenti e il rispetto per l’ambiente. Dall’intenzione iniziale di puntare al commercio della materia prima (i piccoli frutti) selezionata e surgelata, la cooperativa ha realizzato un nuovo obiettivo: produrre prodotti trasformati in grado di garantire un maggiore margine di guadagno e nuove assunzioni. Così sono nate le linee di confetture di piccoli frutti (lo sapevate che la parola “marmellate”, in termini merceologici, può essere riferita solo agli agrumi?) e quelle di succhi di frutta, che in realtà sono vere spremute di lamponi, mirtilli, more e frutti misti di bosco (un prodotto senza concorrenti sul nostro mercato).
A questo punto come raggiungere un livello di vendite che possa permettere la prosecuzione del sogno (e dei rientri)?

A ds. Torino 2012, Salone del Gusto – Terra Madre, esposizione dei Frutti di Pace.

Dopo anni di tentativi, contando sull’aiuto di una grande rete di amici italiani, ora le linee di prodotti della Cooperativa Insieme, iniziano ad essere distribuiti in Italia, anche fuori dagli episodi legati a manifestazioni di solidarietà. Allo scorso Salone del Gusto – Terra Madre a Torino (2012) una linea di confetture, che si chiamano “Frutti di Pace”, è stata presentata presso lo stand di Coop-Italia. È stato un primo passo. Attualmente ci sono tre livelli di distribuzione per i “Frutti di Pace”: le Coop Nord-Est e Coop Lombardia (negli ipermercati) hanno le “confetture di frutta extra ricca” (more, lamponi e misto bosco); Altromercato distribuisce la linea Biologica di confetture e nettari di frutta nei negozi Equo Solidali in tutta Italia (a Roma segnalo i punti vendita di Equociquà le richieste da parte di GAS (gruppi di acquisto solidali) possono essere gestite da un importatore autorizzato di Milano (info@mio-bio.it).  È sempre Rada a sintetizzare la strategia di questo periodo: “un nostro prodotto può essere acquistato la prima volta per nobili motivi di solidarietà, ma la seconda e terza volta sarà acquistato solo se è buono. Per questo puntiamo tutto sull’alta qualità. La scommessa è sul secondo vasetto.” Riusciranno i “Frutti di Pace” ad affermare la loro presenza in una nicchia stabile di mercato, senza soldi da spendere in pubblicità? Questa è la scommessa da vincere e questo è il loro sito: www.coop-insieme.com
PS: una domanda: guardando le foto riuscireste a distinguere una contadina o un’operaia ortodossa da una musulmana, mentre sorridono e lavorano insieme? Per questo meritano il Nobel per la Pace.
Mario Boccia
tutte le fotografie sono opera di Mario, che ringraziamo


Segnaliamo due libri di Mario Boccia, recenti e rintracciabili, uno è distribuito da Terre di Mezzo e si trova facilmente in libreria:
VIAGGIO IN ERZEGOVINA – storie di cibi e di contadini - di Andrea Semplici e Mario Boccia
UNA VIA DI PACE – di Andrea Semplici e Mario Boccia  (con questo link  http://libri.terre.it/?idm=4&idn=333si può anche sfogliare e leggere il primo capitolo)