sabato 4 maggio 2013

Essere residenti su una barca. Il primo e unico caso in Italia è quello di Roberto Soldatini

Eccomi tornato a scrivere per voi un’altra avventura di Denecia II. Questa volta però non vi racconto di un viaggio, bensì di un ritorno, e di come questo ritorno mi abbia permesso di risolvere il problema della residenza in barca, il primo ed unico caso in Italia, fino a prova contraria.
Ci siamo lasciati con l’ultima puntata dell’Andar per isole, a Milos, dopodiché ho doppiato il temibile Capo Malea, ho risalito pigramente lo Ionio, l’ho attraversato da Paxos a Roccella Ionica, mi sono fermato una decina di giorni a Siracusa, poi da lì rotta per Roma, che a fine ottobre è stata piuttosto impegnativa, facendo lo slalom tra una bufera e l’altra e spesso passandoci nel bel mezzo, ma questa è un’altra storia da raccontare, forse. Decido di rifugiarmi a Napoli in una giornata di pioggia, la burrasca spinge Denecia nel Golfo come un siluro: “navi porta container, se non ve spostate v’affonno!”
Roberto Soldatini e la sua nuova Carta d’Identità con la residenza Via Luculliana 15, is. Barca

Entrare in barca a Napoli è fantastico, perché entri davvero nella città, voglio dire: la vedi, non come nella capitale che “atterri” a Fiumicino insieme agli aerei, qui scendi dalla barca e sei in pieno centro. Il Borgo Marinari, al Castel dell’Ovo, è uno dei posti più belli per vivere in barca. La prima mattina apro le tendine dell’oblò e mi rendo conto che incornicia perfettamente il Vesuvio (“cabina con vista”), poi esco dal borgo e mi trovo sul lungomare reso da poco pedonale con tanto di pista ciclabile che si estende fino a Mergellina, questa fa si che il Borgo sia un’isola di pace, surreale in mezzo ad una metropoli. Di fatto Castello e Borgo sono davvero su di un’isola, Megaride.
Denecia e il Borgo Marinari alla vigilia di Natale.
Qui sbarcarono i greci e fondarono Partenope, ancor prima che nascesse Roma, qui Lucullo scelse di costruire la sua villa, qui quindi si svolgevano i famosi banchetti, dai quali deriva il detto “banchetto luculliano”. Che emozione vivere qui.
Che emozione attraversare il ponte che collega Megaride alla terra ferma, a qualsiasi ora e con qualsiasi luce, ma soprattutto al tramonto: le luci delle case che si accendono su Posillipo in contrasto con il cielo rosso fuoco da un lato, il Vesuvio dall’altro, e al centro il Castel dell’Ovo illuminato, a stento trattengo delle lacrime... Poi due passi e arrivo a piazza del Plebiscito, che l’illuminazione all’imbrunire rende ancora più affascinante, a completarla dei ragazzi seduti sulla scalinata appoggiano un ombrello aperto colore rosa in corrispondenza di una luce a terra, un effetto coreografico troppo bello perché sia casuale, poi entro nella Basilica e trovo un suggestivo concerto da camera di musica barocca, e per cenare non rimane che scegliere una delle caratteristiche trattorie dove si mangia bene e si spende poco (la mia preferita è Da Peppino, il ritrovo degli artisti), quattro o cinque tavoli in una stanza unica dove una signora cucina e serve a tavola, a Napoli esistono ancora, a Roma sono sparite, inghiottite dai vari MacDonald e Pastarito...
A sn Denecia II ormeggiata davanti al ristorante Transatlantico, a volte vedo avventori mangiare per ore e la mente corre ai famosi banchetti che Lucullo offriva ai suoi ospiti proprio qui.

Tornando a piazza del Plebiscito trovo due anziani trombettisti che suonano, solo per il loro diletto, duettando sotto il colonnato, che amplifica l’effetto eco già creato dallo strumento raddoppiato. Considerando lo strumento che suonava mio padre, questo “concerto”, nel mio primo giorno a Napoli assume ovviamente un significato particolare... La sera dopo invece, sempre sotto il colonnato ci sono una cinquantina di ragazzi che ballano, la musica è mantenuta a un livello discreto, tanto che attraversando la piazza l’odo appena, giusto quel poco da farmi incuriosire, ballano danze antiche, musicalmente rivisitate in forma minimalista, da quelle rinascimentali a quelle barocche, poi mazurche e qualche ballo lento. In mezzo alle colonne imbrattate da scritte una magica atmosfera di raffinatezza e leggerezza dalla quale non riesco a staccarmi.
Beh, non male come accoglienza, no? Inoltre c’è la simpatia, il calore, la gentilezza, la spontaneità dei napoletani, la loro propensione a socializzare e a fare amicizia, che si sposa con la mia, già di per se preponderante. Ed è amore a prima vista per questa città magica. Già il secondo giorno dalla mia bocca, senza quasi pensarci, esce spontanea la domanda rivolta a chi gestisce gli ambiti posti barca del Borgo, la Coop Servizi Nautici S.Lucia: ma se rimanessi? Quando sono partito per questo secondo lungo viaggio per mare non avevo in programma di trasferirmi, avevo sì pensato di fermarmi un mesetto a Napoli per conoscerla, ma di tornare poi a Roma. Invece non ci sono più tornato, se non un giorno, dopo otto mesi di assenza, per andare alla tomba dei miei genitori. Il bello di vivere in barca è proprio questa estrema libertà. Così, senza averlo premeditato, mi ritrovo a vivere in un’altra città, senza bisogno di traslochi traumatici. Con una barca come casa è estremamente facile: basta dire “mi trasferisco qui”, ed è fatta,  just say I stay.


A ds. ore 23: Suiten per violoncello solo di Johann Sebastian Bach... l'isolamento termico ed acustico nelle barche (e quello di Denecia in particolare) permette di suonare anche di notte senza dare fastidio a nessuno!
Tema più che mai attuale, dopo la manifestazione dei 100 violoncellisti a Roma contro la multa fatta a un collega che ha suonato qualche minuto dopo l'orario consentito dal Comune.


Quella di prua è la cabina di Stradi, quando ci sono ospiti lui altruisticamente la cede a loro e si accontenta di stare nel salone.

Rimane però da risolvere qualche problema di ordine burocratico e organizzativo, come la residenza e quindi il medico curante. Quando vivevo in barca a Fiumicino avevo conservato una residenza fittizia a Roma, perché le mie numerose visite al Comune per ottenere quello che è un diritto sancito dalla legge italiana, avere una residenza, anche sotto un ponte, mi avevano solo fatto perdere tempo, così mi ero riproposto di fare battaglia ai burocrati di quella città e al loro sindaco al mio ritorno, appoggiato dalla mia esperta amica avvocato Maria Teresa Sanza, ma avendo deciso di trasferirmi a Napoli tanto vale fare un tentativo qui ora.
Entro nell’ufficio del Comune vicino a Piazza dei Martiri e manifesto la mia intenzione di trasferire la mia residenza da Roma a Napoli, il che suscita interesse, soddisfazione e allegria di tutti gli impiegati, contenti di un caso inverso alla tendenza generale. “We dottò ma che bella cosa!”
Vista del Borgo Marinaro dalla cabina di poppa di Denecia II
Poi specifico: “Si, ma c’è un problemino, io vivo in barca”... Pur costituendo io il primo caso, l’impiegata dell’ufficio non batte ciglio, consulta un superiore al telefono e mi detta l’elenco dei documenti che le devo portare: una dichiarazione della Cooperativa dove è ormeggiata Denecia, la fotocopia del certificato di proprietà dell’imbarcazione. Dopo pochi giorni mi telefona il vigile incaricato a verificare la mia effettiva presenza al “domicilio” da me indicato per rassicurarmi che per lui l’esito dell’indagine è favorevole.
Potrei avere addirittura la carta d’identità elettronica, ma per i ritardi degli uffici di Roma nell’aggiornare alcuni dati, per ora mi devo accontentare di quella cartacea, che mi rilasciano a vista dopo una fila di poche decine di minuti. Quella elettronica la richiederò al mio ritorno, ad ottobre. Non l’ho neanche dovuto nascondere che parto per cinque mesi, d’altronde se uno ha una casa mica gli si vieta di andare a zonzo per il mondo... La posta sarà ritirata dagli ormeggiatori del porto come fanno i portieri dei palazzi.
Per ottenere la residenza a Roma avevo rimandato la mia decisione di muovere battaglia al ritorno dall’Egeo: è stato più facile cambiare Comune.
Chissà, magari dopo questa mia esperienza, che costituisce il famoso “precedente” in legge, si costituirà una flotta di residenti sull’acqua e mi ritroverò ad avere qualche vicino di... barca.

Roberto Soldatini