lunedì 26 novembre 2012

Vendée Globe: Samantha Davies, la nuova rotta



 25 novembre 2012, mentre scrivo la missione di Samantha Davies l’unica skipper donna iscritta al Vendée Globe 2012-2013 non è ancora finita. È ripartita ieri sera da Madeira (un arcipelago di isole portoghesi a quasi 300 miglia a nord ovest della costa africana), direzione Francia. Dal momento dell’incidente non ci sono mai stati dubbi sul divenire: niente soccorsi, nessuna alternativa, “l’uccello ferito” doveva tornare a casa tra le sue braccia. E così sarà.
La direzione degli eventi è cambiata all’improvviso giovedì 15 novembre. Alle 19:15 ora francese Sam contatta la Direction de Course del Vendée Globe per segnalare che la sua barca ha disalberato. 27,5 metri di albero affondati in pieno oceano. Lat. 34°20’ N e Long. 19°01’ W è il punto nave al momento della segnalazione. Samantha è in mezzo al mare, 130 miglia dalla costa nord ovest di Madeira, con vento a 260°, 40 nodi, e onde da nord ovest di 3/4 metri. Si concede il tempo di un video per chi è a casa, per il team, per la famiglia, per chi la segue, perché sa bene che è molto dura per chi parte, ma altrettanto per chi resta. 
E via, c’è la rotta da approntare per una nuova e personale sfida: portare la barca a terra e solo a motore o con un minimo di vele di fortuna. La capacità di prendere decisioni immediate in situazioni difficili è dote obbligata per ogni comandante, ma l’ottimismo energico di chi sa come non soccombere mai allo sconforto è talento di pochi. Sam è così. Ancora oggi non si spiega le ragioni dell’accaduto:  “j’aimerais savoir comment mon mât a pu tomber. Avec tout le boulot qu’on a fait, on avait tout vérifié, contrôlé et j’ai navigué safe”, ma la vita chiede nuove sfide, prima ancora di essere compresa. Arriva a Funchal (Madeira) il 17 novembre e il mattino del 19, dopo due giorni di lavoro, parte per fare il primo scalo a Cascais, 10 miglia più lontano, per caricare un albero di 7 metri.
L’avevamo già conosciuta allo scorso Vendée Globe, quando era arrivata quarta. Bionda, inglese, 38 anni.  Un nonno imbarcato sulla Royal Navy durante la seconda guerra mondiale e un bimbo di 14 mesi, Ruben, a casa ad aspettarla. Una donna, bella, simpatica e un bambino appena nato sulle spalle.

Una sfida aperta ai luoghi comuni, che pure sembra scivolarle addosso naturale e liquida, come l’acqua. Sam ha negli occhi l’inquietudine sana di chi vive di mare, orizzonti e navigazione. Una tensione a sfidare e oltrepassare certi limiti che forse non tutti possono comprendere in pieno. Prima di partire sognava il vento forte, le onde enormi, l’incrocio tra gli oceani a Capo di Buona Speranza, e il fascino di Capo Horn che non vedeva l’ora di incrociare perché la volta scorsa era notte e non l’aveva amato abbastanza. Sognava di tornare sola in quella distesa sconfinata di acqua e imprese quotidiane, perché “on n’a pas d’autres contraintes que celles que l’on s’impose”, perché da soli si ha più tempo per sentire l’oceano e incontrare cose magiche come le balene. Perché da soli si entra più facilmente nel ritmo del mare ed allora anche le fatiche enormi hanno una ragione di essere. È l’ottava donna in 24 anni di competizione. E il Vendee Globe non è uno scherzo, è forse la regata più estrema che esista, una sfida sportiva e umana ai limiti della resistenza.
Il giro del mondo in solitario, senza scalo né assistenza, per oltre 27.000 miglia. In gioco c’è la vittoria, l’arrivo, ma prima di tutto la sopravvivenza. Dei 120 skipper partiti nella storia della regata, solo 60 l’hanno portata a termine. Tra i 20 partecipanti di quest’anno, già 6 per una ragione o per l’altra si sono ritirati. Erano partiti da Les Sables d’Olonne, Bretagna, alle 10:00 del 10 novembre, in direzione dell’Oceano Atlantico fino al Capo di Buona Speranza, per un giro in senso orario attorno al circolo polare antartico, passando a destra di Cape Leeuwin, in Australia, e Capo Horn, per fare ritorno in febbraio a Les Sables. “Un giro del mondo senza vedere il mondo”, come disse Sam. Un viaggio nel quale può accadere di tutto, certo non “roba da femminucce”. Ma esiste chi è nato per dare prova che i luoghi comuni non sono la verità inconfutabile e spetta ad ognuno scrivere il proprio destino. Esiste chi è biondo, bello, donna ed ha un curriculum nautico da spavento. Esiste chi nelle difficoltà dimostra metodo e self control. Esiste chi ha il carisma per creare un gruppo di lavoro eccellente attorno a sé e la forza di non mollare, neppure davanti al fallimento, perché ha capito che è proprio quello il momento cruciale della sfida. 
A chi prima di partire le chiese “ragione” del suo essere donna e neo-mamma, Sam rispose: “maschio o femmina là fuori tra le onde poco importa, chiunque di noi potrebbe non ritornare. E in quanto a mio figlio, non ho mai preso rischi inutili e non intendo farlo ora, ma rinunciare sarebbe la sconfitta più amara, per tutti. Rubin è figlio di velisti, capirà”.
La sua forza, determinata eppure femminile, ci concretizza una immagine non comune di grande marinaio che sfida un certo tipo di cultura del mare, la dominante, ferocemente “maschile”. Un esempio da seguire? Eccolo! La scorsa Vendée l’ha consacrata tra i navigatori in solitario d’eccellenza. E appena tornata, non ha fatto altro che trovare il modo di ripartire. Ha creato una impresa per costruire un progetto sportivo performante e raccogliere partner e fondi, i tanti che servono per sostenere un’impresa simile. Skipper, capo d’impresa, madre di famiglia. Sempre con il sorriso. Quattro anni di lavoro in apparenza finiti lì, in quel punto dell’Atlantico, alle 19:15 del 15 novembre. 
Eppure Samantha non ha mai perso l’entusiasmo per guardare avanti e neppure la capacità di contagiare gli spettatori, con i video, le foto, le parole che continuano ad arrivare dall’Oceano. Eppure Samantha sta ancora navigando. Obiettivo attuale, vento permettendo: risalire a Cap Finistère, fare un altro breve stop prima di attraversare il Golfo di Guascogna e ritornare infine a Les Sables. “J’ai vraiment envie de venir remercier tous ceux qui m’ont suivie. Et puis c’est intéressant aussi pour les Sablais de découvrir cette partie de l’aventure, pour un marin de revenir sous gréement de fortune. En général, quand il y a des avaries comme ça, les bateaux finissent en Australie ou ailleurs puis remontent souvent en cargo”. Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale. Ed è così che in queste ore Samantha sta vincendo di nuovo.
 Elisa Govi
Fotografie di Octavio Passos e di Sam Davies