giovedì 29 novembre 2012

Catch&Release, cattura e rilascia. È il futuro della pesca sportiva?


Si misura la cattura prima del rilascio
In un’epoca dove tutto cambia a velocità impensabile, occorre adattarsi ad una nuova realtà del mare e della pesca sportiva e ricreativa. Cresce così l’importanza del catch&release, ma se oltre Atlantico questa pratica è quasi normale, da noi resta ancora un’eccezione, per altro non sempre ben praticata.
di Stefano Navarrini, direttore del mensile Pesca in Mare
Che la pesca sportiva e ricreativa sia in costante e decisa  evoluzione non è certo cosa nuova, e che a questa evoluzione non corrisponda un adeguamento culturale e responsabile dei pescatori è cosa, ahimè, altrettanto nota. Non staremo qui a rifare il consueto e antico tormentone sul confronto fra preda e predatore, sui valori del catch&release (d’ora in avanti C&R) nel restituire la libertà al nostro avversario dopo aver goduto delle emozioni che ci ha regalato, e via dicendo anche perché abbiamo seri dubbi sull’efficacia mediatica di certo esagerato buonismo. D’altro canto evitiamo di cadere nella trappola dell’altrui presunto senso di responsabilità ambientale, perché va detto che se per noi il C&R è una forma di approccio etico alla pesca, per altri si tratta solo di un sistema da imporre per proteggere risorse a proprio esclusivo vantaggio, nel senso che quando si chiede ai pescatori sportivi e ricreativi di rilasciare le proprie prede, è solo per consentire che le stesse vengano poi pescate dai professionisti con altri metodi.  A nostro parere, il catch&release è “…una sorta di filosofia di pesca responsabile indotta da un sempre più necessario rispetto dell’ambiente, ed è mirato ad una maggior protezione della risorsa ittica. Chiaro però che il catch&release non deve trasformarsi in un buonismo deformante che snaturi il senso stesso della pesca. La sua applicazione non deve essere sottoposta a nessun obbligo morale né meno che mai normativo, se non per il rispetto della legge sulle taglie minime e sulla quantità di pescato giornaliero. Deve in pratica restare una libera scelta del pescatore e del suo approccio culturale ad un’attività che non potrebbe esistere se non esistesse la sua materia prima, cioè i pesci. Non a caso negli Stati Uniti, dove il catch&release è nato ed è ampiamente praticato, hanno coniato un tormentone che racchiude perfettamente il senso della questione, là dove gli americani dicono che un pesce è un bene troppo prezioso per essere pescato una sola volta. Discorso che vale soprattutto quando l’esemplare è di piccole dimensioni, e può magari essere ripescato qualche chilo più in là, magari dopo essersi riprodotto”. Il virgolettato, per inciso, cita il pensiero di Pesca in Mare espresso nell’apertura di un convegno sul C&R organizzato dalla nostra rivista in occasione del Salone Nautico di Genova di due anni fa.
 La conta dei tonni
Se torniamo sull’argomento è però per alcuni motivi di importanza tutt’altro che trascurabile: da una parte perché il C&R potrebbe essere in un prossimo futuro l’unico sistema di pesca ricreativa per alcune specie, ed in particolare per il tonno rosso, dall’altra perché da segnalazioni ed esperienze varie ci siamo resi conto che la conoscenza delle tecniche di rilascio è ancora molto vaga, e infine per stimolare una ricerca che esamini scientificamente i vari aspetti del C&R.
Rilascio da surfcasting
Cominciamo dal primo argomento, quest’anno quanto mai attuale perché se da un lato, come del resto era prevedibile, la pesca ricreativa al tonno rosso è stata bloccata all’inizio di agosto per esaurimento della quota concessa, dall’altro un successivo decreto ha ufficializzato (cosa che a dire il vero appariva in ogni caso lecita) la possibilità di pescare il tonno rosso senza limiti stagionali, purché ogni esemplare allamato venisse poi inequivocabilmente e regolarmente (ovvero in mare e non in pozzetto) rilasciato. Sulla normativa che regola la pesca ricreativa, escludendo il rilascio, abbiamo già più volte espresso le nostre perplessità, ma senza tornare sull’argomento e soprattutto alla luce della quantità di tonni avvistati, pescati e rilasciati nei mesi scorsi (oltre le tutt’altro che trascurabili quantità pescate illegalmente), qualche domanda sorge spontanea. La salvaguardia di una specie minacciata dall’overfishing nasce, si presume, da approfondite valutazioni scientifiche (anche se nel caso del tonno rosso subentrano forti ingerenze commerciali e politiche), ma chi e come sviluppa queste ricerche? Con quali sistemi si valuta la salute dello stock, o per dirla in soldoni, come si contano i tonni, pesci in costante movimento per altro su rotte e batimetriche quanto mai varie? Possono le ricerche dell’ICCAT o quelle dei singoli Stati membri piuttosto che l’indice di cattura della pesca professionale essere l’unico metro di valutazione? Fidarsi della scienza è doveroso, ma saperne di più ci farebbe stare più tranquilli, e di questo argomento torneremo a parlare in un prossimo futuro.
Una scelta etica 
Un’altra osservazione potrebbe riguardare la proprietà dei pesci, che potrebbero essere considerati come res nullius, quindi disponibili per chiunque, o anche proprietà comune di tutti i cittadini del paese nelle cui acque territoriali i pesci vengono pescati. In questo secondo caso, però, per quanto riguarda il tonno rosso, la forte sproporzione nella suddivisione delle quote fra pesca professionale e pesca ricreativa, non appare giustificata. Soprattutto considerando la valenza numerica, sociale ed economica di quest’ultima. Ricordiamo in ogni caso che l’ICCAT assegna una quota allo Stato membro, ma è poi questo a suddividerla fra le varie categorie. Più che un obbligo, quindi (tonno rosso o specie sotto tutela a parte), a nostro parere il C&R dovrebbe essere una scelta etica del singolo pescatore, anche perché apparentemente non esiste alcuna sostanziale differenza fra mettere in tavola un pesce comprato in pescheria e un altro prelevato direttamente in mare. Nel secondo caso, però, emozioni a parte, si mette in moto un indotto economico ad ampio respiro di cui spesso non si tiene conto, come per altro sostenuto da una nota ricerca a livello europeo che aveva dimostrato come un pesce pescato amatorialmente avesse un valore economico nettamente superiore allo stesso pesce pescato professionalmente. 
Rilascio di un bonefish
Quanto alla pesca professionale, di cui abbiamo il massimo rispetto, siamo certi che il nostro minimo impatto sulla risorsa, soprattutto grazie al diffondersi del C&R e nel rispetto delle leggi vigenti, non crei alcun sensibile danno. Questo, ovviamente, se il C&R viene praticato in modo adeguato, e allora è importante anche ricordare che un buon rilascio sarà tanto più efficace se preceduto da adeguate accortezze. Queste riguardano sia la tecnica di combattimento che le attrezzature, e sono di primaria importanza per assicurare che il pesce rilasciato sia nelle migliori condizioni e nel pieno delle sue forze. Tenendo presente che non basta rilevare con soddisfazione che il pesce rilasciato riprenda il largo con apparente sicurezza, perché sarà altrettanto importante che una volta tornato nel suo ambiente sia in grado di difendersi con efficienza dai suoi abituali predatori e di preservare il suo stato di salute. Tornando alle attrezzature, una delle regole principali è quella di usare libbraggi sufficientemente pesanti per facilitare un combattimento rapido che non stressi più di tanto la nostra preda. 
Questo va un po’ contro la presunta abilità del pescatore, e in qualche modo è l’antitesi della ricerca di un record, ma si tratta di una scelta precisa e non sovrapponibile: oggi pesco per il mio piacere, domani tento di stabilire un record. Altrettanto importante ai fini di un buon rilascio è l’utilizzo di ami circle non offset, con i quali l’allamata avviene per la maggior parte dei casi ai lati della bocca, cosa che facilita la rimozione dell’amo o che, anche in caso ci si limitasse a tagliare il filo lasciando l’amo in sede, non comporterebbe particolari fastidi per l’animale. In quest’ultimo caso meglio se l’amo utilizzato non sarà inox, e potrà quindi rapidamente degradarsi senza lasciare tracce, e meglio ancora se, per facilitarne la rimozione,  avrà l’ardiglione schiacciato o ne sarà addirittura privo, cosa che non inciderà più di tanto su eventuali slamature.
Per un  buon rilascio…
Anche l’abilità del pescatore nel condurre il combattimento ha la sua importanza ai fini del rilascio. Un combattimento lungo e sfiancante, stresserà oltre misura il pesce portandolo sottobordo con un tal carico di acido lattico da renderne problematico il rilascio. Inoltre durante le fasi di slamatura sarà importante mantenere il più possibile il pesce in acqua, e là dove fosse necessario portarlo a bordo andrà maneggiato unicamente con le mani bagnate (e/o protette da guanti in plastica), cosa che eviterà da un lato di asportare il prezioso muco che ricopre la pelle del pesce proteggendolo da infezioni batteriche, e dall’altra gli eviterà lo shock termico conseguente al contatto con le nostre mani, ben più calde rispetto alla temperatura del mare. Infine va ricordato che il pesce si è sviluppato e vive in ambiente in cui la densità dell’acqua offre un consistente sostegno globale, ma che una volta portato in ambiente aereo l’animale subisce tutto il peso della forza di gravità. 
Da qui l’accortezza di non tenere mai i pesci, soprattutto quelli di maggiori dimensioni, in posizione verticale per evitare danni agli organi interni, e meno che mai portarli a bordo sollevandoli con un boca-grip. Importante è poi maneggiarli con delicatezza tenendoli in posizione orizzontale, e rimetterli in acqua con altrettanta delicatezza e con la testa in avanti. Queste, per capirci, sono le raccomandazioni di chi il C&R l’ha inventato, oltre Atlantico, ed essendo pienamente supportate dalla scienza sarà il caso di fidarsi. Anche se, come spesso capita di vedere, certi pesci rilasciati dopo un trattamento brutale, magari maneggiandoli come pupazzi e buttandoli fuoribordo come fossero pastura, si dimostrano vitali nel riguadagnare il blu: nessuno sa cosa accadrà dopo qualche ora.
I danni della pressione
La sopravvivenza di un pesce fuori dall’acqua può variare da specie a specie, ma dipende anche dalle caratteristiche del recupero, e in ogni caso parliamo sempre di pochi minuti. Inoltre la vitalità di un pesce strapazzato in pozzetto e magari poi rigettato in acqua, non deve trarre in inganno, perché eventuali danni fisiologici possono subentrare successivamente. 
Dentice con visibile barotrauma
Al proposito sarà bene ricordare che un pesce che abbia ingoiato l’esca, e che quindi abbia l’amo conficcato nell’esofago o nello stomaco, non può essere slamato pena gravi danni organici. In questo caso sarà sempre meglio tagliare la lenza il più vicino possibile all’amo, e sicuramente meglio se con il pesce ancora in acqua. Un’attenzione particolare andrà poi dedicata a quei pesci catturati oltre una certa profondità, che a causa di un recupero troppo veloce arrivino in superficie con un visibile barotrauma: in pratica con lo stomaco estroflesso a causa del rigonfiamento della vescica natatoria che non è riuscita ad adattarsi allo sbalzo di pressione. In questi casi occorrerà procedere con un apposito attrezzo (quello che gli americani chiamano venting-tool) per bucare con delicatezza la vescica natatoria e provocarne lo sgonfiamento. In mancanza di un attrezzo apposito, si potrà utilizzare un ago ipodermico inserendolo sottopelle con un’angolazione di 45° e non troppo in profondità, al di sotto della pinna pettorale. 
Un semplice ago per bucare la vescica natatoria
Come verificato in diverse ricerche scientifiche, il danno di una vescica natatoria forata guarisce in tre-quattro giorni restituendo al pesce la sua completa funzionalità in meno di due settimane. 
Non sappiamo se il C&R rappresenterà realmente, e in che misura, il futuro della pesca ricreativa. Di certo è una filosofia di pesca decisamente sostenibile a livello ambientale e culturale, essendo  il nostro mondo ancora troppo legato a quegli aspetti predatori della pesca che, per quanto istintuali e comprensibili, devono necessariamente rientrare nell’ottica di un mare che purtroppo negli ultimi decenni ha cambiato completamente faccia.

Oltre Atlantico. L’IGFA (International Fishing Game Association) è la maggior associazione di pesca sportiva e ricreativa al mondo, da sempre forte sostenitrice del C&R. Con il suo presidente, Rob Kramer, abbiamo voluto approfondire l’argomento.
D. Il reale significato del termine “pesca” implica inevitabilmente la cattura della preda, ed essendo questo uno dei nostri più primordiali istinti è ciò che spinge verso la pesca la maggior parte degli appassionati. Oggi con l’avvento del catch&release lo stile dei pescatori ricreativi sta cambiando, ma cos’è veramente cambiato e cosa deve necessariamente cambiare?
R. E’ vero che il significato tradizionale di pescare in molte culture equivale a “catturare”, ma girando per il mondo incontro sempre più pescatori che trovano la loro maggior soddisfazione nello strike come nel combattimento, o semplicemente nello stare in mare a contatto diretto con la natura. In effetti il più profondo significato della pesca ricreativa, nata diversi secoli fa, si basava più sulle sensazioni di relax e di tranquillità che sulla più pragmatica cattura e consumo della preda.
D. Fra le più note attività dell’IGFA c’è quella di essere l’unico organismo di riferimento a livello mondiale per l’omologazione e la classificazione dei record di pesca. Come si coniuga questo aspetto con il forte sostegno dell’IGFA per il C&R?
R. Ogni anno l’IGFA riceve circa 700-800 richieste di omologazione di record. Il 50% di questi pesci viene rilasciato (i pesci possono essere pesati e rilasciati purché la richiesta di omologazione del record sia supportata da un’adeguata documentazione fotografica). Inoltre l’IGFA spende ogni anno circa un milione di dollari promuovendo pratiche di conservazione delle risorse, fra cui anche il C&R. Se l’IGFA non omologasse più i record di pesca, a farlo ci penserebbe di certo un’altra associazione, probabilmente senza dedicare alla protezione delle risorse quello che dedichiamo noi. Possiamo aggiungere che un pesce da record è indubbiamente un pesce di grandi dimensioni, difficile da superare, ma se la cosa fosse gestita da un’altra organizzazione questa potrebbe azzerare i record esistenti, magari modificare le regole, e questo risulterebbe di sicuro in una quantità di pesci catturati e persi inutilmente.
D. I record si basano sull’abilità di catturare un pesce con una lenza il più leggera possibile, ma questo è esattamente quello che uno non dovrebbe fare ai fini di un corretto rilascio: cosa pensi di questo apparente contrasto?
R. Non tutti i record si basano sulla cattura di un grande pesce con una lenza leggera. La dimensione media delle catture presentate  per l’ omologazione di un record è oggi meno di 13kg, inoltre non sempre una lenza leggera equivale ad un lungo e stressante combattimento, anzi spesso se il pescatore è in gamba accade il contrario. Direi che in generale è bene utilizzare un’attrezzatura sufficientemente pesante per combattere un pesce con la certezza di portarlo sottobordo nelle condizioni giuste per poter poi essere rilasciato. L’importante è in ogni caso la durata del combattimento, ma questo dipende soprattutto dall’abilità del pescatore.
D. Molti pescatori si chiedono quante sono per un pesce le probabilità di sopravvivere ad un rilascio: è mai stata fatta una ricerca in questo senso?
R. Sono stati fatti molti studi in merito, ma i risultati variano sensibilmente a seconda della specie, dei tempi del combattimento, delle caratteristiche del rilascio. La maggior parte degli studi, tuttavia, concordano nel sostenere che usando le giuste tecniche la sopravvivenza è di oltre il 90%.
D. Ci sono pesci più difficili da rilasciare, ed altri magari impossibili?
R. Anche questo dipende dalla specie e dalle tecniche usate per la cattura, ma in genere qualunque pesce può essere rilasciato con successo. Una certa attenzione va però dedicata a quei pesci allamati a forte profondità, a causa del barotrauma che potrebbero subire arrivando in superficie, e a quelli che abbiano ingoiato l’esca. L’uso di appropriate attrezzature, a partire dalla scelta dell’amo a seguire con un adeguato slamatore, e un attrezzo per sgonfiare un eventuale vescica traumatizzata, possono aumentare sensibilmente la sopravvivenza del pesce una volta rilasciato.
D. E’ vero che nel Golfo del Messico è obbligatorio avere a bordo attrezzi che facilitano il rilascio?
R. Assolutamente si. Per la pesca sottocosta sul reef i regolamenti federali richiedono l’uso obbligatorio di ami circle non inox, di accessori per lo sgonfiamento della vescica natatoria (venting tools n.d.r.), e di appropriati slamatori.
D. Quali sono secondo te le principali regole da seguire per un buon rilascio?
R. La più importante è quella di essere già preparati al rilascio, e di usare attrezzature adeguate, come ad esempio ami circle, o ami “J” con l’ardiglione schiacciato. L’IGFA raccomanda  di evitare le ancorette, e di usare guadini con la rete “gommizzata”, in modo da minimizzare la quantità di muco asportata dalla pelle del pesce durante il recupero.