mercoledì 24 ottobre 2012

Land Grabbing, una nuova forma di colonialismo?

Anche Terra Madre a Che tempo che fa per bocca di Carlo Petrini ha lanciato l’ennesimo allarme contro il Land Grabbing. È un termine inglese, Land sta per terra, Grabbing sta per cercare di impadronirsi, in pratica rapinare. A livello di grande comunicazione se ne sa ancora poco, ma presto ci dovremo abituare, entrerà nelle nostre case come di prepotenza è entrato il termine spread.
Il Land Grabbing è praticato da multinazionali e nazioni ricche come la Cina, l’India, la Corea del Sud, l’Arabia Saudita, il Brasile e la Russia che danno la caccia a terreni, nei paesi poveri, per praticare a basso costo un’agricoltura intensiva di monocolture. 
Una rapina violenta che viola sistematicamente i fondamentali diritti al cibo e alla vita nei confronti dei contadini dei paesi del terzo mondo che da secoli vivono su quelle terre che garantisco la loro, seppur misera, sopravvivenza.
È un sistema che fa parte della storia umana ma in questo primo decennio è venuto alla ribalta nei paesi in via di sviluppo in seguito alla crisi dei prezzi agricoli. La crisi ha evidenziato il problema della sicurezza alimentare nei paesi sviluppati e nello stesso tempo ha creato per investitori e speculatori senza scrupoli, nuove opportunità economiche nel campo agricolo per produrre non solo cibo ma anche biocarburanti. Sono ottenuti da biomasse che derivano da cereali,  canna da zucchero, mais ecc. e sono accusati di ridurre la disponibilità di derrate alimentari e di aumentare la fame nel mondo.

In dieci anni, secondo la Coalizione Internazionale per l’accesso alla terra (l’International Land Coalition sono stati acquistati o affittati (o sono in via di) con contratti fino a 99 anni terreni per una superficie pari a sette volte quella dell’Italia, oltre venti volte quella delle nostre terre coltivabili, otto volte le dimensione del Regno Unito: 203 milioni di ettari. Lo studio è il più completo presentato a fine dicembre del 2011, più di 40 organizzazioni hanno collaborato al progetto di ricerca ‘Pressione commerciale sulle terre nel mondo”, e fa la sintesi de 24 studi tematici regionali che coprono un periodo completo di dieci anni dal 2000 al 2010.

La produzione alimentare non è il principale obiettivo delle transazioni fondiarie. Su 71 milioni di ettari di transazioni, il 22% riguardavano miniere, il turismo, le industrie manifatturiere e la silvicultura e i tre quarti del 78% restante destinato alla produzione agricola riguardavano i biocarburanti.
L’Africa è la più appetita con 135 milioni di ettari, il 70%, poi l’Asia con il 20%, 44milioni, segue l’America Latina con il 18%. ma anche l’Europa con Romania, Bulgaria e Ungheria con con una quota di poco meno di 5milioni di ettari.
La ricerca condotta da un’altra Ong, la Oxfam,  una delle più importanti confederazioni internazionali nel mondo specializzata in aiuto umanitario e progetti di sviluppo, porta a parlare di una nuova forma di colonialismo: il mercato delle terre è molto attivo in paesi come il Ghana, Mozambico, Senegal, Liberia, il Sud Sudan, l’Etiopa e la Tanzania.
Naturalmente chi acquista terreni nega ogni intento speculatorio affermando al contrario di avere investito in quei paesi per sviluppare un’agricoltura arretrata portanti macchine e tecniche moderne. Esemplare il caso di una società norvegese che sta progettando di piantare, al posto di 7.000 ettari di foresta in Tanzania, la monocultura del pino e dell’eucalipto per ottenere crediti di anidride carbonica da rivendere allo stesso governo norvegese.
Foto da Oxfam
Ad oggi non si intravedono soluzioni per risolvere il problema, soltanto  le organizzazioni internazionali non governative cominciano a dibattere dei rischi e dei risvolti di questa forma di sfruttamento capitalistico. In Argentina è stata approvata una legge per limitare l’acquisizione di terre da parte degli stranieri. Lo stesso si sta facendo in Brasile. Per i paesi dell’Africa c’è chi propone l’obbligo di costruire, in cambio dei terreni, infrastrutture come strade, pozzi, acquedotti, scuole con una ricaduta positiva sulle popolazioni locali. È una strada giusta?  Forse, ma quanto tempo ci vorrà?