sabato 8 settembre 2012

Andar per isole: un incontro emozionante oltre che straordinario


Monachus monachus – Foca monaca
“Sono la bella figlia del mare, così mi ricorda Omero nell’Odissea, appartengo da sempre alla cultura e alle tradizioni mediterranee e ho fatto nascere la leggenda delle sirene…, rischio l’estinzione perché in passato sono stata oggetto di una caccia indiscriminata. Ora però l’uomo mi protegge. Trovo rifugio soprattutto nell’Egeo, tra la Grecia e la Turchia.”
La Foca monaca illustrata dal maestro Franco Testa

Quella che segue è la cronaca di un andar per isole molto speciale e dell’incontro ravvicinato con la Foca monaca della nostra “inviata” nelle isole greche: Monica Barrile.

Una ventosa giornata di luglio a Kos, tre subacquei, un’attempata signora e un gommone: questo è lo scenario che ha fatto da sfondo all’eccezionale e imprevedibile e incontro con una foca monaca.
Il mare è misterioso, occorre avere pazienza, osservare la conformazione dell’esterno per capire la natura dei fondali, conoscere i venti e le correnti, capire la temperatura dell’acqua, l’ora più propizia. Quello che il giorno prima sembrava un luogo pieno di pesci, il giorno dopo può apparire desolatamente privo di vita.
Era uno di quei giorni in cui il morale era basso, da due giorni i tre accaniti pescatori (Eugenio, Sandro e Paolo) non solo non avevano pescato, ma quello che è peggio, non avevano visto nulla di interessante. Quel giorno si tentava una pescata di qualche ora sull’estrema punta di Krikelo, dove il fondale scende parecchio e correnti contrastanti fanno ribollire il mare. Avevamo da poco lasciato Kamari, una baia protetta dal vento ai piedi di Kefalos, dove pochi turisti si riparano dal sole all’ombra di “scarrupati” ombrelloni. 
Un posto tranquillo, senza musica e venditori ambulanti, con una piccola tavernetta dove si può mangiare pesce fresco e bere una retzina o  una birra gelata. Una spiaggia certamente tranquilla, dall’acqua cristallina e freddissima, che fa pensare alla Grecia di un tempo,  ma pur sempre frequentata e facilmente raggiungibile in macchina. 
Ci eravamo allontanati dalla baia puntando verso il capo ad andatura moderata per esaminare la costa ed individuare punti eventualmente adatti alla pesca: caduta di massi, fondali di sabbia e posidonie, secche nel profondo blu.  
Gentilmente mi era stato concesso l’onore di accompagnare i pescatori purché mi tenessi a debita distanza e non disturbassi l’azione della pesca all’aspetto. Stavamo parlando del più e del meno, ricordando episodi di pesca del passato, quando la nostra attenzione fu attirata da un corpo scuro che nuotava parallelamente alla costa, ad una ventina di metri dal gommone. Cosa poteva essere? Non era un delfino, né la testa di una tartaruga. Accidenti non avevamo con noi un binocolo per distinguere la strana creatura che nuotava in superficie.  Eugenio spense il motore lasciando dondolare il gommone sulle onde.

Il silenzio e l’insolita imbarcazione incuriosirono l’animale che si avvicinò e potemmo distinguere benissimo il muso che usciva dall’acqua e i baffi:  si trattava di una foca, della FOCA MONACA!!! Che emozione, in tanti anni di immersioni in tutto il Mediterraneo non avevo mai avuto l’occasione di incontrarla, tanto che dubitavo della sua esistenza. Chi si sarebbe aspettato di vedere una foca in quel punto, non lontano da una costa frequentata da bagnanti? Da dove veniva e dove era diretta? Dalla concitazione non riuscimmo a trovare la macchina fotografica e quando finalmente Paolo scovò la cinepresa in fondo ad un sacco, la foca si era velocemente allontanata per sparire alla nostra vista, lasciandoci tutti a bocca aperta. Che felicità, mille volte meglio un incontro di questo genere che tornare a bordo con una cernia di dieci chili! Naturalmente fui subito zittita e guardata con commiserazione. Ma in realtà ero io a guardare i tre giovani con commiserazione perché non si erano ancora liberati dall’ansia della pesca, incapaci di godere il mare per quello che offre, senza considerarlo solo sotto l’aspetto di numero di prede catturate.
Risaliti a bordo dopo la nostra esplorazione subacquea, commentavamo la bellezza del fondale e la limpidezza dell’acqua, ma anche la difficoltà di nuotare contro una corrente fortissima che, doppiato il Capo Krikelo, cambiava direzione costringendoci a pinneggiare con forza. La prima piattaforma sugli otto / dieci metri di profondità si affaccia su un fondale che scende velocemente. All’ombra del gradone, nuotavano dotti e cernie che, come ti immergevi, si dileguavano nel blu profondo, oramai diffidenti e consapevoli della pericolosità dell’uomo. Finiti i bei tempi in cui le grandi cernie ti fissavano immobili con occhi curiosi!
Sono anni che passiamo l’estate a Kos, la seconda isola del Dodecanneso situata proprio di fronte a Bodrum (l’antica Alicarnasso), che si insinua fra le coste della Turchia, Kalimnos, Pserimos e Nysiros. E’ un altopiano stretto e lungo, a forma di un pesce dalla bocca spalancata, che si estende per circa 70 Km; le due estremità si innalzano formando due picchi: il monte Dikeos (843 metri) in prossimità del capoluogo, Kos, e il monte Zini (427 metri) dalla parte opposta dell’isola vicino a Kefalos. Pur avendo un clima secco con scarse precipitazioni, l’isola è ricca di sorgenti ed è sempre stata fertile rivelando una vocazione agricola più che marinara. Infatti, prima dell’avvento del turismo di massa, la popolazione era dedita all’agricoltura e all’allevamento del bestiame: è una delle poche isole dell’Egeo ad avere una propria produzione di latte e di carne. Il muggito delle mucche si confonde con il belato delle capre (che la fanno sempre da padrone) e delle pecore.

Monica in un bar di Kos con Giulia
 La parte settentrionale di fronte a Kalimnos è battuta quasi permanentemente dal meltemi, un vento di nord ovest, che soffia impetuoso nei mesi estivi piegando ad angolo retto gli alberi dell’altopiano. Il litorale consiste in una lunghissima spiaggia con dune ricoperte da ginepri, paradiso per gli amanti del sole e del nudismo. L’altro versante, invece, è roccioso e più vario, con spiagge di ciottoli o sabbia che si alternano a piccole insenature dall’acqua calma e limpida perché riparate dal vento che viene da terra spazzando via detriti e immondizie.
Non è un’isola particolarmente caratteristica né attraente per i subacquei a causa del suo fondale piatto e sabbioso, ma ha un suo fascino per la sua aria agreste con la campagna che degrada dolcemente verso il mare, le sue coltivazioni di ulivi e vigne.
Giulia e Monica nella sua casa di Kos
L’acquisto del gommone ha cambiato le nostre vacanze a Kos permettendoci di raggiungere luoghi inaccessibili in macchina e quindi solitari e bellissimi. Sono stati scoperti i grandi fondali, raggiunte le rocce a picco e trovate piccole insenature dalla sabbia bianca e acque turchesi. E’ stato possibile raggiungere gli isolotti disseminati intorno a Kalimnos e Nysiros. Ci si è aperto tutto un nuovo mondo e ci è ritornato il gusto per l’esplorazione e la pesca subacquea. E’ vero che anche nei bassi fondali avevamo trovato un mare ricco di vita: cernie a candela, saraghi, ombrine, salpe, cefali, spigole, corvine, ricciole, dentici, ma il tutto in mini formato, sembrava quasi una nursery per baby-pesci in attesa di diventare adulti. Se c’erano i piccoli, dove esserci i grandi, ma dove si nascondevano in questo fondale piatto e senza tane? Per un subacqueo che ha passato tanta parte della sua vita a scrutare i fondali, non c’è niente di più frustante che vedere un mare privo di grandi pesci. 
Ecco, questo era un posto più appropriato per incontrare la foca, così lontano da tutto e con spaccature nella parete a picco che offrono un riparo sicuro. Eugenio avviò il motore e il gommone con la prua contro vento affrontava le onde che lanciavano spruzzi d’argento. Avevamo ancora nella mente il ricordo del nostro incontro di questa mattina, un’occasione irrepetibile che purtroppo non abbiamo potuto documentare. “A proposito, Paolo, dove hai messo la cinepresa?” “nel gavone, cosa pensi che rincontreremo la foca? Beato te, se credi che sia ancora possibile!”. Ci immergemmo nelle nostre fantasticherie cercando di tenerci in equilibrio sul gommone ballerino, quand’ecco che dalle onde spuntò da capo un muso scuro con tanto di baffi … era lei, la foca monaca che sembrava volerci dare un ultimo saluto prima del calare della sera. “Presto, Paolo, la cinepresa!”, ma Paolo perdeva l’equilibrio sul gommone in movimento, e quando finalmente afferrò la cinepresa, la foca era già lontana e sullo schermo si vedrà solo un puntino insignificante  in mezzo alle onde…

Due volte in una stessa giornata, da non crederci! Forse era alla ricerca di un posto tranquillo dove sistemarsi. Ecco il regalo inatteso che ci ha fatto quel mare che sembrava deserto: due volte l’apparizione della foca monaca, una cernia gigantesca (un vitello secondo Eugenio) che nuotava regale all’ombra degli scogli fra il primo e secondo gradone, una tartaruga “caretta Caretta” che planava dolcemente nel blu.
Le illustrazioni sono di Franco Testa 
 
A settant’anni ho finalmente domato quello che chiamo “l’isteria della pesca”: amo nuotare senza fucile in mano, e noto che vedo molto di più soffermandomi ad ammirare forme di vita che prima ignoravo, tutta presa com’ero dalla cattura del grosso pesce. Se uno guarda per il solo gusto di vedere senza emanare vibrazioni assassine, il mare ancora regala incontri imprevisti ed emozioni intense.
Monica Barrile