martedì 28 agosto 2012

Boats4People, una crociera per la solidarietà con la goletta Oloferne

Marco Tibiletti è spesso citato nel nostro blog, per rendersene conto basta digitare il suo nome nel campo ricerca, perché Marco è tante cose e anche perché ha inciso nel suo dna a grosse lettere la parola solidarietà.
È un marinaio, prima di tutto, con alle spalle più di trentamila ore di navigazione, ma è anche scrittore, famosa la sua gestione e traduzione dell’edizione italiana della Bibbia dei Naviganti, ossia il Corso di Navigazione dei Glenans.
Nel 1988 ha fondato l’Associazione no profit La Nave di Carta “per diffondere la cultura del mare e della navigazione a vela come mezzo educativo per i  giovani, per la prevenzione e il recupero del disagio sociale, fisico e psichico”.

Marco Tibiletti
L’Asssociazione è una dei quattro soci fondatori dell’Unione Vela Solidale, di cui è vice presidente, nata per “cercare in mare la felicità” e  “…per promuovere progetti di educazione, qualificazione e riabilitazione sociale realizzati attraverso l’utilizzo della vela…”. Con l’idea  che le navi siano, come ha scritto Joseph Conrad, “Banco di prova e di temperamento, di coraggio, fedeltà e amore”.
A riprova di ciò, volentieri pubblichiamo questo suo diario di bordo della crociera fatta lo scorso mese di luglio da Cecina a Monastir con la sua goletta Oloferne partecipando alla campagna Boats4People: una coalizione internazionale di organizzazioni della regione Mediterranea, dell’Africa e dell’Europa, che chiede all’UE di porre fine ai controlli violenti e di smettere di perseguire chi presta soccorso ai migranti; e per costruire un sistema di allerta e di missioni in mare per monitorare le violazioni dei diritti umani dei migranti.




 Boats4People, Diario di bordo
di Marco Tibiletti
Lampedusa, lancio di fiori
È di questi giorni la notizia che 400 persone sono sbarcate a Lampedusa. Primo pensiero: per fortuna sono arrivati tutti vivi. Secondo pensiero: ma allora sbarcano ancora a Lampedusa. E la mente corre al 19 luglio, quando da bordo di Oloferne abbiamo lanciato fiori nel mare di Lampedusa, davanti alla Porta d’Europa, in omaggio ai tanti migranti morti in questo mare.
A inizio aprile sono a Roma, sede Arci, davanti ad Alessandra Capodanno, giovane ed efficiente responsabile dell’Ufficio Immigrazione, Diritto d'asilo, Lotta al razzismo. Stiamo parlando della partecipazione della mia barca Oloferne al progetto Boats4People, che Alessandra mi spiega per sommi capi. Lorenzo Pezzani e Charles Heller, stanno al dipartimento di Forensic Architecture del Goldsmiths College di Londra. Attraverso testimonianze, modelli matematici del tragitto degli scafi e immagini satellitari, vogliono identificare le responsabilità di navi militari, forze  dell’ordine o altri che ignorano o respingono le barche dei migranti che, attraversando il Canale di Sicilia, non ricevono soccorso e naufragano nel silenzio. Watch The Med è il loro progetto, e per lanciarlo hanno costruito la campagna Boats4People, concepita all’interno della rete Migreurope. Boats4People, una coalizione internazionale di organizzazioni della regione Mediterranea, dell’Africa e dell’Europa, chiede all’UE di porre fine ai controlli violenti e di smettere di perseguire chi presta soccorso ai migranti; e intende costruire un sistema di allerta e di missioni in mare per monitorare le violazioni dei diritti umani dei migranti.
Pantelleria: cimitero delle barche
Oloferne dovrebbe essere  il Cavallo di Troia di questa campagna (che partirà da Cecina, andrà in Tunisia e concluderà la sua navigazione a Lampedusa) fungendo da catalizzatore di tutte le iniziative del progetto.
Le difficoltà logistiche sono tante, ma riusciamo a sistemare tutto e ci organizziamo in questo modo. Nel tratto da Cecina a Palermo Oloferne sarà al comando di Ennio Cerretti. Poi mi farò sostituire dall’amico Antonio Sciabica su Goletta Verde e porterò Oloferne da Palermo a Lampedusa, poi di nuovo a Palermo. Oloferne si fermerà lì e io tornerò su Goletta verde per terminare la campagna.
Sembra un po’ il gioco delle tre tavolette, ma però funzionerà perfettamente: evidentemente è vero che la fortuna aiuta gli audaci.
Alle ore 11.00 del 2 luglio, a Rosignano – Cala de Medici – la goletta Oloferne è al centro della conferenza stampa di partenza del progetto Boats4People. Alle 14.00 Oloferne lascia Rosignano e mette la prua prima verso il canale di Piombino, poi diretta su Palermo.
A bordo, al comando di Ennio Cerretti e del suo equipaggio (Alessandro, Alessandro e Francesco), ci sono Nicanor Madueno, coordinatore di B4P, i cineoperatori documentaristi Joel Labat e Nathalie Loubeyre (loro tre resteranno imbarcati fino alla fine), e alcuni attivisti del progetto. Alla partenza il mare è molto mosso, in poppa, e le prime 12 ore di navigazione sono difficili da sopportare per chi non è mai stato in barca; il mal di mare colpisce implacabile, ma la tabella di marcia non permette soste e si prosegue. Poi, come sempre, le condizioni migliorano e, al termine di una bellissima navigazione, Oloferne arriva a Palermo il 5, ospite della prestigiosa Società Canottieri e accolta festosamente dagli attivisti di varie nazionalità coinvolti nel progetto.
È la sera del 6, dopo il passaggio di consegne dell’equipaggio: adesso insieme a me ci sono Flavia Auddino, Giampietro Sara e Francesco Giunta. Guardo la mia barca, al centro di questo popolo giovane, impegnato e consapevole, che si spende per cercare di fermare la morte in mare di migliaia di esseri umani, ma che ha energie sufficienti anche per l’entusiasmo e l’allegria e per far festa a bordo. Oloferne, vestita a festa, di nuovo ormeggiata al centro di Palermo dopo ben quarant’anni.
A sn.:  Studenti universitari che frequentano un corso d’italiano a Tunisi visitano Oloferne e si fanno raccontare del progetto Boats4People e della navigazione che abbiamo effettuato.
 Oloferne (allora S. Giuseppe) è stata costruita a Messina nel 1944. Dal 2000 è a disposizione dell’associazione La Nave di Carta, per la realizzazione dei suoi progetti di vela solidale. Dal 2007 al 2009 è stata completamente ristrutturata dai soci dell’associazione e dal maestro d’ascia Aurelio Martuscelli. Nei miei recenti passaggi a Palermo con Goletta Verde ho avuto occasione di conoscere il figlio e il nipote del primo proprietario, che con la S. Giuseppe trasportava cose e persone, soprattutto tra Ustica e Palermo. Il ritorno di Oloferne si trasformerà presto in una grande festa dei ricordi.
La mattina dell’8 luglio Oloferne salpa dal pontile della società Canottieri di Palermo, destinazione Monastir. Nei giorni precedenti ci sono state le conferenze stampa, le interviste e le iniziative per ricordare i migranti morti in mare. I nuovi ospiti a bordo sono Hamadi Zribi, militante del movimento antirazzista in Italia; Gianluca Solera, giornalista e coordinatore delle Reti della Fondazione Anna Lindh; Laura Biffi, dell’ufficio stampa di Legambiente; Anna Bucca, responsabile Arci della Sicilia; e Grazia Bucca, fotografa giornalista. Non s’imbarca Farouk che non riesce ad avere il visto di uscita dall’Italia sulla nostra barca. Farouk, elettricista e idraulico, padre di un ragazzo di diciassette anni annegato l’anno scorso perché la loro imbarcazione è stata speronata dalle vedette tunisine. Farouk non voleva che il figlio partisse, ma il ragazzo, in piena rivoluzione araba, vedeva il futuro incerto e ha insistito finché il padre ha ceduto e gli ha concesso il permesso. E adesso Farouk combatte il suo senso di colpa con l’attivismo e l’impegno per la libera circolazione dei popoli.
C’è voglia di partire e di raggiungere il canale di Sicilia, entrare in questo mare fino a ieri regno solo dei pescatori di Mazara e della Tunisia, da qualche anno purtroppo regno anche della speranza e della disperazione, dell’emigrazione africana. C’è voglia di conoscere e ascoltare, di cercare di capire e far sapere.
Prima di partire m’incontro con il comandante Galipò, responsabile del M.R.S.C. - Maritime Rescue Sub Center - di Palermo che ha coordinato le operazioni di salvataggio degli ultimi anni nel canale di Sicilia. Spiego dettagliatamente gli scopi del nostro progetto e in quest’uomo di mare, che ha per missione la sicurezza e la salvezza delle persone, trovo la solita cordialità e disponibilità della Guardia Costiera, che ancora una volta supera le mie aspettative. Concordiamo anche le procedure di contatto con loro e con le Capitanerie di Pantelleria e Lampedusa in caso di necessità durante la nostra navigazione nel canale.
Palermo è alle nostre spalle e la costa ci regala una brezza tesa che ci permette di navigare a piena vela fino a S. Vito lo Capo a una media di 7 nodi.
A bordo c’è buon umore: le condizioni e le previsioni meteo sono buone e, nonostante il caldo sempre più torrido, ci sottoponiamo volentieri alle continue riprese e interviste di Joel e Nathalie, Dal canto suo, Grazia fa lo stesso con la macchina fotografica, alla quale non sfugge alcun dettaglio della nostra vita a bordo. Il 9 mattina ormeggiamo a Pantelleria e andiamo in Capitaneria di Porto a trovare il Comandante Montanaro, 15 anni di navigazione come ufficiale di coperta sui cargo della Grimaldi, che ci racconta la realtà dell’isola. Gli sbarchi a Pantelleria sono sempre stati limitati, anche se lo scorso anno purtroppo le tragedie non sono mancate. Nel pomeriggio andiamo a vedere il piccolo cimitero delle poche barche di migranti abbandonate sull’isola.
Lampedusa, barca sotto sequestro
La più piccola è ancora integra e porta il nome di az-Zawwālī, “Il poveruomo”; l’altra, senza nome, mostra lo sventramento provocato dagli scogli il 13 aprile 2011, quando annegarono tre donne, tra le quali la madre di cinque figli, che vennero temporaneamente adottati dalle famiglie pantesche per poi ricongiungersi al padre, che decise di restare sull’isola. Fa che i figli stanno bene e che Gesù li protegga.  Come vi chiamate? Vi vorrei conoscere per favore. Mi chiamo Elisa. 8 maggio 2012”: sono le scritte su fogli appesi alla rete che cinge il cimitero delle navi, sotto un mazzo di fiori di plastica, due scarpine di bimbo e un paio di scarpe da donna legate alla recinzione.
La sera alla nostra poppa si ormeggiano i pescherecci. Ci scambiamo bicchieri di vino, raccontiamo cosa stiamo facendo, ci confermano che il canale di Sicilia è un cimitero di migliaia di annegati, soprattutto verso le coste della Tunisia e della Libia. Ormai però, se le reti raccolgono dei resti, li rigettano in mare, una preghiera e basta. Riportarli in porto significa barca sequestrata per settimane, inchieste: un fermo pesca impossibile da sostenere. Altro grande problema che il progetto vuole evidenziare è quello delle denunce di favoreggiamento all’immigrazione clandestina che si prendono i pescatori (e non solo) che aiutano le barche in difficoltà. Le sentenze sono quasi sempre favorevoli, perché prevale il principio del dovere del soccorso in mare, ma l’iter processuale è comunque troppo lungo e gravoso per un pescatore, che purtroppo spesso fa forza a se stesso e tira dritto.
 In piena notte lasciamo Pantelleria e il 10 pomeriggio eccoci in porto a Monastir, stanchi e accaldati, provati dal caldo terribile e dalle interminabili pratiche di polizia e dogana. A Monastir fervono i lavori di preparazione del Forum Sociale Mondiale 2013 e il nostro progetto sui diritti dei migranti s’inserisce proprio in questo contesto; al nostro arrivo siamo quindi accolti da tutti i delegati di Boat4People arrivati dal resto d’Europa. Sono le dieci di sera e le spiagge sono ancora affollate di gente che cerca refrigerio facendo il bagno, i ragazzi in costume, gli uomini a torso nudo, le donne completamente vestite. Sul telefono appare un messaggio di mia moglie da Milano: 54 africani partiti dalla Libia verso Lampedusa non ce l’hanno fatta e sono tutti morti
Abbas, eritreo, è l’unico sopravvissuto alla tragedia ed è stato trovato aggrappato alla barca con la quale era fuggito dall’Africa a Tripoli 14 giorni prima, insieme a 20 somali,2 sudanesi e 34 eritrei, tra i quali due sorelle e il cognato. Dopo circa 26 ore di navigazione, la barca, in pessimo stato, si è rovesciata e tutti, tranne Abbas, sono caduti in mare e sono annegati. Il relitto è andato alla deriva per 14 giorni con il solo Abbas a bordo, che ogni tanto vedeva delle imbarcazioni avvicinarsi e poi di nuovo allontanarsi. Ieri è stato finalmente soccorso da dei pescatori tunisini e poi trasferito, prima all’ospedale di Zarziz, poi al centro di detenzione, dal quale sarà rispedito in Eritrea, dov’è considerato un disertore.
L’accoglienza a Lampedusa
12 luglio: il caldo è tremendo, 41° all’ombra, 48° al sole: il viso e gli occhi bruciano di calore. A tarda sera ci ritroviamo in una ventina di persone a bordo per una cena fredda. Si parla soprattutto della tragedia in mare dell’altro giorno: cosa si può fare per evitare che tanti partano in condizioni disperate e che siano respinti anziché aiutati? Ci chiediamo anche perché a Monastir, città universitaria, turistica e con pretese di modernità nei servizi, ma conservatrice negli usi e costumi, che ufficialmente accoglie con favore le nostre iniziative, troviamo tutti i nostri manifesti strappati. Forse si tratta di vergogna, del non voler ammettere che dei cittadini tunisini desiderino scappare dal loro paese.
Per il tardo pomeriggio e la serata del 13 luglio è previsto un evento simbolico in un piccolo porticciolo di pescatori di un paese a sud di Monastir. Il programma prevede di portare con Oloferne una dozzina di partecipanti al Forum nel minuscolo porticciolo di Ksibet, dove saranno accolti dai pescatori e dagli abitanti. Il mattino vado a fare un sopralluogo da terra. Il porticciolo è davvero minuscolo e purtroppo il fondale è bassissimo. Anche l’arrivo dal largo è un problema: bassi fondali che circondano un canale dragato che dovrebbe essere abbastanza profondo. Se riesco ad arrivare al canale, posso ancorare subito fuori dal porto.
Alle 17.30 partiamo e mi tengo al largo in acque sicure finché individuo le mede di segnalazione del canale. Non avendo altre indicazioni, mi dirigo all’imboccatura del canale su una rotta perpendicolare. Il fondale si abbassa e rialza continuamente, procedo pianissimo, quasi fermo. Intanto dal porto escono 4 barche da pesca che vengono ad accoglierci e, quando sono a poche decine di metri da noirestiamo bloccati da alcuni mucchi di sabbia e alghe, sparsi in modo irregolare. Abbattendo la prua con il gommone, faccio ruotare la barca su se stessa e, serpeggiando tra i mucchi di sabbia, ci riportiamo su un fondale di tre metri. Diamo ancora e trasbordiamo i nostri ospiti, che comunque arrivano a Ksibet dal mare: l’aspetto simbolico è salvo. Noi invece rientriamo in porto.

A sn:  I pescatori di Ksibet ci vengono incontro mentre cerchiamo di avvicinarci al canale d’ingresso al porto.

Il 14 luglio le previsioni meteo danno l’ingresso di una burrasca da N tra il 15 sera e il 17, per cui decido di anticipare la partenza da Monastir a poco dopo la mezzanotte del 14, per arrivare a Lampedusa nel pomeriggio del 15.
 A bordo l’equipaggio rimane lo stesso, ma il gruppo degli ospiti si modifica. Rimangono a bordo Nicanor Joel, Nathalie e Grazia. I nuovi amici che vengono con noi a Lampedusa sono: Lorenzo Pezzani, che ha ideato il progetto Watch The Med; Albert Chaibou, attivista nigeriano per i diritti dei migranti; Sophia Baraket, fotografa, Samira Gazzaz, avvocato; Carmen Cordaro, avvocato; Alessandra Coppola, giornalista del Corriere.
Nonostante l’appuntamento con tutti alle 16.30 per iniziare le pratiche con grande anticipo, quando, al termine della consegna dei passaporti vistati ai singoli passeggeri e dell’ispezione della barca, riusciamo a mollare gli ormeggi, sono le 02.30 italiane del 15 luglio.
A bordo sono tutti di buon umore e c’è poca voglia di dormire, ricominciano le interviste, le domande, i racconti. Qualcuno si lascia prendere un po’ dall’eccitazione, ogni barca da pesca che incontriamo potrebbe essere una barca di migranti o un’unità militare che ci controlla. In tarda mattinata, in acque internazionali, siamo sorvolati a più riprese da un aereo militare (sembra italiano), che senz’altro sta pattugliando lo specchio di mare, ma senz’altro non alla nostra ricerca, anche se in effetti insiste un po’ troppo a passarci sopra.
Comunque, per fortuna la navigazione procede serenamente e senza intoppi. Alle 17.00, superata Lampione, ci viene incontro una motovedetta SAR di pattugliamento della Guardia Costiera, che ci riconosce e ci conferma che siamo attesi in porto a Lampedusa.
Alle 18.45 ormeggiamo, accolti dagli amici di Boats4 People, di Legambiente e del Festival cinematografico sulle migrazioni.
A sn: 
A una decina di miglia da Lampedusa siamo intercettati da una motovedetta SAR della Guardia Costiera che, accertata la nostra identità, prosegue il suo giro di pattugliamento.

Le due ore seguenti sono destinate alle ultime (finalmente le ultime!) pratiche burocratiche, presso i Carabinieri (che a Lampedusa hanno funzione di Polizia di frontiera).
Andiamo a dormire molto tardi e molto stanchi, ma la mattina del 16 ci svegliamo presto: durante la notte è entrato il previsto vento forte da maestrale e preferisco mettere l’ormeggio in sicurezza con una seconda àncora sopravvento.
 Alle 10.00 vado a presentarmi al comandante della Capitaneria, il Tenente di Vascello Cannarile, e porto con me Alessandra Coppola del Corriere, che desidera avere alcune informazioni. Anche in questo caso, la formalità cede subito il passo a una schietta cordialità. Veniamo a sapere che la Capitaneria di Lampedusa ha grande disponibilità di mezzi (vedette SAR, aereo ed elicottero) e personale; e che è in grado di avere sempre in mare un mezzo operativo e di assicurare l’intervento di altri mezzi in pochi minuti, 24 ore su 24. Abbiamo la conferma che l’aereo che ci ha sorvolato il giorno precedente fa parte del piano europeo Frontex di pattugliamento e che appartiene all’aviazione militare portoghese. Il servizio di pattugliamento è attivo, ma trovare tutte queste piccole barche alla deriva è difficilissimo. Se almeno le autorità libiche e tunisine fornissero indicazioni sulle unità che sanno essere partite, ma che gli sono sfuggite, sarebbe più facile soccorrerle; ma questa collaborazione non c’è. Altra notizia è che i migranti cominciano a trascurare Lampedusa, dalla quale sanno che possono solo essere rimpatriati o chiusi nei centri di accoglienza (detenzione?), e che preferiscono provare a sbarcare direttamente sulle coste della Sicilia, dove è più facile non essere notati e disperdersi. Poi abbiamo l’ulteriore conferma che per la Guardia Costiera una qualsiasi barca in difficoltà non è un problema di controllo dell’immigrazione, ma un problema di soccorso e salvataggio; e qualsiasi barca malmessa, o con troppe persone a bordo, è considerata una barca in difficoltà. Ci sentiamo raccontare di ragazzi abituati a soccorrere diportisti in panne o barche da pesca in avaria, che si trovano davanti a relitti galleggianti di 12-14 metri, stipati all’inverosimile da 400-700 persone, adulti, vecchi, donne, bambini e neonati, stremati, terrorizzati, che hanno mai visto il mare e che non sanno nuotare. Terminate le delicatissime operazioni di trasferimento sulle motovedette, cessato l’effetto dell’adrenalina nelle fasi operative, quand’è andata bene gli occhi dei marinai si soffermano commossi sugli sguardi rassegnati e grati di donne e bambini; quand’è andata male, nei loro occhi rimangono le immagini dei morti annegati, che mai dimenticheranno. Usciamo dalla Capitaneria; nel sole abbacinante di Lampedusa sferzata dal maestrale Alessandra mi guarda e mi dice: “non ne avevo idea, ma sai che sono questi i veri eroi?”.
Al Bar dell’amicizia c’è la connessione wi-fi, ma è anche uno dei bar frequentati dai pescatori, così conosciamo Beppe e Turiddu, pescatori da sempre, e Dino, milanese che da vent’anni con i pescatori vive in simbiosi. Prima al bar e poi in barca, naturalmente si parla di come i pescatori (Lampedusa, diversamente dalle altre isole italiane, è una vera isola di pescatori) hanno vissuto il problema della migrazione, in mare e a terra. Sono vent’anni che i lampedusani accolgono profughi ed emigranti dal nord e centro africa. L’anno scorso è stato l’anno dell’emergenza, che ha messo momentaneamente in crisi un sistema di accoglienza e solidarietà ormai usuale e collaudato. Emerge un quadro molto diverso da quello mostrato dalla politica e dalla maggior parte dei media: un quadro fatto di porte aperte, di pasti caldi, di coperte e beni di conforto elargiti con spontaneità e semplicità, della rete clandestina di abitanti che favoriscono i contatti dei migranti con i loro familiari. Turiddu possiede un capanno degli attrezzi, una costruzione in cemento a un piano di circa 150 metri quadrati. L’ha messo a disposizione e si sono riparati dal rigore dell’inverno quasi ottocento persone, che hanno dormito sulle reti, hanno bruciato porte e finestre per scaldarsi e cucinare. Turiddu ha avuto danni ingenti, ma nei confronti dei migranti ha solo parole di comprensione, sa che non poteva andare diversamente, con alcuni di loro è rimasto in contatto, come tanti altri abitanti dell’isola. Di fianco al capanno c’è un piccolo pezzo di collina tra l’aeroporto e il mare, meno di un ettaro, dove si sono accampati più di 7000 profughi. È quella che i media hanno chiamato la collina della vergogna, ma per Turiddu e la maggior parte dei lampedusani è la vergogna delle istituzioni, che hanno abbandonato a loro stessi profughi e abitanti, creando delle condizioni insostenibili per entrambi. Le stesse istituzioni che neanche pensano di risarcire i danni subiti dagli isolani; ma che invece, sfruttando l’unico episodio di ribellione avvenuto sull’isola, in 24 ore hanno praticamente obbligato l’Autorità Marittima a dichiarare Lampedusa “porto non sicuro”, per l’impossibilità di garantire la sicurezza ai profughi. È stata un’operazione vile, che ha macchiato l’onore marinaresco dell’isola; ancora più assurda per il fatto che la Guardia Costiera ha comunque continuato a portare sull’isola le persone che salvava in mare. E l’isola, con il suo nuovo sindaco, rivendica la politica dell’accoglienza. E in mare? Ci rendiamo conto che, a parte aerei e satelliti, le centinaia di pescatori che incrociano tra la Sicilia e la costa africana sono quelli che hanno più probabilità d’imbattersi nelle imbarcazioni di migranti. Sappiamo già che a soccorrerli si rischiano denunce. Ma anche avvertire la Capitaneria di Porto e seguirli, monitorandoli fino all’arrivo della motovedetta, significa recuperare le reti e perdere una giornata di lavoro. Quante giornate di lavoro può permettersi di perdere un pescatore? Provo a suggerire una soluzione: che queste giornate siano riconosciute come fermo pesca, con relativa indennità giornaliera. Mi rendo conto che abbiamo passato ore a parlare d’immigrati e che anche questa volta, come sempre quando abbiamo parlato con pescatori, abitanti, uomini della Capitaneria di Porto, a Palermo, Pantelleria e Lampedusa, neanche è stato sfiorato l’argomento dell’immigrazione come problema; si è sempre solo parlato di come impedire che la gente muoia in mare.
 Il 19 luglio è il nostro ultimo giorno a Lampedusa e qui oggi si conclude questa fase del progetto Boats4People, che passa il testimone al Festival cinematografico sulla migrazione. La conferenza stampa di chiusura a bordo di Oloferne è affollatissima, siamo in 52 persone a bordo, 52 persone che alla fine della conferenza stampa applaudono la barca (e il suo equipaggio), che è stata davvero il punto focale amato e apprezzato di questo progetto. Prima del tramonto usciamo dal porto e ci portiamo davanti alla Porta d’Europa, l’arco simbolo dell’accoglienza per chi arriva da sud in quest’avamposto dell’Unione Europea. Qui si svolge la cerimonia di chiusura. A terra, intorno all’arco, autorità, giornalisti, organizzatori, partecipanti; in mare noi. Alla lettura della serie di tragedie che sono avvenute in questo mare, in nome di tutti i morti in questo mare, da Oloferne ragazze di diverse nazioni del Mediterraneo gettano fiori in questo mare. È il nostro tributo a chi ha sperato di sfuggire alla miseria o alla morte nel suo paese e ha invece trovato la morte proprio in questo mare, questo nostro Mediterraneo culla di una civiltà comune a tutti i suoi popoli.
20 luglio, ore 05.30. Il porto di Lampedusa è appena tinto del rosa dell’alba e il silenzio è rotto solo dalle barche da pesca che entrano, che escono. Ieri sera abbiamo salutato tutti gli amici. Oloferne e il suo equipaggio per ora hanno finito il loro compito. Lasciamo al giardinetto di sinistra il faro di Capo Grecale, illuminato dal sole appena sorto, e mettiamo la prua su Marsala.
E so che torneremo.

Alcuni dati dell’Oloferne di oggi:
Costruzione: nel 1944,  nel cantiere Russo di Messina
Materiale: in legno, a fasciame tradizionale con ossatura in quercia, fasciame in pino fruttifero e mogano; sovrastrutture in mogano e tek
Lunghezza ft: 23,00 m (18,50 m scafo + 4,50 m bompresso) 
Baglio max: 4,30 m
Armamento: a goletta, con 2 alberi e bompresso
Velatura: 2 rande auriche, trinchetta e fiocco per circa 165 mq
Posti letto: 10 (2 cuccette matrimoniali, 2 cuccette singole, 4 brande singole) in open space per ospiti + 3 per equipaggio
Bagni: 2 per ospiti + 1 per equipaggio
Acqua dolce: 1.500 litri
Carburante: 1.500 litri