martedì 3 luglio 2012

Il Roma, tonnellate d’acciaio a milleduecento metri

Nove settembre 1943, un aereo tedesco colpisce e affonda la Corazzata Roma, Ammiraglia della Regia Marina. Morirono 1393 marinai, insieme al comandante delle Forze Navali da Battaglia, l’ammiraglio di squadra Carlo Bergamini. Solo 628 i sopravvissuti.
L’affondamento del Roma è uno dei primissimi atti della Resistenza italiana, avvenuto quando ancora a Porta San Paolo non era stato sparato un colpo, e quando non si sapeva ancora bene cosa era successo a Cefalonia.
Ventotto giugno 2012, dopo 69 anni dall’affondamento non ci sono più dubbi, si conosce il punto esatto dove giace una parte del relitto che la Marina Militare ritiene uno dei più importanti Sacrari del mare. Si trova nel canyon di Castelsardo, Golfo dell’Asinara, a 16 miglia dalla costa e a milleduecento metri di profondità.
Ci sono voluti cinque anni di ricerche e il sofisticato robot subacqueo Pluto Palla, ideato e costruito da Guido Gay ingegnere della Gaymarine. Il piccolo robot filoguidato dal peso di 60 chili che può raggiungere i 4000 metri di profondità, ha individuato il sito documentato dalle fotografie di alcuni pezzi di artiglieria contraerea, (foto a destra della Gaymarine) cannoni da 90 mm, imbarcati sul Roma.
L’identificazione del punto di affondamento è stato ottenuto sulla base di uno studio di documenti militari dell’epoca conservati negli archivi della Marina Militare e su documenti provenienti da archivi anglo-americani e da una ulteriore importante documentazione storica sulla situazione in corso il 9 settembre 43, alla base della Maddalena, oramai in mano tedesca. Altro elemento per l’individuazione del relitto è stato realizzare in 3D l’intero scenario grazie a fotografie della ricognizione inglese che volava a bassa quota sulle navi della Regia Marina, e al racconto di una testimone che non solo ha descritto nei dettagli quando accadde ma ha indicato anche il punto preciso dove avvenne la sciagura. Tutto questo materiale è parte integrante di un progetto che include la realizzazione di un film documentario, di una mostra e una serie di altri eventi istituzionali in occasione del 70° anniversario dell’affondamento, che cade il 9 settembre del 2013. A breve con attrezzature scientifiche all’avanguardia, si cercherà di filmare il relitto e di analizzarlo da vicino con telecamere in alta definizione, e con un mini-sommergibile.
Il relitto del Roma, una montagna d’acciaio divisa in due tronconi, è sicuramente quello che ha impegnato più ricercatori in assoluto, in una classifica mondiale, secondo solo alla mitica Nuestra Segnora de la Conception, affondata sul “silver bank” vicino ad Haiti.
Fino a quel momento tutti ritenevano, a ragione, che il Roma fosse una delle più potenti navi da battaglia del mondo, superata soltanto da unità operanti nel Pacifico: le due Yamato giapponesi e le due Iowa statunitensi.
La bomba perforante Fritz
Il  Roma, lungo 250 metri, la più grande e potente unità da guerra italiana di tutti i tempi, aveva sulla parte più prominente della prua lo stemma rosso porpora SPQR simbolo della città di Roma in sostituzione del tradizionale stellone portato da tutte le navi della nostra flotta. Nella Marina le navi sono sempre state chiamate al maschile anche quando portano dei nomi di per sé femminili: il Gorizia, il Minerva, lo Sfinge, il Baionetta, ecc., dobbiamo quindi continuare a dire “il Roma”, senza indulgere ad un certo andazzo più recente, dimentico delle tradizioni.
Quella fatidica mattina ciò che accadde è ben noto quando si decise di ordinare alla nostra flotta, con ben 3 corazzate classe Littorio e un numero rilevante di incrociatori e cacciatorpediniere, di consegnarsi al nemico, ora alleato. La flotta partì dalla Spezia e alle 15,30 del 9 settembre 1943 a nord della Sardegna, viene avvistata e attaccata da una formazione di Dornier di stanza a Marsiglia, armati, una per aereo, con le Fritz, bombe perforanti di 1.5 tonnellate che avevano la possibilità di subire anche se limitate, correzioni di traiettoria per un più accurato puntamento dell’obbiettivo grazie alla radio-guida e a quattro alette mobili disposte ad X. Accelerate in caduta anche da un razzo, hanno una ogiva d’acciaio speciale, studiata per bucare il ponte di una corazzata.
La prima bomba che colpisce il Roma passa attraverso tutta la nave come se fosse di burro e va ad esplodere sotto la chiglia. La seconda bomba cade a proravia della torre grossi calibri raggiungendo la santa Barbara ma i proiettili da 381, che avrebbero sbriciolato il Roma in mille pezzi, non esplosero. Il fatto è che ci fu la deflagrazione, cioè partirono le 480 cariche di lancio che vamparono in modo progressivo, la potenza della deflagrazione fu incalcolabile, produsse una deformazione del piano di calpestio della nave mentre il torrione del comando e tutto il centro nave veniva fuso dall’altissima temperatura. La vampa si esaurì a quasi un chilometro sopra la corazzata ormai trasformata in un relitto contorto. La torre dei 381 fu sparata letteralmente in mare con i suoi cinquanta serventi. Come è noto le torri dei grossi calibri sono solo appoggiate nei loro alloggiamenti e si staccano dalla nave quando la stessa si capovolge. La nave si spezzò in due tronconi e nessuno degli occupanti del troncone anteriore si salvò. I mille e più metri garantiscono l’inviolabilità del relitto che va rispettato, come un grande cimitero di guerra. Molti dei misteri del Roma resteranno inviolati, ma sapere dove poter gettare una corona di fiori è di conforto.

Fra i tantissimi i libri che parlano del Roma il più recente (ha vinto anche il premio dedicato a Carlo Marincovich)  è Una Tragedia Italiana, 1943. L’affondamento della corazzata Roma scritto da Andrea Amici, 41 anni, sommozzatore dei Vigili del Fuoco e vive a Genova. Suo nonno, Italo Pizzo, era un giovanissimo fuochista da poco imbarcato sul Roma. Andrea è cresciuto ascoltando quella vicenda, quasi senza accorgersi che la storia, quella con la “esse” maiuscola, aveva saltellato accanto a lui in ogni momento della sua vita. L’aura di mistero, il terribile naufragio, la tecnologia del titano d’acciaio, i presunti complotti internazionali e la romantica esperienza dell’internamento in Spagna, erano gli ingredienti perfetti per una storia affascinante, incredibilmente autentica. Inizialmente la trascrisse in forma di appunto, senza neppure avere l'intenzione di pubblicarla. Poi, per fortuna, dopo aver letto il canovaccio, un’amica lo ha spronato a pubblicarlo. La la qualità dei contenuti era tale da meritare una completa revisione e riscrittura di capitoli interi. Il libro uscì nel gennaio 2010, sembrava un libro come tanti, ma dopo due anni e mezzo ne stiamo ancora parlando.
Andrea Amici
“Mio nonno fu un superstite della corazzata Roma, ricorda Andrea, di frequente si incontrava con i suoi vecchi compagni che condivisero con lui il naufragio e l’internamento. Essere un bambino vicino ai vecchi marinai del Roma mi trasformò in una sorta di spugna assorbente. Ascoltavo e domandavo, senza mai stancarmi. Non dimenticai nulla e misi tutto nell'archivio della mia memoria. Passarono gli anni e in punto di morte il nonno mi raccontò un intenso aneddoto del naufragio e da qual momento la storia più importante della sua vita fu affidata a me. Naturalmente tutto questo non era sufficiente, mi è stato prezioso come consulente – non poteva essere che l’inseparabile amico della sua vita – Giovanni Vittani (tuttora vivente), che mi raccontò tutto, ma proprio tutto, conclude Andrea, quello che era successo tanti anni prima.” La notizia ha colto di sorpresa Amici che al telefona racconta “Vorrei approfittare di questo spazio per raccontarvi un fatto accadutomi poche ore fa. Mi ha chiamato la moglie di un superstite, un pò preoccupata, dicendomi che da quando ha visto in tv l’immagine del cannone da 90mm inquadrato dal rov suo marito non ha parlato con nessuno, per due giorni interi. Me lo ha passato e gli ho chiesto, con commozione, cosa ne pensava. ‘Questa é una cosa seria, amico mio. Non ho altro da dirti’, una sintesi perfetta!”
Amici tiene conferenze in giro per l’Italia, alcune patrocinate anche dalla Marina Militare. fa parte del direttivo dell’Associazione Regia Nave Roma che collabora senza alcun lucro con le istituzioni, per ogni iniziativa dedicata al ricordo e agli studi della vicenda. Il loro scopo è quello di ricordare, possibilmente tramandando ai più giovani. “Oggi, grazie al nostro lavoro, ci sono ragazzi delle scuole medie, conclude Andrea, che fanno ricerche storiche sulla storia del Roma e del suo equipaggio. Una bella soddisfazione!”

Una Tragedia Italiana, 1943. L’affondamento della corazzata Roma
320 pagine Anno di pubblicazione: 2010
Con i suoi maestosi interni d'acciaio, la corazzata Roma è l'unità più temuta del Mediterraneo. Poco prima dell'alba del 9 settembre 1943 lascia il porto di La Spezia. A bordo ci sono oltre duemila uomini. Improvvisamente in cielo viene avvistato uno stormo di Dornier. Qualcuno urla: «Sono tedeschi!» È allarme aereo. Una prima bomba cade in mare. Pochi minuti dopo la Roma viene però colpita in pieno e comincia a sbandare. Una seconda bomba la ferisce a morte. Si sente un boato prolungato e in pochi secondi è l'inferno. Dal ponte torce umane si buttano in acqua prima che la nave si capovolga e le trascini con sé. Tra le 1393 vittime di quel drammatico pomeriggio di settembre c'è anche l'ammiraglio Carlo Bergamini, amatissimo dai suoi uomini, l'ufficiale più elevato in grado di tutte le forze armate caduto in combattimento. Ma la storia della Roma non finisce con il suo affondamento. I naufraghi vengono trasportati alle Baleari. Qui le navi saranno internate e i superstiti trasformati in merce di scambio. La loro vita resterà a lungo come sospesa, in difficile equilibrio tra gli opposti interessi di un'Italia spaccata in due, la Spagna e gli anglo- americani. Eppure, incredibilmente, gli uomini della Roma ricominceranno a vivere, forti di un'amicizia inossidabile, quella che nasce tra chi sa di essere un sopravvissuto. Tra loro Italo Pizzo, autore di un diario che il nipote Andrea Amici ha integrato con rare testimonianze regalandoci un racconto in presa diretta di quel che accadde realmente a bordo, della vita da esuli tra amori e aneddoti intriganti, fino al ritorno a casa, in Liguria, dopo quasi due anni.


Corazzata Roma di Giancarlo Barbieri

23 tavole piani di costruzione scala 1:100
In ventitre tavole, in parte realizzate da Giancarlo Barbieri: piano di costruzione con la prora modificata, vista di fianco, vista dall'alto, castello, ponte di coperta con tutte le soprastrutture (1:200), n.7 sezioni trasversali, piattaforme del torrione, sistemazione delle imbarcazioni, elettroverricello per picchi di carico, bracci portaeliche (1:20), linee d'alberi (1:75), fumaioli (quattro tavole in scala 1:50) ed elica (ø 4,80 m - scala 1:10), nonché i piani originali in scala 1:10 della autovettura FIAT BN3 2800 imbarcata a disposizione dell'Ammiraglio e dell'autocarro FIAT 626 NL per i servizi a terra, entrambi collocati sul ponte.  Nella documentazione è incluso un CD con diverse centinaia di foto del modello di Giancarlo Barbieri.