giovedì 21 giugno 2012

Fotografia e Integrazione

Comunicare l’Integrazione (Co.In.) è il progetto promosso dalla direzione generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione e finanziato con il fondo europeo per l’Integrazione di Cittadini di paesi terzi per favorire un’informazione più obiettiva sul fenomeno dell’immigrazione, nella convinzione del ruolo fondamentale che svolgono i media nell’influenzare l’opinione pubblica su un tema così delicato. E che un cambio di rotta sia necessario, lo dimostra la scarsa consapevolezza del contributo che gli immigrati garantiscono alla nostra crescita economica.
Quanti sanno che in Italia gli stranieri rappresentano il 7,5% della popolazione totale ma arrivano a produrre quasi il 10% del pil nazionale? Oppure che sono 454 mila le imprese gestite da immigrati e che le stesse producono quasi 76 miliardi di euro, pari al 5,5% dell’intera ricchezza prodotta a livello nazionale? O ancora che il tasso di occupazione degli stranieri al quarto trimestre del 2011 era al 60,8% contro il 56,5% degli italiani? Dati così significativi fanno fatica a penetrare nell’opinione pubblica e ad affermarsi nel comune sentire. La responsabilità di questa miopia è anche degli organi di informazione, che troppo spesso si concentrano sulle notizie negative e offrono uno spaccato parziale del fenomeno.
Il progetto Co.In. ha coinvolto giovani aspiranti giornalisti in workshop, tavole rotonde e convegni in occasione dei quali gli studenti si sono confrontati con esperti provenienti dal mondo accademico, dal giornalismo. Uno strumento di lavoro per trattare il tema dell’immigrazione in maniera più consapevole e qualificata e per interrogarsi su come le parole possono diventare sassi, distorcere la realtà e influenzare in maniera negativa l’opinione pubblica quando la tematica al centro dell’attenzione mediatica è l’integrazione dei migranti, soprattutto in un periodo storico caratterizzato dalla crisi economica. Ecco allora che i problemi dell’integrazione nascono da un’informazione sbagliata o approssimativa, che contribuisce a creare stereotipi e ad alimentare paure rispetto alla figura dell’immigrato. Non si racconta la quotidianità delle persone che vivono da noi, che come noi lavorano e hanno una famiglia.


Uliano Lucas
In Co.In. è stato coinvolto Uliano Lucas che ha permesso di osservare il fenomeno dell’immigrazione da una prospettiva diversa, attraverso la sua mostra fotografica “Migrazioni. Il lungo viaggio” e nel catalogo dallo stesso titolo. La mostra è stata allestita in occasione del convegno conclusivo di Roma del 30 maggio.
Lucas è tra i più grandi fotogiornalisti italiani, con le sue immagini ha documentato mezzo secolo di mutamenti sociali, politici, culturali del nostro paese e non solo, documentati nelle centinaia di libri e mostre che lo vedono protagonista assoluto. Tutto consultabile nel suo sito ufficiale ulianolucas.it
È questa quindi l’occasione per ascoltare dalla viva voce del fraterno amico Uliano come la fotografia sia uno strumento di informazione e di conoscenza, per chi la osserva e anche per chi la scatta. Un “domanda e risposta” asciutto e essenziale come è nel suo carattere.
Cosa significa essere migranti?
Siamo stati e siamo tutti migranti, da sempre le popolazioni si sono spostate, prima con ritmi molto lenti ora è un fenomeno planetario e sempre più masse di giovani arrivano in Europa vista come un mito come era l’America per noi italiani all’inizio del novecento. Vanno raccontate queste storie di migrazioni perché hanno dentro una parte di dolore, di violenza e dobbiamo anche capire come cambiano il loro modo di vedere. Negli anni ’60 all’inizio della mia professione feci le fotografie di quegli emigranti del meridione venuti nel nord a inventarsi il miracolo economico. Un mondo contadino trapiantato nelle nebbie della padania che alla mattina alle 6 entravano in fabbrica con ancora negli occhi il sole, la loro visione della Sicilia, gli odori, la loro lingua, le loro storie, che hanno subito una violenza non indifferente perché era forza lavoro da sfruttare al massimo. Ma nessuno ha mai ragionato sui loro pensieri, desideri.
Milano, 1968
Come hai descritto questo fenomeno?
Ho iniziato a raccontare la vita di queste persone con la fotografia, come si costruivano le loro case, le famose coree, cercavo di dare un volto aldilà della retorica di quella fotografia, quella della valigia davanti al pirellone che è diventata un simbolo, la si ritrova anche nei sussidiari scolastici: lì hai il simbolo di Milano, il Pirellone costruiti da Giò Ponti con davanti un meridionale con la sua valigia che esce dalla stazione, simbolo anche di un miracolo economico. Quella fotografia è tra le mie più pubblicate, non so dire, ma almeno 3-400 volte proprio perché è diventato il simbolo di quello che è stato il miracolo economico. La vedo sempre ripubblicata in manifesti, in libri, ora esce un libro di Laterza sull’immigrazione che l’avrà in copertina.
Cosa significa quella fotografia?
È una delle fotografie che sfuggono al fotografo perché diventano emblema, storia. Io credo che per comprendere appieno una fotografia devi guardarla in continuazione perché al suo interno trovi tanti rimandi e per capirla devi essere a conoscenza di questi rimandi. Ad esempio le fotografie dell’americano Robert Frank degli anni ’50 nel libro The Americans, guardandole ora ti dà l’idea di un’America in crisi, però se non hai letto le poesie di Lawrence Ferlinghetti o Jack Kerouac, se non conosci la pittura Pop Art e la Beat Generation non riesci a comprenderle appieno. Lo stesso succede con Cartier Bresson, tutta una serie di altre storie ti aiutano, anche la poesia, per comprendere una foto. Ecco perché la fotografia ha una sua specifica straordinarietà, di estetica e di linguaggio oltre che di rimandi poetici. Per esempio la fotografia del bacio di Robert Doisneau (Le baiser de l’hotel De Ville, Paris 1950) ti rimanda alla felicità di una Francia anni 50 e a un certo cinema, Marcel Carné,  Jean Renoir e a un certo tipo di letteratura, le poesie di Jacques Prevert e l’esistenzialismo francese, al mito di Parigi. Ecco dove la fotografia ha una sua straordinarietà.
Cosa ti hanno dato i migranti?
Per quanto mi riguarda io ho sempre tentato di comprenderli, li ho frequentati, ci ho parlato. Comunque i reportage nascono in questo modo, se no fai la foto di cronaca, che è giusto fare, però quando costruisci un reportage devi rispondere soltanto alla tua etica, perché ti danno la loro fiducia, ti fanno entrare nelle loro case, dividono il pane con te, tu allora devi rispettarli, il che significa costruire un racconto. I reportage più densi di storia sono quelli che feci in Europa negli anni ’70 con Edgardo Pellegrini (giornalista e scrittore veneziano cresciuto a Roma), che furono pubblicati nel 1977 da Einaudi nel libro Emigranti in Europa
Un giro dall’Inghilterra all’Olanda, dalla Francia alla Svizzera all’interno del fenomeno della migrazione che riguardava allora 25milioni di persone. Le catene di montaggio delle fabbriche in Germania avevano cartelli di informazioni in 15 lingue, non si parlavano tra di loro, i quartieri erano divisi per etnie, caffè turco, italiano, macelleria islamica ecc. Lo stesso sta avvenendo da noi in qualsiasi media città. Quindi bastava guardare in Europa per capire che anche noi eravamo coinvolti dal fenomeno.
 
Quali difficoltà incontravi nel fotografarli?
È stato difficile fotografarli, vincere la loro diffidenza verso la macchina fotografica che loro pensavano potesse essere usata come delazione, ma soprattutto perché non sanno cos’è la comunicazione, cos’è un giornale, perché provengono da paesi dove spesso non esiste libertà di stampa. Per fotografare le loro condizioni di vita ho sempre cercato di creare un rapporto molto stretto anche se ero cosciente del fatto che la loro condizione sarebbe rimasta la stessa, tutta la retorica del fotogiornalismo, della fotografia di denuncia cadeva: tanto lei non può fare nulla. Questo mi ha insegnato ad andare cauto, a non pensare che con la mia fotografia potevo cambiare il mondo.
Cosa ti hanno insegnato?
Il mio sguardo verso questa immigrazione dai primi marocchini arrivati a Torino nel ’73 o tunisini nel ’70 a Mazara del Vallo è stato quello di tentare di raccontare che iniziava questo fenomeno, che bisognava prenderne atto per attrezzarsi a convivere con loro. Certo la mia formazione di fotoreporter è stata di terzomondista, vivendo all’interno dei movimenti degli anni ’60 e ’70 ho lavorato per Jeune Afrique. A Torino oggi trovi una generazione che è bellissima molto diversa da quella degli anni ’70 l’arrivo di queste migliaia e migliaia di meridionali ha cambiato la città, il cibo, la conoscenza e ci sono stati dei nuovi innesti, tanto che ora Torino è la città più meridionale d’Italia. Ha portato cultura, che io trovo affascinante, quindi la fotografia del migrante non è solo quella di chi sta lavorando o di quello sfruttato, ma tutto quello che ci sta intorno.
Ancora oggi usi esclusivamente la Leica e la pellicola, peraltro difficile da trovare. Perché i tuoi racconti sono in bianco e nero?
Perché il b/n ti dà la possibilità di intervenire attraverso la gamma dei grigi, dei neri, puoi dare tonalità e forza e spessore alla fotografia. Puoi intervenire in sede di stampa a una ulteriore creatività. Proprio per questa sua capacità è adatto per raccontare il reportage sociale, perché ti dà le sottolineature, invece il colore è vivezza, Fino a pochi anni fa il b/n era ancora utilizzato nei giornali, oggi è tutto colore e il b/n sta diventando di elite soprattutto per un certo tipo di pubblicità.
La fotografia dell’immigrazione è quindi in bianco e nero…
La storia dell’immigrazione continuerà sempre perché è la storia di gente che si muove per il lavoro ma anche per studiare e per vivere Il problema oggi è quello di non avere più le foto del reportage del racconto di denuncia o di altro, con la nuova formula della fotografia digitale, le nuove tecnologie, è di socializzare tutte le fotografie che tu scatti in modo da avere a livello planetario migliaia e migliaia di fotografie scattate da gente semplice, comune, di tutti, da mettere in rete che ci facciano un ritratto straordinario e fantastico di tutto quello che ci circonda. Per cui la fotografia del reporter che aveva la funzione del documento, oggi a questo reporter è stata tolta questa patente di unico raccontatore e la patente è stata data a tutti. Io spero che la gente raccontando e socializzando riesca a dare un’altra dimensione alla fotografia come conoscenza tra tutti noi.
C’è bisogno di immagini che aiutino a comprendere i drammi individuali e collettivi, le forme di un incontro ora conflittuale ora dialogante, l’inserimento nel mondo del lavoro, la socialità, il rapporto difficile con la ridefinizione di una propria identità sia da parte dei migranti sia dei paesi meta dell’immigrazione... Mentre gli sguardi sull’immigrazione diffusi dai mezzi di comunicazione, quando ci sono, sono in genere frammentari, superficiali, spesso discriminatori.