giovedì 5 aprile 2012

I Cerchi nel grande blu di Jacques Mayol

Jac l’Anfibio ha lasciato nell'abisso un po’ della sua anima: dovrà tomare a cercaria, a spalancare la porta (ora dischiusa) della conquista delle grandi profondità da parte dell’uomo del futuro.
Gaetano “Ninì’ Cafiero, 8 dicembre 1976    

Jac l’Anfibio è il grande Jacques Mayol che questo primo di aprile avrebbe compiuto 85 anni, ma che quando decise di lasciarci ne aveva 74. Ne aveva invece 49, il 23 novembre 1976, quando, primo al mondo, raggiunse in apnea i meno cento.
E Cafiero – subacqueo, giornalista e scrittore –  a quella straordinaria avventura si riferisce aprendo il suo servizio con il quale ne fece il resoconto, minuto per minuto, e che noi ora vi proponiamo perché di Mayol si parla ancora oggi solo del suo suicidio all’Elba. Ora c’è anche chi vuole ricordarlo per quello che era stato prima, ovvero come Uomo Delfino, che è anche il titolo che ha dato al suo libro considerato la bibbia delle immersioni in apnea con la storia di uno dei pionieri dell’apnea, che ha scoperto come vivere in armonia nel Le Grand Blue e a farla conoscere al mondo intero.
Villa Glaucos, il nido delle aqui
È nato così il progetto Cerchi nel grande blu, “il cerchio scelto da Mayol come simbolo che unisce uomo e delfino ma anche terra e acqua, e individuo e collettività”. Lo afferma il giornalista Luciano Minerva (con l’Associazione Elbadipaul) che ha ideato questo progetto per parlare della “rinascita” di Mayol con una serie di iniziative per ricordare il grande apneista francese, che aveva scelto l’Elba come casa, stabilendosi a Capoliveri. E proprio di Villa Glaucos, che lui chiamava il nido delle aquile, il figlio Jean Jacques ne farà un museo per far rivivere le imprese dell’Uomo Delfino come quando nel 1983 all’età di 56 anni, raggiunse i 105 metri in assetto variabile.
Allora anche noi per ricordare il mito dell’Uomo Delfino, usiamo il nostro blog per rivivere quella data storica del 1976 ma soprattutto, grazie al “pezzo” di Ninì, per comprendere perché Mayol sia di diritto “la storia’.
Nel 1976 ero inviato speciale de il  Settimanale, dell’editore Rusconi.  A novembre il  giornale mi mandò all'’sola d'Elba con l'incarico di seguire il tentativo di Jacques Mayol di raggiungere in apnea la quota  di -100 m. Un incarico che si rivelò rischioso e impegnativo dal momento che Jac l’Anfibio chiese esplicitamente la mia presenza, a quota -70, a integrazione dell’assistenza assicurata dal Corsaro e dal sub  tedesco Jurgen Hesche. Ed ecco il testo della mia cronaca e le foto che scattai a completamento del servizio.

È ritornato alla condizione umana due ore dopo la conclusione della sua impresa tremenda.
Ha smesso di essere Jac l’Anfibio, essere vivente del Pianeta Mare che scambia messaggi telepatici con i delfini, ed è tornato l’uomo Jacques Mayol, 49 anni, francese nato a Sciangai, con toda su muerte a cuestas, con tutta la sua morte addosso, come un torero disperato, che
ha abbattuto la fiera, ha vinto la forza bruta dell’abisso, ma ha pagato un prezzo enorme in energia psichica; in brandelli d’anima. II salario della paura che gli è stato regolarmente corrisposto non ripaga che in minima parte quanto quest’uomo ha lasciato di se stesso in fondo al mare. E, per riprendersi quel che gli appartiene, lui dovrà tornare laggiù, prima o poi, a cento metri di profondità, trattenendo il respiro per tre minuti e trentanove secondi, sentendo il suo cuore che rallenta i battiti fino a 28 al minuto, come quello d’una foca, un terzo del normale, ben al di sotto del limite scientifico di 40, oltre il quale un uomo che non sia Jacques Mayol s’addormenta dolcemente e muore.
È ritornato dalla fine del mare, dov’era sceso trascinato dalla sua sIitta frenata, aggrappato a un palloncino gonfio d'aria, che lo ha portato fino in superficie. È rimasto per cinque secondi senza riuscire a emettere un suono. Questo non era mai accaduto, prima. Le altre volte, anche l’anno scorso, quando aveva toccato i -92, aveva sempre abbandonato il palloncino a meta strada ed era venuto a galla, agitando, come la coda d’un delfino, Ie lunghe pinne gialle, e prima di emergere con la testa aveva tirato fuori una mano, e l’aveva agitata per salutare gli uomini in ansia rimasti ad aspettarlo sull’Elbano I, la barca appoggio, poi aveva sorriso e aveva detto “Cucù!”. Questa volta ha concesso alIa platea cinque secondi lunghissimi di angoscia.
La prima edizione del 1979
L’esito felice della prova disumana non e state sufficiente a fargli disperdere l’enorme tensione accumulata in mesi di preparazione, nei continui rinvii per il maltempo, per Ie gravi ferite aIle mani riportate nel maldestro tentativo di riparare una lampada e concluso con una tremenda scarica elettrica, alimentata dalIe dichiarazioni polemicamente feroci di Enzo Maiorca, l’unico altr’uomo al mondo che riesca a tenergli testa nella corsa al più profondo.
Mayol si e sfogato in albergo: ha coperto di contumelie l’albergatore e il suo personale, ha selvaggiamente insultato gli incolpevoli giornalisti della redazione fiorentina dell'ANSA ai quali aveva telefonato per dare la notizia dei -100 metri raggiunti, accusandoli di aver dato troppo rilievo aIle “stronzerie” di Maiorca; soprattutto se l’è presa con me.
In barca, prima della prova, mi aveva detto: “Ho assoluto bisogno di qualcuno a 70 metri che mi tocchi sulla spalla mentre risalgo. Te la senti?” Me l’ero sentita, come me l’ero sentita il giorno precedente di andare a -50, mentre lui scendeva portando sulla schiena uno speciale registratore messo a punto da Walter Olmi, un tecnico torinese, che avrebbe raccolto dati poi analizzati dal fisiologo professor Pier Giorgio Data.
Durante la discesa a - 70 s’era rotta la fibbia della mia cintura di zavorra, e io ero rimasto li, sospeso nell’acqua verde e buia, reggendo i piombi con Ie mani, timoroso che potessero cadere sulla testa di Jurgen Esche, fermo a -90, o di Alfredo Guglielmi “il Corsaro” e Roberto Araldi, scesi fino a -100 per testimoniare suI compimento dell’impresa.

(A ds. il libro che racconta la “vita di un uomo delfino” scritto nel 2006 da Pierre Mayol, fratello di Jacques)

“T’ho visto in difficoltà, mentre scendevo”, mi dirà Mayol, “e questo m’ha fatto pensare che stessi male, mi sono preoccupato, ho perduto attimi preziosi”.
Giusto. Comprensibile. Mi dispiace. Ma proprio non e colpa mia. E invece, secondo il Mayol dell’albergo, era proprio colpa mia, perché vivo in città e pretendo di fare Ie immersioni profonde, e agli uomini della sua squadra Ie cinture non si rompono mai, e allora non valgo niente come giornalista, come fotografo e come sub. Per molto meno, a chiunque altro avrei mollato un cazzotto sui denti. Poi uno psicologo mi dirà che quegli insulti erano una prova d’amicizia, perché un uomo che scarica di colpo una spaventosa tensione emotiva se la prende con gli amici, con quelli che lo proteggeranno con la loro comprensione.
E Jac ha bisogno di molta comprensione. Perché ha fatto qual’cosa di importantissimo. Non. ha battuto nessun record, anzi. Tiene moltissimo a precisare: “Questo non è uno sport, non è una gara, non è una competizione. Io non sono un “campione”. Lo avevo già intuito nel 1966, quando a Freeport, nelle Bahamas, scesi a -60 metri: qualcosa di strano avveniva nel mio corpo. Questa e una performance fisiologica e psicosomatica, anche se occorre una certa preparazione sportiva, per portarla a termine. I record non esistono più dal dicembre del 1970. Da quando, cioè, la CMAS, la Confederazione Mondiale delle Attività Subacquee, stabilì che i tentativi d’immersione profonda fossero dissociati dall’attività sportiva.
A sn. un documento inedito e straordinario: il disegno fatto da Majol con lo schema dell’immersione a -100, che Mayol ha dedicato a Giulia D’Angelo. “Per Giulia una vera donna, anche sirena. Affettuosamente Jacques Mayol”

Da allora ci si limita a constatare la profondità raggiunta: per quanto mi riguarda,nel ’73 lo fecero i carabinieri, nel ’75 il CIRSS, quest’anno ancora il CIRSS”. Per il CIRSS, Comitato Italiano Ricerche e Studi Subacquei, c’era il vicepresidente ingegner Victor Aldo De De Sanctis, che ha punzonato il cavo lungo il quale Mayol e disceso e ne ha constatato la regolare messa in mare; e c’ero io a -70. Quando Jac m’ha sorpassato, scendendo velocissimo, trascinato dalla sua macchina gialla piena di manometri, quadranti, leve, ho afferrato il cavo. Dieci metri pili in basso, Mayol era gia scomparso, inghiottito dal buio verdastro, dalla nuvolaglia di plancton che intorbidava l’acqua. Non l’ho pili visto ma ho continuato a sentirlo, attraverso la vibrazione del cavo teso, scosso dalla slitta che correva lungo di esso. Per 45 secondi eterni, controllati sull’orologio, fino a quando un colpo secco non m’ha avvertito che la lunga corsa verso la fine del mare era finita. Venti metri sotto di me, Jurgen Esche, tedesco di nascita ma elbano d’adozione, e ancora più giù, a -100 metri, il « Corsaro » Alfredo Guglielmi e Roberto Araldi, milanese, hanno assistito all’incontro di Jac con la sua meta: un disco di ferro pitturato arancione, dal quale l’attrito con l’acqua aveva strappato i sue cartellini con su scritto “100” fissati con un filo di lana. Hanno raccontato che Jac ha avuto un gesto di disappunto, quando si e accorto che i cartellini non c'erano (non si rompono soltanto Ie fibbie delle cinture di zavorra, sott’acqua) e che ha per so almeno otto secondi perché non riusciva a sganciare la maniglia del palloncino che avrebbe dovuto trascinarlo in superficie.
Sono stati gli otto secondi pili interminabili della vita avventurosa e singolare di quest’uomo che dice di se stesso: “io divento una creatura acquatica, ma conservo Ie facoltà di discernimento che sono tipicamente umane”. Quando sentivo vibrare il cavo cge teneva sospesa la sua vita, pensavo che quel siluro giallo che spariva verso la massima profondità mai raggiunta in mare da un uomo con la sola aria contenuta nei suoi polmoni era iI marinaio sui grandi laghi del Canada, il minatore, il taglialegna, il pescatore di aragoste, l’allevatore dei mammiferi marini e degli squali e delle tartarughe dei Marineland americani, il cercatore di tesori affondati, il reporter, l'attore, lo sceneggiatore, tutte Ie cose che è stato Mayol nella sua esistenza errabonda; erano la moglie danese dalla quale divorziò tanti anni fa, la figlia svedese di 24 anni, il figlio canadese di 20; era Gerda Covell, il grande amore, il “punto di riferimento”, assassinata da un drogato in un supermarket di GainsvilIe, in Florida, sotto gli occhi di Jac: rimasto ad aspettare seduto in macchina che la sua donna comprasse una tavoletta di cioccolato, impossibilitato a intervenire: erano tutti i sentimenti di Mayol. Ecco, lui portava giù tutto questo, tutto se stesso, a cento metri di profondità.
Dicono di lui ch’è un egocentrico, poco disposto a cedere spazio agli altri, un furbo pronto a tutto per difendere i propri interessi, un istrione, un megalomane, un ciarlatano.
Può darsi. Ma quando è partito, solo con se stesso, verso il traguardo che s'era prefisso, verso lo scopo principale della sua vita, verso la conferma delle teorie sue e dei medici che hanno condotto su di lui i loro esperimenti, Jacques Mayol era mondo da ogni peccato.
Lì, in fondo aIle acque dell'isola d’Elba, lui avrebbe aperto l'ultima serie di “porte” interiori attraverso Ie quali si giunge alIa più alta espressionedell’uomo, che cercando di diventare delfino, diventa sempre più uomo.
I cento metri raggiunti all’Elba non sono una misura da record, sono una quantità simbolica, un muro psicologico. Agli esperimenti compiuti nell’isola toscana ha dato un grosso contributo il dottor Gian Carlo Ricci (in veste, tra l’altro, di osservatore ufficiale della CMAS) il quale già nel ’69 aveva pubblicato i risultati dei suoi studi sui parametri di Mayol, Maiorca e Croft, un profondista americano. Mayol, a differenza degli altri, fa già qualcosa di straordinario, dal punto di vista fisiologico: sostituisce l’iperventilazione (cioè la preparazione all'immersione in apnea con prolungati atti respiratori) con una “chiamata” di sangue (il blood-shift studiato nel 68 dal fisiologo della Marina americana Karl Schaefer), fenomeno accentuatissimo nei mammiferi marini, la cui vena cava inferiore arriva a contenere un terzo di tutto il sangue corporeo, riuscendo così a ossigenare gli organi “nobili” del corpo, soprattutto il cervello. Se Mayol non si fosse generosamente prestato alIa scienza, accettando, come l’anno scorso, di immergersi a 86 metri con Ie vene trafitte dai cateteri infilati dal dottor Oggioni Tiepolo, non sarebbe stato possibile fare i passi importantissimi che sono stati fatti sulla strada che conduce a immersioni vertiginose in apnea, della durata di qualche minuto. Per il professor Data, direttore dell’istituto di fisiologia umana dell’università di Chieti, gli estremi si devono toccare. L’anno venturo forse porterà Mayol in cima alle Ande, suI lago Titicaca, a 4500 metri d'altezza: “Lunghi soggiorni ad alta quota”, dice, “producono un’ipertrofia ventricolare destra, provocata dall’ipertensione polmonare e dall’ipossia, che porta alIa muscolarizzazione, all’irrobustimento delle arterie”. Opportunamente “mutato” dalla Natura stessa, un uomo come Mayol potrà affrontare immersioni in apnea a 120 metri, magari a 50 anni, perché, per quanto la gente si meravigli, il problema di Mayol e di non diventare un atleta muscoloso, altrimenti consumerebbe troppo ossigeno. Perciò non gli interessa risalire appeso a un palloncino, anziché a forza di gambe e braccia. Si considera un battistrada, un tracciatore del cammino che sarà percorso in futuro dall’“uomo del dottor Kylstra”, (un fisiologo USA), che ha studiato la possibilità di escludere l’apparato respiratorio riempiendo i polmoni di fluoro-carbon, collegare una vena e un'arteria a un apparecchio monitorizzato da collocare sotto un'ascella che fornisca ossigeno prelevato dall’acqua, alIa percentuale occorrente aIle varie profondità, che elimini l’anidride carbonica, e di mandare un uomo così conciato addirittura a vivere sott’acqua.
Mayol crede profondamente a tutto questo. Però, intanto, si sente tranquillo soltanto se accanto ai medici e ai professori c’e il suo amico George Orosko, agupuntore e cultore di mistiche discipline orientali, di yoga e di zen, E per non correre rischi mastica spicchi d’aglio a chili: e così che un vecchissimo sommozzatore da lui incontrato aIle Filippine ha conservato a 80 anni il fiato per scendere sott’acqua; ed e per questo che Ie donne non gli vogliono piu bene.
Gaetano Cafiero


A sinistra una pubblicazione straordinaria e rara, una sorta di diario, scritto da Mayol dopo avere raggiunto i -92 e nel quale descrive tutto il percorso che lo porterà poi ad arrivare -100.
Si trattava del secondo numero di un trimestrale edito da Fratelli Fabbri Editori, in edicola nel gennaio 1976.

Anche questa è dedicata a Giulia D’Angelo
A Giulia D’Angelo che mi ha ispirato questo lavoro e vi ha cooperato con molta fede. E sperando che lei, a sua volta possa trarre da esso l’ispirazione per la ricerca della sua strada. Con affetto Jacques. Roma 17 febbraio 1976

Quella che segue è la prefazione:
Adesso dovrebbero capire che io me ne frego del record sportivo e vorrei rimanere di più in profondità. Te lo giuro, non ci fosse un conflitto tra quelli che pensano all’aspetto sportivo potrei andare a 100 metri e rimanere là più tempo: 3 minuti e 20. Ma posso certamente fare di più, perché le grandi trasformazioni del corpo si fanno in profondità. Per raggiungere 90 metri, più o meno 1'20", 1'30", diciamo un meteo al secondo: 90 metri, 90 secondi. Durante questi 90 metri cominciano fin dalla superficie dei cambiamenti, degli adattamenti. Questi adattamenti arrivano al massimo quando raggiungo la profondità maggiore. Arrivo sul disco: Io voglio rimanere di più, di più, sul isso: Però la cosa che frega è questo apsetto sportivo,  mescolare tutto, la profondità, il tempo, la risalita – con il pallone, senza il pallone…
Jacques Mayol

Infine riceviamo da Luciano Minerva:
Da vedere all’indirizzo http://www.elbadipaul.it/nel-nome-del-padre-jacques-mayol/ il video del servizio di Enzo Cappucci per Rainews 24, che ha partecipato alla festa per Jacques Mayol la scorsa settimana a Capoliveri.
Le immagini che vedete sono state girate tra il 30 marzo ed il primo aprile, nelle varie fasi della festa: l’immersione di Jean-Jacques Mayol e suo figlio Jean-Michael a Focacciola, dove è stato posto il monumento dedicato alla memoria di Jacques; Villa Glaucos, la “casa dei sogni” di Mayol dove è stata allestita la mostra; il “cerchio della vita” sulla spiaggia dell’Innamorata, una sequenza di yoga guidata da Jean-Jacques la mattina del primo aprile, anniversario della nascita del padre.
Speriamo che questa sia solo la prima di innumerevoli iniziative dedicate a Jacques e alla memoria di tutto ciò che egli ha portato alla luce nel corso della sua vita!