giovedì 1 marzo 2012

Pochi pesci, molte norme. Parola di Navarrini




Stefano Navarrini
Può risultare strano che a parlare di pesca responsabile sia un subacqueo, Stefano Navarrini, che si vanti di “essere nato con il fucile in mano”. Lo stesso che ancora oggi, alla tenera età di sessantaquattro anni, si rilassa facendo battute di pesca con qualsiasi tempo. “Nel bene e nel male – racconta – ho fatto tutto quello che si poteva fare in mare, dalle prove delle barche a motore e quelle a vela come velista, dal pescare sopra e sotto il mare, dal fotografare a scrivere di mare.”
Stefano, da sempre amico della libreria Il Mare, sono più di vent’anni che, alla direzione del mensile Pesca in Mare, si batte perché i pescatori amatoriali non debbano “considerare il mare una loro proprietà esclusiva” come sottolinea nel suo editoriale pubblicato sul numero di marzo in edicola e che riportiamo per intero.
Il popolo degli appassionati che dalla barca o dalla spiaggia, pazientemente aspettano che il pesce che abbocca sia quello lungo quanto le braccia allargate, (quante volte lo abbiamo sentito raccontare dall’amico pescatore…) è stato contato. O meglio, tre anni fa il ministro delle Politiche Agricole Giancarlo Galan ha predisposto la “Rilevazione della consistenza della pesca sportiva in mare” ovvero un censimento di tutto il mondo della pesca ricreativa e sportiva.
All’appello hanno risposto, registrandosi, in più di 800mila, e la registrazione doveva funzionare da titolo per l’esercizio della pesca. Con il rimpasto della compagine ministeriale però, il nuovo ministro, Saverio Romano, l’ha di fatto abolito introducendo la differenziazione tra pescatori di terra e quelli da mare. Toccherà al neo ministro Mario Catania trovare una soluzione che permetta di contare tutti quelli, sia dal mare che da terra, si dilettano a pescare.
E il nostro Navarrini alla guida della sua creatura, leader incontrastata nel mondo della pesca sportiva, è stato l’unico ad occuparsi degli aspetti politici e normativi e che interloquisce con i ministeri, le associazioni, i fabbricanti di attrezzature. Ora attende pazientemente di poter incontrare anche il nuovo Ministro per capire quale messaggi intenda lanciare a questo universo mondo della pesca sportiva. Un mondo, non bisogna dimenticare, che smuove enormi interessi.



Quello che segue è l’editoriale pubblicato sul numero di marzo di Pesca in Mare


Pochi pesci, molte norme
di Stefano Navarrini


C’è da chiedersi cosa avranno pensato i pesci. Dopo l’inverno più anomalo che si ricordi, con sbalzi termici che hanno superato i venti gradi facendoci passare da una temperatura quasi primaverile al gelo siberiano, saranno per lo meno rimasti perplessi. E la tropicalizzazione che fine ha fatto? Vuoi vedere che avevano ragione i Maya, avranno forse pensato, e che di questo passo arriveremo alla data fatidica con la Terra già a brandelli? A noi piace sempre essere ottimisti, quindi siamo dell’idea che in Centro America cresce un’ottima erba, e che forse i Maya si erano fumati qualche canna di troppo, mentre noi che le canne le usiamo diversamente non possiamo che essere comunque solidali con i pesci, pur consci del fatto che il mare è un forte tampone termico, e che con i suoi tempi di reazione avrà certamente ammorbidito gli sbalzi umorali di questo folle inverno. Quindi, cari amici pesci, anche se avrete sofferto un po’ di freddo, consolatevi… perché adesso ci pensiamo noi! Noi che attendevamo con ansia un po’ di bel tempo per venirvi a trovare, ma anche noi che per voi abbiamo sviluppato una nuova forma di rispetto. O no? Bè, forse uscendo dal contesto ironico potrebbe valer la pena di approfondire il discorso, perché se è vero che su questo tasto abbiamo battuto tanto fino a consumarlo, è anche vero che siamo ancora lontani da un concetto di pesca responsabile che potrebbe realisticamente dare una mano a far rivivere il nostro mare. 
Un discorso che vale in primis per i professionisti, che pur dovendosi confrontare con una realtà sempre più dura non possono e non devono per questo considerare il mare una loro proprietà esclusiva, ma vale anche per i pescatori amatoriali le cui regole etiche e sportive dovrebbero imporre comportamenti non sempre rispettati.
Il mare ci appare immenso, ma è fin troppo piccolo per soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione che ha già superato i sette miliardi di presenze. Occorre quindi regolarsi, sviluppare forme alternative di sfruttamento, come acquacultura e maricoltura, e dedicare alle risorse ittiche una forma di rispetto che prevalga sull’interesse di prendersi l’uovo oggi lasciando al domani lo scheletro della gallina. Un discorso antico, e come ben sappiamo assai poco ascoltato. Il Codice per la Pesca Responsabile della FAO ha ormai più di quindici anni, è stato firmato da 170 paesi, raccoglie una serie di principi etici, tecnici e politici che avrebbero potuto e dovuto aiutare la salvaguardia delle risorse ittiche mondiali, ma pur là dove i governi hanno imposto norme restrittive e protezionistiche, è l’immensità stessa del mare a consentire di eluderle con la massima facilità nel nome di un interesse commerciale che fagocita ogni buona intenzione. Senza contare che le stesse norme andrebbero a volte pesantemente riviste. Basti pensare che nella pesca professionale lo scarto del pescato, per questioni di taglia o di scarsa commerciabilità, tocca a volte il 70%. Un immenso spreco di risorse.
Nel nostro più ristretto ambito ci muoviamo fra normative che a volte appaiono antiche e obsolete, altre volte si presentano come imprevedibili figlie di situazioni contingenti. Come avvenne lo scorso anno, quando a causa della minacciata saturazione della nostra quota nazionale, alla vigilia delle vacanze fu vietata la pesca ricreativa al tonno rosso bruciando sogni e ambizioni di migliaia di pescatori già con i motori in moto e pronti a mollare gli ormeggi. Il mancato rispetto delle taglie minime, anche se molti non ne sono al corrente, è un reato penale, ma l’elenco delle specie considerate è ancora ricco di lacune, così come nessuno ha mai considerato di porre un divieto nei periodi di riproduzione di quelle specie che proprio nella stagione degli amori diventano più vulnerabili. Ma è poi giusto regolamentare solo le taglie minime? Paradossalmente potrebbe essere il caso di regolamentare anche quelle massime, che corrispondono ai grandi riproduttori, quelle officine biologiche in grado di sfornare milioni di uova e portare nuova linfa all’ambiente marino.
Ma allora, viene da chiedersi, una volta chiusi in una gabbia di norme, dove va a finire quel senso di libertà a contatto con la natura, che è l’essenza prima del vivere il mare e la pesca ricreativa? E’ un po’ il gatto che si morde la coda. Pochi pesci molte norme. Di certo il contrario sarebbe molto meglio, ma dipende anche dalla responsabilità di quel prelievo che oggi appare ancora irresponsabile, e che prima di essere rinchiuso fra norme e sanzioni dovrebbe essere guidato da un senso di responsabilità e rispetto. Una cultura in via di evoluzione, ma ancora con una lunga strada da percorrere.
Senza dimenticare che del mare e delle centinaia di milioni di specie che lo abitano sappiamo ancora troppo poco. Da questo punto di vista l’idea che la pesca ricreativa possa collaborare attivamente con la ricerca scientifica marina non è solo uno slogan di comodo. Di certo è un rapporto che in Italia non ha ancora avuto il dovuto sviluppo, ma del resto è la ricerca stessa nel nostro paese, che pur vanta i tanto celebrati 8.000 km di coste, a non essere supportata da adeguate risorse. 
D’altro canto, nonostante le affermazioni di parti interessate mirino spesso a sconfessare i dati forniti dai ricercatori e dalle associazioni ambientaliste, che tali ricerche spesso sostengono, è assai probabile che ci sia da fidarsi più della scienza, piuttosto che dei rilevamenti empirici di chi ha interessi puramente commerciali. Questo scontro, tanto per fare un esempio pratico, non ha trovato una soluzione neanche in ambito ICCAT, dove le richieste della Commissione Scientifica sono regolarmente disattese a causa della pressione di paesi per i quali la pesca del tonno rosso è un interesse irrinunciabile.
Il nostro contributo alla ricerca scientifica, come più volte detto, può essere importante. Siamo un esercito di potenziali ricercatori a supporto delle scarse risorse a disposizione della scienza ufficiale, e la nostra collaborazione è sempre stata benvenuta avendo apportato spesso importanti contributi. Nel nostro piccolo, inoltre, possiamo contribuire anche a salvaguardare le risorse ittiche di specie minacciate. La sempre più diffusa pratica del catch&release, sia essa una scelta etica personale o una tecnica imposta dalle norme (come nel caso di un tonno pescato in periodo di chiusura), di certo potrà portare benefici. Purché se ne comprenda bene il metodo per evitare di rilasciare in mare un pesce moribondo e destinato ad una lenta agonia.