mercoledì 16 marzo 2011

Isole galleggianti sulle nostre rotte!

La ricerca L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino, realizzata da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna ha stabilito che come in Atlantico e nel Pacifico, anche nel Mediterraneo occidentale tra Italia, Spagna e Francia galleggiano 500 tonnellate di plastica, con una concentrazione maggiore di quella della cosiddetta “isola galleggiante” nell'oceano Atlantico e quella ancora più grande, la Pacific Trash Vortex.

Abbiamo chiesto un commento a questa notizia a Franco Andaloro, da sempre amico della Libreria. Franco è biologo e naturalista, dirigente di ricerca e responsabile del Dipartimento Uso Sostenibile delle risorse dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione dell’Ambiente) oltre ad essere associato a numerose società scientifiche nazionali ed internazionali.


Collina di rifiuti sul mare, Tiro (Libano)
Il problema dei macro inquinanti affondati è un problema molto grande  ma di possibile soluzione almeno per quanto riguarda i fondali marini dove opera la pesca a strascico. Infatti, i pescatori quando catturano lo “sporco” ovvero rifiuti antropici che possono essere di una variabilità inimmaginabile, li ributtano in mare poiché non avrebbero dove  e come scaricarli a terra anche considerando che molti di questi possono costituire rifiuti speciali. Ad eccezione di rari casi lo sporco non supera il 5% della cattura in peso anche perché la pesca a strascico frequenta sempre gli stessi fondali, quindi giorno dopo giorno elimina lo sporco che però, non potendo trasportarlo a terra lo rigetta in aree dove non pesca che diventano delle vere e proprie pattumiere. Sarebbe quindi necessario, anche in ottemperanza dei dettati internazionali come la Direttiva sulla strategia marina dell’unione Europea, realizzare una struttura per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti catturati dalla pesca creando un sistema premiale per i pescatori che comunque si mostrano oggi sensibili ad adottare buone pratiche qualora ne sia offerta loro la possibilità. 
Vortice di rifiuti nel Pacifico
Si pone a questo punto il problema di fare convivere a bordo prodotti alimentari con rifiuti spesso speciali ma si ritiene che con un apporto tecnologico il problema sia affrontabile senza grandi difficoltà, l’unico aspetto che mi pare rilevante è quello del costo dello smaltimento nel momento attuale quando le municipalità hanno già seri problemi  per  i rifiuti urbani. Se invece si prendono dati della pesca a strascico  sperimentale i rifiuti possono anche aumentare in percentuale soprattutto in alte profondità dove è minore la biomassa vivente e i rifiuti non sono stati mai rimossi. Non sappiamo quindi molto di quello che c’è nei fondali non pescabili o molto profondi che custodiscono anche una biodiversità per lo più sconosciuta poiché l’esplorazione marina profonda è costosa e richiede grandi mezzi strumentali che non sono, quasi mai, a disposizione della ricerca scientifica pubblica. 
Spiaggia di Al Bared, Libano
Nei mari italiani per quanto riguarda le attività di pesca diverse dallo strascico, come le reti da posta, il problema rifiuti è invece  modesto o comunque davvero marginale rispetto all’impatto sulle reti di meduse, mucillagini, alghe e arbusti e tronchi trasportati dalle correnti che talvolta intasano le reti rovinandole e richiedendo lunghi tempi per la poro pulizia. Non è però così per i paesi del bacino orientale dove, a causa delle correnti e della presenza di discariche costiere come quella di Tiro, in foto, la pesca con attrezzi da cattura enormi quantità di rifiuti che rotolano sul fondo o sono trasportati a mezza acqua che possono costituire anche oltre il 50% della cattura totale quando non le onde non li spingono sulla spiaggia come si evince dalle foto nel porto di Al Bared in Libano. 
Macro-rifiuti pescati in mare
Qui si apre il grande problema della Cooperazione mediterranea, poiché in Mediterraneo da un lato non ha senso una politica dell’ambiente monopaese, o comunque solo Europea, e dall’altro si deve registrare la grande difficoltà delle Authority internazionali come FAO CGPM, Mediterranean Action Plan e delle numerose  Convenzioni internazionali sulla tutela dell’ambiente, che al di la dall’essere o no ratificate dai paesi terzi, non sono poi applicate per motivi economici e culturali nell’indifferenza dei paesi europei che nella complessità dello scenario politico mediterraneo, la cui instabilità e complessità si sta acuendo in questi giorni, assistono impotenti. Vi è poi il problema dei macro-rifiuti galleggianti ma ne parleremo un’altra volta.”
Franco Andaloro