mercoledì 9 febbraio 2011

Van Loon, un Piero Angela olandese, parola di Guccini

Van Loon viveva e io lo credevo morto
     o, peggio, inutile, solo per la distanza
     fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza e superbia d'allora,
     la mia ignoranza;
     che ne sapevo quanto avesse navigato
     con il coraggio di un Caboto fra le schiume
     di ogni suo giorno, e che uno squalo è diventato,
     giorno per giorno, pesce di fiume.
  Vai, vecchio vai,
     non temere, che avrà una sua ragione
     ognuno, ed una giustificazione,
     anche se quale non sapremo mai
.”

Quanti conoscono i versi di questa canzone che il cantautore Francesco Guccini nel 1987 pubblicò all’interno dell’album Signora Bovary?
L’opera originale
È lo stesso Guccini che ce lo spiega: “Van Loon è dedicata a mio padre, che leggeva le opere di questo Piero Angela dei suoi tempi, cioè gli anni ’30. Van Loon era un olandese (o un fiammingo, non ricordo bene) divulgatore di storia, geografia e umanità varia, i cui scritti si trovavano di frequente nelle case di chi, come mio padre, aveva molti interessi ma non aveva avuto l’occasione e i soldi per studiare. Una canzone molto intensa che ho provato più volte a inserire nella scaletta dei miei concerti. La provo e poi sono costretto a rimetterla via. Non riesco a farla senza star male e piangere, perché, nel frattempo, mio padre è morto” (da Un altro giorno è andato, Giunti, Firenze 1999.)
Il Piero Angela a cui si riferiva Guccini è Hendrik Willem van Loon, giornalista, storico, scrittore e illustratore olandese di nascita, americano d’adozione vissuto a cavallo del XX secolo, morto nel 1944. Molte le sue opere tra fra le più celebri, The Story of Mankind, una sorta di storia universale, e  Ships and How They Sailed the Seven Seas (1935) tradotto come Storia della navigazione dal 5000 a.C. ai nostri giorni, che il giovane editore Francesco Altieri di Magenes ci ha riproposto recentemente.
Quella di Van Loon è una storia della navigazione narrata in modo non convenzionale, dai tronchi d’albero scavati dei primitivi australiani al transatlantico moderno, unita al racconto di “vita marinara” da cui emergono anche le condizioni di vita, spesso inumane, dei navigatori degli ultimi 7000 anni. Van Loon demolisce un centinaio di miti romantici sui giorni pittoreschi della vela, mentre offre il suo tributo al fascino eterno della vita sul mare. Così come scrive nel prologo: “La storia della navigazione è la storia di un martirio umano: una storia che designa col vocabolo “navi” le camere di tortura in cui venivano condannati a scontare i loro errori gli audaci che osassero sfidare gli dei del tempo e dello spazio… Perché fino ai giorni del naviglio moderno, vale a dire fino all'inizio del XX secolo, la vita di bordo era semplicemente inadatta a esseri umani creati a somiglianza di Dio. Vita indecente, lurida; il cui ultimo compenso era un logoro sacco su cui giacere pochi anni, prima di spegnersi in un ospizio.”
I libri di Van Loon, poi, sono sempre accompagnati da illustrazioni a china, rigorosamente in bianconero, che li impreziosiscono.
Per entrare nel spirito del libro vi invitiamo a leggere una “pillola" dell’ottavo capitolo che spiega perché le vecchie galee scomparvero.

Capitolo VIII nel quale si allude alla sorte che toccò alle vecchie galee mediterranee e si spiega perché scomparvero.
 La galea era una nave di piccole dimensioni, spinta dai remi, ma che poteva, con vento favorevole, anche veleggiare. La vela comunque aveva un'importanza secondaria; la vera forza motrice era fornita dall’energia umana. Il galeone non era altro che una grossa galea munita di un numero maggiore di remi e di più di un albero. Talora conteneva fino a trecento individui e il suo armamento era più potente. Ma non uscì dall’oscurità se non quando la galea cominciò a scomparire; quindi sostenne, nella storia, una parte relativamente modesta e non mietè mai fulgidi allori, né in commercio né in combattimento. Possiamo quindi licenziarlo senz’altro, assegnandogli per giunta una menzione disonorevole (perché svelò istinti crudeli al pari della galea), e parlare solo della galea propriamente detta. La galea scendeva in linea diretta dai tipi più antichi di vascelli mediterranei; ma durante il medioevo subì parecchie trasformazioni che ne fecero un’arma di combattimento assai più micidiale di quelle rappresentate dai suoi antenati dei tempi dei Fenici o dei Greci. Conservava il vecchio rapporto di 8 a 1 tra lunghezza e larghezza, e, come i suoi predecessori, non sporgeva più di un metro e mezzo al di sopra del pelo dell’acqua. Verso prua e verso poppa si restringeva notevolmente, e per tutta la sua lunghezza era coperta da un ponte che la differenziava nettamente dai navigli vichinghi, che erano scoperti. Lungo tutto il ponte correva una passerella di guardia, costantemente percorsa su e giù dagli aguzzini armati di frusta, con la quale flagellavano a tutto spiano i rematori che battessero la fiacca. 
I remi, lunghi nove e talora dodici metri, erano spinti ciascuno da quattro o cinque uomini, i quali, per dare la battuta, s’alzavano dal loro sedile e ripiombavano seduti nel compiere il movimento inverso. Un tamburo, o una tromba, dava “il tempo” del movimento. Erano nudi sotto il sole scottante. Il loro corredo personale, per tutta l’annata, consisteva in due paia di calzoni, due camicie, una sopravveste di panno rosso e un tabarro per l’inverno, oltre al berretto, rosso anche questo, e a due coperte, le quali però dovevano servire a tutta la squadra di un remo. L'unica altra cosa che possedevano era un pezzetto di legno che aveva la forma di una grossa pera, e che portavano appeso al collo mediante una catena. Quando la galea si azzuffava con l'avversaria, dovevano cacciarsi la pera in bocca per non urlare di paura e per non fare strepito inutile se feriti a morte. Erano tutti incatenati al remo, o al banco. Se la galea affondava, affondavano con lei. Un uomo ben piantato, di forza media, doveva poter spingere il remo a tutta velocità per circa un’ora. 

Vela quadra
Ma alle volte li forzavano a spingere il remo a tutta velocità fino a undici o dodici ore. Quando non ne parevano più, si somministrava loro una crosta di pane imbevuta di vino, ma se questo rimedio non riusciva a farli rivivere, li si frustava finché riprendessero le forze. Se nemmeno questo secondo rimedio si rivelava efficace, l’aguzzino li sollevava di peso e li gettava in mare, per infondere coraggio agli altri. Sembra incredibile che esistessero individui disposti a prendere servizio sulle galee di loro libera volontà. Eppure esistevano. Quasi senza eccezione erano ex-galeotti, e cioè schiavi che erano stati condannati alle galee e che, scontata la pena, risultavano incapaci di guadagnarsi la vita in qualche altro modo, e perciò tornavano volontariamente alla galea. 
Vela latina
A questi si concedeva, come un altissimo favore personale, il privilegio di lasciare crescere i capelli. Le altre due categorie di galeotti, e cioè i condannati che scontavano la pena e i prigionieri di guerra (neri o Turchi), portavano i capelli tosati in modo che risultassero facilmente riconoscibili casomai tentassero di evadere: i prilni erano rasi totalmente, mentre i prigionieri di guerra (che potevano venire scambiati contro altrettanti Cristiani catturati da galee turche o algerine) portavano un ciuffetto. Per tutti costoro le vettovaglie erano immagazzinate nella stiva insieme con le munizioni dei cannoni. Sul ponte di poppa c'erano poche cabine per il comandante e gli ufficiali superiori; gli ufficiali inferiori dormivano nel castello di prua. I rematori dormivano – e mangiavano e sudavano e morivano – dove sedevano. In porto, se per qualche ragione non si riteneva opportuno di mandarli nel “bagno” (quegli ignominiosi penitenziari in cui li si rinchiudeva quando la galea era inoperosa in porto), si tendeva un telone al di sopra dei banchi per ripararli dal sole. Questa era l’unica sollecitudine che si dimostrasse loro. Se un galeotto tentava di evadere e lo si acciuffava, gli si mozzavano le orecchie (pena riservata a tutti i disertori), e se recidivo, un piede; e siccome non c'erano chirurghi a bordo, in ambo i casi lo si abbandonava alle sue risorse: badasse lui a cavarsela o a crepare dissanguato, a suo piacimento. Possediamo numerosi dipinti di galee. Sembrano cosette graziose, allegre, con tutti i gagliardetti spiegati e tutte le belle sculture a prua e a poppa…