venerdì 21 gennaio 2011

Sulle ali del vento, cinquemila anni di storia

Il libro che presentiamo, Sulle ali del vento, storia e avventura della navigazione a vela, l’autore, il quarantasettenne abruzzese Giovanni Lattanzi, l’ha praticamente costruito pagina dopo pagina mettendo a frutto le sue molteplici conoscenze, prima fra tutte quella della sua decennale esperienza come fotografo e ricercatore iconografico. Per questo libro, con la sua solida preparazione culturale, ha fatto la migliore ricerca possibile individuando e selezionando le immagini più appropriate per accompagnare gli otto capitoli che lo compongono. L’immagine delle incisioni rupestri del 1800 a.C. raffiguranti le imbarcazioni primitive del graffito svedese di Tanumshede, apre il primo capitolo Le vele degli antichi. Con un balzo di quattromila anni chiude l’ultimo capitolo, Vele oltre la vela, mettendo in pagina lo straordinario olio su tela della veduta di poppa della nave scuola Amerigo Vespucci, opera del pittore ungherese Rudolf Claudus.



La storia inizia con il racconto delle prime navi con le quali Fenici e Greci sfidarono il mare alle trireme che imposero il dominio di Roma sul Mediterraneo; passa poi ai dromoni con cui Bisanzio sostenne l’urto della marina islamica alle galee delle Repubbliche Marinare che la sconfissero a Lepanto e alle caravelle di Colombo, dai galeoni spagnoli che veleggiavano carichi di tesori dal Nuovo Mondo, fino ai vascelli di Nelson vittorioso a Trafalgar e agli agili clipper che sfidavano l’oceano sulla rotta delle Indie alla fine del XIX secolo: in sintesi il racconto dei protagonisti della lotta dell’uomo con il mare.
Giovanni Lattanzi racconta la storia della navigazione a vela, l’avventura per domare il vento.

Imbarcazioni primitive dal graffito svedese di Tanumshede
Nessuno sa – scrive Lattanzi nel primo capitolo –  quale sia stato il primo approccio dell'uomo al mare, e forse nessuno potrà mai scoprirlo. Probabilmente resterà per sempre un mistero come egli abbia vinto il timore che quella immensa distesa liquida doveva creare nel suo animo con la potenza dell'ignoto che si nascondeva al di là dell'orizzonte. Fatto sta che da tempi remotissimi lo troviamo impegnato su fragili imbarcazioni a sfidare le correnti dei fiumi e le onde del mareaperto. Sulle fasi iniziali di questa avventura non abbiamo narrazioni tramandate, né fonti scritte seppur successive; e mancano per giunta anche quelle testimonianze materiali che sono i reperti archeologici. Se questo si spiega facilmente considerando che le prime imbarcazioni dovevano essere realizzate con legno o altri materiali organici (pelli animali o fasci di giunchi) di difficile conservazione sul lungo periodo, rimane più arduo motivare logicamente l'assenza di qualsiasi raffigurazione primitiva relativa alla navigazione.

È ben noto come l'uomo dei primordi avesse sviluppato un discreto linguaggio grafico e lo avesse applicato tracciando in numerosi luoghi graffiti e pitture rupestri nelle quali, con ricchezza di dettagli, ritrasse se stesso, i suoi riti, le armi e le prede delle sue attività di caccia; ma non ha lasciato alcuna traccia di imbarcazioni. Nei graffiti scoperti a Tanum, in Svezia, risalenti all'età del Bronzo (3500-1200 a.C.), gli studiosi hanno ritenuto di poter ravvisare la raffigurazione di alcune barche; ma oltre al carattere dubbio di questa interpretazione, in ogni caso le incisioni non permettono di ricostruire la struttura, le dimensioni e il sistema di propulsione di tali barche.
Questa inspiegabile scarsezza di informazioni sugli esordi della navigazione permane anche nelle epoche successive, e in parte persino durante l'età classica, quando artisti e scrittori si dimostrano spesso poco abili nel descrivere in maniera chiara ed esauriente le imbarcazioni su cui navigavano i loro contemporanei; basti pensare che un cronista metodico quale fu Giulio Cesare, assai meticoloso nelle sue descrizioni quando si tratta di opere di ingegneria militare, come ad esempio la costruzione di un ponte sul fiume Reno durante l'assedio di Alesia (52 a.c.), si rivela invece estremamente vago a proposito delle caratteristiche delle sue navi, e la cosa risulta tanto più strana in quanto vi si imbarcò più volte durante le sue campagne militari e le conosceva quindi da vicino.