venerdì 24 dicembre 2010

Il diario di un viaggio di nozze durato ventinove giorni, il tempo di traversare l'Atlantico!

Caterina, l'intrepida sposina
Il 22 novembre abbiamo postato la notizia del loro viaggio di nozze alquanto particolare. Carlo e Caterina, romani, architetto di 41 anni lui, 36 lei impiegata presso il Gulliver Yachts Club di Ostia, facevano parte della “ciurma” di Salamanda, un 53 piedi tra le 233 barche provenienti da 26 nazioni che hanno preso il via al largo di Las Palmas de Gran Canaria per il 25° Atlantic Rally for Cruisers (ARC) 2.700 miglia nautiche per approdare nei Caraibi e Rodney Bay, Saint Lucia.
La traversata è durata 29 giorni, cinque in più di quanto previsto a causa di una bonaccia. Ecco il racconto che Caterina ci propone. Buona lettura!

 


L'equipaggio
Tutto è nato davanti ad una birra al porto di Ostia dopo una regata del campionato velico di Fiumicino. Era il marzo scorso, ci dicevamo come sarebbe stato bello riuscire a fare la traversata dell’Atlantico in barca a vela, e a me è venuta l’idea. Viviamo insieme da più di sei anni, ci vogliamo bene: sposiamoci! Così abbiamo sia la scusa per avere un mese di ferie che, come regalo di nozze, un contributo da amici e parenti alle spese del viaggio. Detto fatto, a settembre ci siamo sposati e il 16 di novembre prendevamo il mare da Gran Canaria.
L’equipaggio, formato da noi due sposini, Carlo e Caterina, il comandante Daniele, la sua compagna Valentina, Andrea (detto poi Briciolo) e Michele, prima traversata per tutti, dopo tre giorni di visite nei vari supermercati e 9 carrelli di spesa, sul bellissimo Oyster 53 “Salamanda” lascia gli ormeggi alle ore 12 in direzione Martinica. L’emozione è grandissima, per i primi quattro giorni abbiamo un bel vento da nord- ovest che ci spinge a 7/8 nodi verso le isole di Capo Verde.  

I turni di notte filano via in un attimo, i delfini ogni mattina ci danno il buongiorno giocando con la prua della barca e facendo salti ed evoluzioni, mai viste prima in mediterraneo,  e le onde diventano sempre più grandi. Dopo un primo momento di spaesamento e, perché non dirlo, anche di paura, di colpo tutto diventa naturale: dormire a turni, dondolare in continuazione, camminare sempre tenendosi con un mano a qualche appiglio, agguantare il piatto e il bicchiere per non farli volar via dal tavolo, tutto  diventa istintivo e non ci si accorge neanche più di farlo.
Purtroppo però, dopo una notte con 35 nodi di vento al gran lasco e vele ridotte, la mattina ci svegliamo in una bonaccia completa e siamo solo a 200 miglia a ovest di Capo Verde. Bonaccia che ci accompagna per quasi 6 giorni in cui proviamo a fare di tutto. Il primo giorno, dopo lunghi studi di Daniele e Carlo sul circuito, armiamo lo spi, tirandolo su e giù per 6 volte a causa della calza che non ne vuole sapere di aprirsi fino in fondo. Verso le 5 di pomeriggio finalmente riusciamo a fare tutto per bene e con lo spi appena appena gonfio procediamo a 4 nodi, ma è già quasi il tramonto e dobbiamo di nuovo disarmare per la notte. 


Le cose vanno avanti così per un bel po’, notte e mattina a ciondolare in mezzo al mare, (ne approfittiamo per fare un tuffo nell’Atlantico) pomeriggio con un filo di vento che, con lo spi o il gennaker, riesce a farci muovere alla velocità smodata di 3 nodi. Gli amici intanto ci mandano messaggi sul nostro satellitare dicendoci che una bassa pressione posizionata sulle Azzorre, schiaccia l’Aliseo molto a sud e se vogliamo prenderlo prima del 40° meridiano dobbiamo scendere parecchio. Così facciamo, aiutati anche da uno stranissimo vento da sud-ovest (ma l’Aliseo non veniva da nord-est???) e 50 ore di bolina tutte sullo stesso bordo, arriviamo dove ci avevano detto avremmo incontrato il famoso vento propizio alla nostra traversata, ma dell’Aliseo nessuna traccia. Ci sono tutti i suoi segni: le onde alte come colline, le nuvole a ciuffetto e i pesci volanti ma del vento neanche l’ombra. Dopo alcuni riti scaramantici,  un’altra notte a ciondolare, cercando di tenere le onde in poppa per non rollare troppo, e una mattinata con pioggia stile Londra, di pomeriggio ECCOLO FINALMENTE. Ora si che si cammina, con le vele a farfalla facciamo 7 nodi e mezzo. Le onde sono diventate enormi, le vedi arrivare e pensi: ora mi cade addosso! E invece sollevano la barca su in alto per poi farla riscendere dolcemente dall’altro lato. Rimaniamo tutti incantati a guardarle, sono ipnotizzanti. Mentre prima con la bonaccia sembravano un tappeto che sventolava piano piano, ora sono vere montagnette, qualcuna frange anche e ne sa qualcosa Briciolo che indossata la sua ultima maglietta pulita, appena uscito in pozzetto viene lavato bene bene. Comunque, si viaggia spediti e arriviamo presto sotto le 1000 miglia dalla meta. A circa 800 miglia da Martinica, sempre a farfalla con velocità barca di 7 nodi, veniamo affiancati da una balena! E’ rimasta a farsi ammirare per tutta la mattina girandosi verso l’alto per guardarci, poi via sotto la barca verso prua per riapparire a poppa e rifare il giro.
Il pomeriggio dello stesso giorno però cambia tutto, un groppo dietro l’altro ci fa ridurre le vele, con la pioggia ne approfittiamo tutti per darci una sciacquata, ma dobbiamo tenere una rotta che ci porta un po’ troppo a nord. Passati i groppi, nei giorni successivi il vento torna ad essere scarso, a farfalla non ci muoviamo, al gran lasco le vele su ogni onda sbattono per la frenata e non ci resta che andare sempre più a nord per avere il vento al traverso.
Comunque, tra un bordo e l’altro, tra un groppo e una bonaccia, dopo 29 giorni di mare siamo quasi arrivati. Quando inizia il nostro turno, mio e di Carlo, quella notte alle 3, mancano solo 40 miglia a Martinica. Nel buio vediamo all’orizzonte un leggero chiarore: è la terra che si preannuncia con la luce. Finito il turno alle 6 non abbiamo nessuna voglia di tornare a dormire, la terra sarà visibile da un momento all’altro e non abbiamo intenzione di perderci il primo avvistamento. Proprio Carlo verso le 9 la vede: Terra! L’emozione e l’eccitazione crescono, ce l’abbiamo fatta! Ma, man mano che l’isola si avvicina, che iniziano a delinearsi i contorni e a vedersi il verde delle piante, veniamo tutti presi da una malinconia improvvisa. Eravamo un universo a parte ormai, sulla nostra barca. Da quando siamo partiti dalle Canarie il nostro paesaggio è stato per tutto il tempo lo stesso pozzetto, lo stesso timone, la stessa prua, abbiamo viaggiato in questo cerchio di mare che ci seguiva e in cui eravamo sempre al centro, vivendo ogni giorno e ogni notte emozioni diverse: il mare prima calmo e poi gonfio, le barche che ogni tanto entravano a far parte del cerchio, i delfini, la balena, i tramonti e le albe, le stelle nel cielo senza luna, la luna che ogni notte cambiava fino a sparire, le stelle cadenti viste a bizzeffe, un paio talmente belle da farmi saltare dalla meraviglia, tutto questo sta per finire, e mentre solo il giorno prima non vedevamo l’ora di arrivare, ora non vogliamo arrivare più.
Esorcizziamo la tristezza con una bottiglia di champagne aperta proprio nell’istante in cui raggiungiamo il nostro way point a sud di Martinica, scapolato il capo ed entrati nel Mar dei Caraibi la barca improvvisamente smette di rollare, io me ne accorgo solo perché riesco ad arrivare a prua senza tenermi da nessuna parte! Entriamo nella rada di Le Marin, attracchiamo e, con circa 8 giorni di ritardo, festeggiamo con una grande birra gelata al Mango Bay.

Caterina e Carlo