mercoledì 17 novembre 2010

Era l’estate del 1981…, Lucia e Alberto non dimenticano

Proponiamo agli amici della libreria una storia che se anche datata, ha quasi trent’anni, è ancora una “notizia fresca”, avvincente, che si legge tutta d’un fiato. Per questo l'abbiamo ripescata dall'archivio di Lucia Scordato e Alberto Romeo, gli amici subacquei che hanno vissuto questa esperienza e che ci hanno permesso di ri-pubblicarla. Lucia e Alberto sono palermitani, lei è insegnante di lettere, lui medico hanno costituito, non solo sposandosi, un team subacqueo e fotogiornalistico molto unito e famoso. Ecco la storia: “Era l’estate del 1981 e ci trovavamo alle isole Eolie per fare un reportage foto-giornalistico sulle sette isole dell’arcipelago per la famosa rivista Mondo Sommerso
…fino a quel momento credevamo si trattasse di una semplice balena cioè di un’innocua creatura senza denti, ma appena mi avvicinai sott’acqua ebbi una sgradita sorpresa: riconobbi l’inconfondibile sagoma di un capodoglio, come il terribile Moby Dick del capitano Akab. munito di enormi denti come un Tirannosaurus rex pronto a divorarci. Non avremmo potuto liberarlo, era troppo pericoloso! Mentre pensavo tutto ciò, scattavo concitatamente qualche foto, poi ritornai sulla barca per riferire ai miei compagni ancora ignari sulla vera identità della “balena”. Tutti concordarono con me che era estremamente pericoloso liberare un “mostro” di quel tipo, fra l’altro non avevamo notizie di contatti diretti di subacquei con capodogli, le uniche notizie erano i terribili racconti dei balenieri del famoso libro di Melville, neanche eravamo a conoscenza del fatto che in Mediterraneo ci fossero i capodogli!

La povera bestia ansimava e potevamo distintamente sentire il suo pesante respiro che chiedeva soccorso per cui decidemmo di fare una perlustrazione in gruppo più approfondita per valutare meglio l’eventualità della liberazione del “mostro”. Lasciammo lo yacht ad un centinaio di metri e ci avvicinammo con il gommone io, Lucia, Franco e Piero ed uno skipper sempre pronto a recuperarci velocemente se le cose si fossero messe male. Arrivati con il motore al minimo ci lasciammo scivolare lentamente in acqua ed incominciammo a gironzolare intorno a quest’enorme animale ansimante tanto grande che per poterlo vedere per intero dovevamo allontanarci una decina di metri.
Fotografammo l’animale da tutte le angolazioni; Lucia non riusciva a vederlo per intero, per le sue      dimensioni, allora scese in una lunghissima apnea per riprenderlo in controluce, avevamo deciso di non usare le bombole per evitare che il rumore dell’erogatore potesse innervosire l’animale. Dopo qualche minuto cominciammo ad avvertire  un ticchettio ritmico (poi sapemmo essere il suo sonar) ed il suo lento, profondo e difficoltoso respiro, sotto ed intorno a noi solo il blu di mille metri del Canyon di Stromboli, una situazione irreale, fuori dal mondo! In questa atmosfera avvenne il “miracolo”: io sono convinto che il capodoglio ci contattò telepaticamente dandoci sicurezza e tranquillità, la nostra paura svanì nel blu che ci circondava: Non abbiate paura, liberatemi , non vi farò del male! Questo era il suo messaggio, tutti e quattro i subacquei abbiamo avuto la stessa sensazione di sicurezza e quasi fosse normale, decidemmo di liberare il “mostro” senza pensaci su!
Addirittura ci sentivamo più sicuri vicino a lui che ad una certa distanza, quando ci avvicinammo e toccammo quella pelle stranamente liscia, lacerata dalle maglie della rete che ricopriva completamente il muso dell’animale impedendogli di aprire la bocca, capimmo che non potevamo lasciare quel gigante prigioniero; Lucia poi, come me, ha sempre pensato che gli animali capiscano i nostri pensieri e le nostre intenzioni e credo che il grosso cetaceo capisse benissimo la nostra intenzione di liberarlo; mentre Piero e Franco tagliavano la rete io e Lucia lo accarezzavamo vicino agli occhi guardandogli proprio dentro e lui ci rispondeva con il caratteristico ticchettio; non fu facile tagliare la rete, maglia per maglia, con i nostri coltelli da sub che mai come in quella occasione rimpiansi di non aver fatto affilare. Il momento più emozionante è stato quando la rete sulla testa è stata tagliata e lui ha spalancato la bocca girandosi verso me e Lucia; a quel punto non nego di avere pensato che avrebbe potuto divorarci in un sol boccone e mi sono bloccato con l’occhio dentro il mirino della macchina fotografica ad inquadrare questa splendida scena!
Il capodoglio aprì l’enorme bocca con estrema lentezza, quasi per fare un enorme sbadiglio; io gli stavo di fianco e ricordo come in un film l’immagine, che poi fotografai, della grande bocca aperta in controluce; allora l’animale voltò la testa verso di noi e ci guardò ed io ebbi la precisa sensazione che volesse ringraziarci. Abbiamo dovuto inventarci una tecnica per tagliare la rete e liberare il capodoglio; decidemmo d’iniziare dalla testa, tagliando la rete frapponendo le mani fra essa e la pelle del cetaceo per evitare di ferirlo ulteriormente (sarebbe stato più utile avere quelle forbici chirurgiche angolate e con le punte arrotondate), successivamente abbiamo tirato i due lembi della rete contemporaneamente da destra e da sinistra e “scappucciato” la testa e buona parte del corpo; poi la rete si incastrò sulla piccola pinna dorsale a questo punto Piero (lasciandoci di sasso!) salì sul groppone e tagliò la rete; a questo punto abbiamo continuato lo “scappucciamento” fino al peduncolo caudale ove si era formato un grosso groviglio, qui tagliare la rete non è stato affatto facile, specie intorno alla coda perché la muoveva dall’alto in basso compiendo una escursione di alcuni metri che rendeva problematica la compensazione di chi ci lavorava sopra munito di autorespiratore e proprio per questo una piccola parte di rete è rimasta attaccata alla coda.
Quando finimmo il lavoro, alla coda del capodoglio era rimasto attaccato un manicotto di rete che non eravamo riusciti a districare; questo permise ad alcuni pescatori di riconoscerlo, due giorni dopo, quando lo avvistarono al largo di Vulcano, e lo scortarono fino in mare aperto.
Naturalmente all’epoca tutto ciò ebbe un grande spazio sulla stampa anche non specializzata, pensate che addirittura Famiglia Cristiana ci dedicò una copertina! Le nostre fotografie furono utilizzate anche per una campagna contro le spadare da parte di associazioni e riuscimmo a convincere il parlamento Europeo a dichiarare fuori legge le reti spadare anche perché pericolose per i delfini…”