domenica 30 settembre 2018

Fabrizio Carbone: racconto d’autunno dalla Finlandia

Ruska è parola finlandese con cui si sintetizza un momento particolare dell’autunno: quando le foglie delle 4 specie di betulle, dalla nana alla pendula, prendono il colore del giallo oro prima di cadere a miliardi di milioni e ricoprire il sottobosco, scivolare lungo i fiumi portate dalla corrente, finire nei grandi laghi tra cui, quassù al bordo del circolo polare artico. il Kitka, lungo 72 chilometri. Un piccolo grande mare di acqua dolce e potabile.
Comincio così con un riferimento marino, visto che sono ospitato nel bel blog della libreria internazionale Il Mare, questo racconto d’autunno. Sono 31 anni che vado e torno dalla Finlandia, sono 15 anni che con mia moglie Patrizia (autrice delle fotografie che accompagnano sempre i miei testi), abitiamo per mesi una casa rossa in legno di abete artico, accanto al lago Kitka, la casa dei Due Cieli, famosa tra tutti i naturalisti, gli ornitologi e i fotografi appassionati di Grande Nord. Sono anni che assisto ai cambiamenti climatici in atto dall’osservatorio privilegiato delle grandi finestre che si affacciano sulla radura, sul giardino e sulla foresta intorno a noi. I cambiamenti climatici da 31 anni a questa parte vogliono dire tante cose:
1) non c’è più il freddo intenso a secco che precipitava tra gennaio e marzo a punte di -40. Oramai anche i -30 sono attimi dell’inverno;
2) ci sono sempre più periodi tra maggio e settembre quando le temperature massime oscillano tra i +20 e persino i +30;
3) ci sono sempre più periodi piovosi e freddi d’estate che mettono a repentaglio le nidiate dei grandi tetraonidi che nidificano a terra: i galli cedroni, i galli fornelli, le pernici bianche nordiche e i francolini di monte;
4) stanno comparendo sempre di più piante come gli ontani, i frassini e varie specie di salici che sono il segnale inequivocabile di mutamenti importanti della flora nordica.
Insomma vivere quassù al nord (ricordiamoci però che dal circolo polare artico al nord ci sono 2700 chilometri!) è per me un momento dell’anno di grande interesse.

mercoledì 26 settembre 2018

Un sepolcro degno di un Imperatore: Augusto

Il Mausoleo di Augusto lo vedo almeno un paio di volte al giorno, si trova dove fu costruito più di 2000 anni fa. Certo è giunto ai giorni nostri un po’ maltrattato e appare completamente spoglio. Però l’aspetto che aveva all’epoca di Augusto si può ricostruire in base alle descrizioni, e in particolare a quella del greco Strabone che ce lo descrive come si vede nell’immagine a sinistra.  
Il più notevole [tra i monumenti] è il cosiddetto Mausoleo, un grande tumulo di terra, innalzato presso al fiume [Tevere] sopra un’alta base rotonda di marmo bianco, tutto ombreggiato da alberi sempre verdi, fino alla cima, sulla quale era la statua di Cesare Augusto, in bronzo dorato. E sotto quel tumulo vi erano le celle sepolcrali di lui, dei suoi parenti e degli amici più intimi. Dietro c'è un grande bosco sacro che offre splendide passeggiate. Nel mezzo del campo c'è un recinto, sempre di marmo bianco, costruito intorno al crematorio di Augusto, che ha una balaustra circolare in ferro ed all'interno ci sono dei pioppi.

Ha un diametro di circa 87 metri (300 piedi romani) ed è il più grande sepolcro circolare conosciuto; infatti il Mausoleo di Adriano, Castel Sant’Angelo, ha un diametro di soli 64 metri. Svetonio racconta che Augusto in Egitto aveva visitato la tomba di Alessandro Magno e probabilmente si ispirò ad essa per la costruzione della tomba, che doveva ospitare la sua famiglia e i suoi successori. All’esterno si presentava come una serie di cilindri sovrapposti rivestiti da lastre di travertino e coperti fino alla cima da alberi sempreverdi, mentre sulla sommità c’era la statua di Augusto. Al centro si apriva una porta preceduta da una breve scalinata e fiancheggiata da due pilastri sui quali c’erano le tavole di bronzo con incise le Res Gestae (l’autobiografia dello stesso imperatore); accanto c’erano due obelischi di granito rosa, alti quasi 15 metri e senza epigrafe.

mercoledì 19 settembre 2018

Rostri: sei più tredici fa diciannove, un bel record

Subacquei altofondalisti GUE recuperano rostro
Nuova importante scoperta archeologica nei fondali dell'isola di Levanzo. A 85 metri di profondità sono stati rinvenuti altri sei rostri in bronzo – due dei quali sono stati già recuperati – risalenti alla Battaglia delle Egadi. Il ritrovamento è frutto della collaborazione tra la Soprintendenza del Mare, struttura dell'Assessorato regionale dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, e la statunitense Rpm Nautical Foundation. Le ricerche archeologiche strumentali in alto fondale, iniziate nel 2004, hanno consentito fino a oggi l'individuazione e il recupero di tredici rostri romani, due cartaginesi e ben ventidue elmi romani del tipo montefortino, oltre a un grande numero

lunedì 17 settembre 2018

Quanti porti ha Roma sul Tevere?



Sono otto, e con i tre extracittadini undici. Infatti otto sono quelli nel territorio della città; ma  per esattezza dovremmo aggiungere il porto di Ostia, il porto di Traiano (Ostia antica) ed il porto di Pagliano (Corbara, nel territorio di Orvieto, ove il fiume Paglia si congiunge al Tevere). Ma di questi converrà parlarne in un’altra occasione. Rammentiamo quindi i porti maggiori presenti a Roma, elencandoli in ordine di grandezza e di importanza storico – commerciale:
Ripa grande a Testaccio, di Ripetta, Tiberino, Fluviale (Emporium), Leonino, Arsenale Pontificio 
(Porta Portese), Moderno dell’Arsenale, Scalo De Pinedo 
In alto: Il Tevere al Porto Leonino con l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia              

Il porto maggiore di Roma: Ripa Grande a Testaccio
Insieme di Ripa Grande
Movimenti al Porto
A partire dal II secolo a.C. l’area di Testaccio ai piedi dell’Aventino fu scelta per la costruzione di un nuovo porto fluviale sul Tevere. Il porto di Ripa Grande era il porto fluviale di Roma, appena a valle dell’antico Ponte Sublicio, dove venivano movimentate le merci che risalivano e discendevano il Tevere verso l’approdo di Fiumicino. La costruzione dei muraglioni ne ha cancellato l’esistenza e le funzioni, mantenendone traccia solo nella toponomastica. Il nuovo attracco era costituto da un’area recintata e lastricata, con ormeggi per le barche; per gestire le variazioni di livello dovute alle piene del fiume, lo scalo venne nel tempo ingrandito e strutturato con banchine pavimentate a grandi lastre di travertino, con pietre forate per l’ormeggio e usate come piazzale di scarico nei periodi di piena. Nel I sec. d.C. alle spalle venne realizzato un edificio su tre piani costituito da una doppia serie di grandi ambienti ricoperti a volta e allineati secondo l’asse del fiume, illuminati da lucernari verso il Tevere e da larghe porte carraie sul lato opposto. L’edificio venne in seguito ampliato con una nuova struttura formata da una serie di camere chiuse da un grande muraglione inclinato e altri ambienti interni illuminati dai lucernari.  Alle spalle del porto venne costruito, nel II sec. a.C., un gigantesco edificio di servizio, la Porticus Aemilia, lungo 487 m e largo 70 m, formato da 52 navate aperte verso il fiume. Nel tempo alle spalle sorse il quartiere commerciale di Roma , con grandi magazzini, servizi e la discarica del Monte Testaccio.

Un tomo da quasi quattrocento pagine da non perdere

Storia dei Mediterranei è un libro da leggere, così hanno concluso gli autori presentandolo in anteprima nazionale nella nostra Libreria.
Si tratta di un progetto di ricognizione storica, al centro di esso è il Mediterraneo cui hanno lavorato, ognuno da una particolare prospettiva, tredici studiosi di alto profilo: Franco Cardini, Massimo Cultraro, Flavio Enei, Massimo Frasca, Jean Guilaine, Stefano Medas, Antonio Musarra, Patrice Pomey, Carlo Ruta, Alberto Salas Romero, Laura Sanna, Francesco Tiboni, Alessandro Vanoli. Un’indagine che in circa 400 pagine ripercorre dalla protostoria al Medioevo allo scopo di identificare le ragioni e i progetti di vita sociale e civile di un Mediterraneo che è la somma sorprendente di tanti Mediterranei. Si tratta di tante storie, che però finiscono inevitabilmente con il convergere e l’intrecciarsi.
Nella fotografia in libreria, da sn. Vincenzo Bellelli, Carlo Ruta, Marco, Giulia e Massimo Cultraro