mercoledì 30 dicembre 2015

La latina è più di una vela. Così afferma Giovanni Panella

Le navi sono oggetti complicati e che si evolvono, ma molto lentamente. È stupefacente vedere ancora oggi, nelle strade di Messina o nei sobborghi di una piccola città greca, o nelle isole di Chio, Lesbo, Samo, o i n Turchia, oppure a Gerba, le barche in costruzione, incredibilmente simili a quelle greche o roane come ce le restituiscono l’iconografia antica e l’archeologia subacquea. Tutto è simile: la fiancata, l’ossatura, la prua, la chiglia (la colonna vertebrale di tutto l’assieme), l’incastro per l’albero o per gli alberi: Se vi sono delle differenze, stanno nella successione della lavorazione o nella forma del timone, le somiglianze però prevalgono.
Fernand Braudel

Come la portoghese Gajeta  falkusa stringe il vento
Il giornalista e scrittore genovese Giovanni Panella, specializzato in storia e cultura marittima, nella sua ultima opera appena ora in libreria, La vela latina, non poteva trovare una citazione migliore per introdurre il suo libro, se non quella tratta da Il Mediterraneo di Braduel.
Ciò gli serve per spiegare perché la latina è più di una vela e lo fa parlando del dibattito sulle origini. In fondo è solo un tipo di vela, di taglio triangolare, non si distingue dalle altre che più o meno la stessa forma. Però al primo sguardo ha qualcosa di diverso rispetto alle “altre” vele, ci pare un po’ storta o piegata all’indietro.
Mosaico del XII secolo, Basilica di San Marco, Venezia
A snistra: Combattomento della nave San Francesco da Paola contro una squadra di corsari barbareschi, 1763 (Genova, Galata Museo del Mare. Si noti l’uomo arrampicato sull’antenna che brandisce una spada).
Questo perché la vela non è legata (o, come si dice, inferita) direttamente all’albero, ma a un lungo pennone collocato di traverso, detto antenna che con il variare della rotta e della direzione del vento modifica l’inclinazione rispetto all’albero, mutando così la forma d’insieme. E se la latina è una delle tante vele che hanno accompagnato l’avventura umana sui mari, ci sono buoni motivi per dedicarle attenzione. Il primo è legato alle vicende storiche che hanno portato alla sua diffusione nel corso di più tredici secoli quando la vita nel Mediterraneo si è svolta su navi e imbarcazioni a vela latina, rappresentando un elemento di continuità che segue la nostra storia. Il successo così prolungato è dovuto alle sue proprietà così descritte nel 1889 nel Vocabolario Marino Militare di A. Guglielmotti: “Linda, con poche manovre, non ha bisogno di boline, non di bracci, non di mantiglie ed è la migliore per stringere il vento. Essa va all’orza sino a quattro quarte, quindi domina l’orizzonte per ventiquattro rombi; dove la vela quadra a stento non raggiunge che venti.”
“Boline, bracci e mantiglie” erano le varie manovre con le quali si cercava di migliorare le prestazioni delle vele quadre per stringere maggiormente il vento.
Parlando di rombi, si fa riferimento al quadrante della bussola, che è diviso in 32 rombi, ognuno dei quali rappresenta 11 gradi e 15 primi. Andare all’orza cioè risalire il vento per 24 rombi vuol dire che la latina può arrivare a stringere il vento fino a 270°, mentre la quadra giunge solo fino a 225°. Una differenza non da poco: vuol dire fare meno bordi su una rotta che risalga il vento su un’andatura di bolina, e se si è in guerra consente di sfuggire facilmente a un veliero nemico. Se la principale ragione del successo è dovuta alla sua capacità di stringere il vento la seconda è che sotto un colpo di vento l’antenna si flette, scaricando dalla tela la pressione eccessiva. Ecco perché l’imbarcazione a vela latina si presta a essere utilizzata sotto costa dove bisogna correggere di frequente la rotta e dove il regime dei venti sono mutevoli, situazione tipica della navigazione mediterranea.
La fortuna della vela latina si è interrotta nel Novecento e ha rischiato di essere cancellata dalla memoria. Oggi a molti appare come una curiosità del passato, un tipo di vela un po’ strano… Ma per superare questa impressione c’è solo un modo, assicura il nostro Autore, provare la latina nel suo elemento, prendendo il largo in una giornata di forte vento, a raffiche di tramontana. Sentendo come la vela stringe il vento e poi come la lunga antenna si flette scaricando facilmente le raffiche più violente e improvvise, senza bisogno di ridurre la vela, si capisce perché per tanto tempo sia stata considerata adatta al mare “in mezzo alle terre”, al Mediterraneo.
A sinistra, Stele funeraria di Alessandro Mileto, Museo Archeologico Nazionale di Atene
Il secondo vero motivo di interesse nello studio della vela latina sta nel ruolo che essa ha avuto nel Mediterraneo negli ultimi decenni come protagonista  del processo di valorizzazione della cultura marinara. In un contesto dove la cultura marittima si presentava come marginale, l’aggregazione di molti appassionati è venuta proprio grazie alla latina. E l’invenzione delle regate con la latina ha portato a salvare e a restaurare gli ultimi esemplari di imbarcazioni tradizionali, come i gozzi sorrentini, la barques catalane e i battelli di Carloforte.
La vela latina è patrimonio eminentemente mediterraneo, ma la sua diffusione in mari e terre lontane da noi ha visto come protagonisti principali i popoli arabi, per questo un capitolo de libro è dedicato alle vicende di alcune imbarcazioni arabe.
Una regata a Dubai
In questo suo libro Panella non ha avuto l’ambizione di trattare in modo esauriente le innumerevoli tipologie di vele latine che si sono sviluppate nel corso dei secoli. È una vicenda complessa, resa ingarbugliata dal fatto che a navi diverse, nel corso della storia, sono stati attribuiti gli stessi nomi. Così il libro si snoda in due differenti sezioni attraverso la storia e la geografia della vela latina con il primo capitolo che parla dalle origini al Novecento e a seguire i tipi di veleni, le ultime lettino, viaggi e migrazioni e le testimonianze della latina araba. Nella seconda parla dei restauri e delle ricostruzioni, dei progetti moderni, per finire con le regate e i raduni.
Infine non tralascia le tecniche di manovra, bussole e uomini sull’antenna e il prezioso glossario dei termini marinari non dimenticando un utilissimo elenco delle Associazioni Vela Latina, ne ha censite quindici. Esauriente l’apparato iconografico e ben quattro pagine di bibliografia.


Il Mediterraneo è lo storico titolo del libro di Braduel. È oramai esaurito, ma se ancora non l’avete nella vostra biblioteca personale, scrivete o telefonate in libreria 063612155 a Marco, il segugio. Sicuramente ve ne troverà una copia.
Anche l’edizione 2007 del Vocabolario Marino Militare di A. Guglielmotti è esaurita, però il segugio risolve.



















domenica 6 dicembre 2015

Capuozzo non ha dubbi, i nostri Marò sono innocenti oltre ogni ragionevole dubbio

La storia è stranota. Il 15 febbraio 2012 nell'Oceano Indiano due pescatori vengono colpiti a morte da una raffica di colpi sparata da una nave mercantile. Nello stesso giorno la Lexie, petroliera italiana che ha a bordo un Nucleo di Protezione Militare, ha respinto un tentativo di abbordaggio con colpi d'arma da fuoco di dissuasione, sparati in acqua. Nel giro di poche ore la nave italiana viene fatta ormeggiare nel porto di Kochi, e due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, arrestati. Comincia un limbo giudiziario fatto di inchieste approssimative, estenuanti dibattiti sulla giurisdizione e sull’immunità funzionale, rinvii e nulla di fatto. Il libro  – Il segreto dei Marò – ripercorre gli equivoci di questa vicenda, per sostenere che i nostri fucilieri di Marina sono innocenti. Questa è la tesi forte e circostanziata che emerge dall’inchiesta giornalistica di Toni Capuozzo che in questo modo spiega il perché sino a questo momento l’India non sia riuscita a rinviare a giudizio i due italiani. Prima dello stop decretato dal Tribunale Internazionale di Amburgo il problema è che non ci sono prove sufficienti e quelle raccolte sono ambigue e traballanti, figlie di un affaire politico-economico più che di un’inchiesta condotta in modo serie e imparziale. Così mentre tutta l’informazione, la politica e anche l’Accademia si è avviluppata a chiedersi se ci fosse oppure no l’“immunità funzionale”, se l’Italia avesse o meno giurisdizione, nessuno è mai davvero sceso a fondo per valutare circostanze e fatto di quanto accadde davvero nel mare delle Laccadive il 15 febbraio 2012. Una verità che probabilmente non sapremo mai, affondata e abbandonata su una spiaggia del Kerala come lo scheletro crivellato del peschereccio St. Antony sul quale non è mai stata fatta una seria perizia.
La ricostruzione di Capuozzo, specialmente quando arriva a conclusioni personali, si può condividere o meno, in alcuni passaggi addirittura confutare, ma il “segreto” di cui parla appare limpido e lampante, proprio come quello di “Pulcinella” le indagini sono state condotte male. Non si tratta quindi di essere innocentisti o colpevolisti , ma di analizzare i fatti, le circostanze per primo l’orario in cui è avvenuto il fatto. Su questo India e Italia concordano, l’evento si è determinato  tra le 16 e le 16.30 ma più che una certezza da parte indiana pare un compromesso, perché l’orario contrasta con quanto affermato dal comandante del St. Antony Freddy Bosco il quale una volta arrivato a terra dichiara di fronte a testimoni e telecamere che il fatto si è svolto alle 21.30, cioè ben cinque ore dopo. Più tardi il comandante ritratterà e a, riprova, consegnerà alla polizia (ma solo otto giorni dopo l’incidente) il GPS, lo strumento che segna e indica la posizione) nel quale le rotte delle due unità coincidono. Ma anche sulla posizione qualcosa non torna, perché, inizialmente, sempre a caldo Bosco aveva dichiarato che la sua imbarcazione si trovava a 14 miglia dalla costa e non a 20,5 miglia, posizione accertata dalla Lexie.Ci sono ben 6 miglia di differenza tra i due punti e per un peschereccio  che va a 6 nodi vogliono dire un’ora di navigazione. Le testimonianze del capitano indiano e e quelle dei marò contrastano anche sulle modalità e la durata della sparatoria. Il primo riferisce che è durata due minuti, una vera valanga di fuoco, circostanza che non si concilia con le tre raffiche dichiarate dai marò a bordo della Lexie, del resto, confortate dalla conta delle munizioni mancanti tra quelle in dotazione del team. Nell’analisi delle dichiarazioni contrapposte sembra che nessuno delle due parti abbia davvero riconosciuto e identificato l’altra (eppure erano le 16.30 in pieno giorno) Freddy Bosco non riconosce il nome della nave ma solo il colore rosso e nero (il nome lo ricorderà in seguito) e dal canto loro gli stessi fucilieri di marina e il vicecomandante della Lexie non riconoscono nel St. Antony l’unità sulla quale hanno fatto fuoco. E ciò vorrebbe dire che i nostri non solo mentono spudoratamente, ma che non sanno distinguere in peschereccio da una unità pirata lanciata a 30 nodi (e non 8-10 nodi come il St. Antony) dove per di più non avvistano anche gli uomini armati da una distanza di non più di 40-50 metri. La perizia balistica può essere l’elemento decisivo di qualunque processo, ma anche qui ci sono forti dubbi: la prima è svolta dal professore indiano Sasikala che trova un proiettile nel cranio di Jelastine e l’altro nel petto di Ajesh fornendo tre misure: 3,1 cm di lunghezza, due cm di circonferenza sulla punta, 2,4 sopra la base.
Nicolò Carnimeo
Una semplice operazione di calcolo sulla base di questa circonferenza fornisce un calibro che è dato dal diametro di 7,64 millimetri, dunque la misura fornita è molto vicina al calibro 7,62 che è un calibro Nato, ma anche di molte armi dell’ex Patto di Varsavia. Un calibro molto distante dal 5,56 delle armi in dotazione ai Fucilieri del San Marco. Questa autopsia venne poi smentita da un accertamento affidato all’Ufficio del direttore del laboratorio di scienza del Kerala. Per mettere un punto alla vicenda si sarebbe potuto analizzare il St. Antony che rappresenta un reperto giudiziario a tutti gli effetti, ma poco tempo dopo l’incidente viene dissequestrato. Il capitano Bosco dopo avere recuperato quel che gli poteva tornare utile  lascia il peschereccio affondare attraccato a un molo sino a che in giugno una squadra lo trascina a riva con funi e carrucole. Il natante è tutt’ora custodito sulla spiaggia nei pressi del posto di polizia esposto alle intemperie e probabilmente inutile. Una buona indagine deve poi seguire tutte le possibili piste, e nessuno si è realmente interessato di una nave che transitava in quel momento nelle acque indiane e che, come al Lexie, ha subito un attacco pirata lo stesso giorno, solo qualche ora più tardi.
Parliamo della Olympic Flair che batte bandiera greca e che nella sera del 15 febbraio ha riportato alle autorità indiane di avere subito un attacco pirata. Non viene neppure contattata, anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana. “Neanche un’ora dopo avere invitato la Lexie – scrive Capuozzo – a puntare su Kochi, la Guardia Costiera Indiana riceve – sono le 22.30 – un messaggio dal Piracy Reporting Centre di Kuala Lumpur: la petroliera frega Olympic Flair ha denunciato di avere subito un attacco pirata mentre era all’ancora a a su ovest di Kochi. Circa 20 pirati su due imbarcazioni hanno cercato di abbordare la nave prima delle 22.30 e c’è il dettaglio delle die imbarcazioni dei pirati che lascia pensare a un tragico equivoco, una barca pirata contro la nave greca e il St. Antony preso nel mezzo”.
L’AIS della petroliera greca è spento non si può localizzare né rilevare la rotta, solo grazie al lavoro di Ennio Remondino, allora corrispondente Rai, è arrivata l’ammissione che a bordo della Olimpic Flair c’era personale armato contractor dell’agenzia Diaplous. Quante circostanze ancora da accertare! Sule quali probabilmente non indagherà nessuno perché il tribunale di Amburgo si limiterà a questioni di diritto internazionale, si arriverà forse a un accordo lasciando su questa vicenda un’ombra cupa e colpevolista che l’ha connotata sin dal principio. Quando questa triste vicenda sarà terminata e qualcuno leggerà a posteriori Il segreto dei marò, potrà avere uno spaccato preciso dell’epoca che stiamo vivendo nella quale la crisi non è solo economica, ma è tale perché si sono messi in gioco o svenduti quei valori sui quali si basa la nostra identità come Paese, i pilastri sui quali si regge il tempio.
Nicolò Carnimeo (questo articolo Carnimeo l’ha pubblicato sul quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno)

giovedì 3 dicembre 2015

L’emozione di vedere il sogno di una appassionata subacquea trasformato in realtà

Il 20 novembre 2015 è una data da ricordare: nel museo dell’ex Stabilimento Florio di Favignana è stata inaugurata l’esposizione permanente dei rostri, degli elmi e degli altri reperti recuperati con la più grande ricerca archeologica subacquea mai effettuata al mondo che ha interessato ben 300 kmq  di mare al largo di Levanzo con lo straordinario risultato di individuare esattamente il teatro dell’epica battaglia navale passata alla storia come la Battaglia delle Egadi del 10 marzo del 241 a. C.
Collegata a questa, un’altra data è da ricordare, quando trentuno anni fa, il 28 maggio del 1984, si cominciò a parlare di rostri nel corso del primo convegno di Archeologia Subacquea del Mediterraneo che organizzai a Favignana per la Settimana delle Egadi.
Allora fece scalpore la notizia della testimonianza del subacqueo palermitano Cecé Paladino che dichiarò di avere recuperato centocinquanta ancore di piombo, sicuramente romane, che erano disposte sul fondo in un’unica fila sotto Capo Grosso a Levanzo.
Nella foto da sn: Il sindaco Giuseppe Pagoto, Paola Misuraca Soprintendente Trapani, Sebastiano Tusa e Giulia D’Angelo
La particolarità del ritrovamento stava a indicare che quelle ancore non furono salpate ma evidentemente “filate per occhio”, ovvero le cime stesse furono liberate per schierare con velocità e rapidità di manovra l’intera flotta romana.
Peccato però che tutte le ancore furono vendute e fuse come piombi per le cinture da sub senza che ne sia stato possibile lo studio. Se il ritrovamento non fosse stato “saccheggiato” ma gestito e studiato da archeologi subacquei si sarebbe avuto uno tra i più importanti recuperi nella storia dell’archeologia sub. Dalla natura, dai pesi, dalla giacitura, dalle loro distanze reciproche si sarebbero acquisite informazioni irripetibili sulle tecniche marinaresche del tempo e ulteriori informazioni sulla ricostruzione della stessa battaglia. Senza quella testimonianza il tentativo di ricostruzione della battaglia sarebbe rimasto un obiettivo ambizioso, così mi rivolsi per elaborare un progetto di ricerca alla Mediterranean Survey & Service, una società che operava nei campi dell’Engineering marittimo, dell’oceanografia industriale e nell’applicazione delle tecnologie più moderne e sofisticate anche sottomarine, in quel momento impegnata nelle ricerche del famoso relitto di Ustica.
Il suo direttore e grande amico, l’ingegnere Albano Trombetta formò una squadra di studiosi e esperti in strategia militare per elaborare un progetto di ricerca. Vennero analizzate tutte le possibili mosse di Annone e Lutazio Catulo, si prese in considerazione il cambiamento della direzione del vento che facilitò la vittoria romana, si suppose, vista la posizione delle ancore recuperate da Paladino, che le navi romane si precipitarono anche con il favore del vento, senza esser viste dai nemici, con i loro esperti e allenati rematori, contro le navi cartaginesi, colpendole con i rostri. Moltissime, ci dicono gli storici erano le navi che parteciparono alla Battaglia delle Egadi e che affondarono in mare.
Per questo, eravamo convinti che con le attrezzature e le navi da ricerca tecnologicamente avanzate si sarebbero sicuramente potuti ritrovare molti rostri. Ma il problema era dove e come trovare i fondi necessari per una ricerca complicata e costosa. Purtroppo né il Ministero né la Regione Sicilia risposero all’appello e la proposta naufragò.
Avevo insistito molto in quegli anni, con Nino Allegra, direttore dell’Azienda Provinciale del Turismo di Trapani, per organizzare convegni di archeologia subacquea all’interno della “La Settimana delle Egadi”, di cui curavo l’Ufficio Stampa. All’epoca erano pochissimi gli archeologi che si occupavano di Archeosub, e scarso era l’interesse delle Soprintendenze mentre in Sicilia, a Lipari, era stato istituito un piccolo centro attrezzato per la ricerca sottomarina.
Infine nel 2004 per tutelare, gestire e valorizzare la cultura del mare in Sicilia con un apposito articolo nella legge finanziaria regionale è stata istituita la prima Soprintendenza del Mare d’Italia sotto la direzione di Sebastiano Tusa. Grazie a lui, alla sua professionalità, alla sua caparbietà, all’amore per il mare e per la sua terra, una pagina di storia è stata riscritta con precisione e accuratezza. Oltre cinque anni di ricerche effettuate dalla Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, con il risultato di avere localizzato con la nave oceanografica Hercules, della fondazione americana RPM Nautical Foundation, il luogo dello scontro grazie al rinvenimento di 12 rostri, 7 elmi ed altri reperti pertinenti quella battaglia.
Così il sogno di una subacquea appassionata di archeologia, è potuto diventare realtà. È stata una emozione indescrivibile vedere tutti quei rostri, con le loro iscrizioni, in bella mostra in tre grandi sale dell’ex Stabilmento della Tonnara Florio di Favignana ed assistere alla prima proiezione pubblica del multimediale che dà modo a tutti gli spettatori, di rivivere la Battaglia delle Egadi.
Il 20 e il 21 novembre è stato anche organizzato dalla Promo P.A. Fondazione Luporini, un convegno internazionale con la partecipazione di archeologi e studiosi che hanno analizzato le particolarità dei nostri rostri. Sebastiano Tusa e Jeffrey Royal hanno descritto minuziosamente le ricerche in mare e lo svolgimento della Battaglia; Cecilia Albana Buccellato e George Varoufakis hanno parlato della costruzione dei rostri; Tomaso Gnoli, Giovanni Garbini, Francesca Oliveri e Jonathan Prag hanno analizzato le iscrizioni; Luigi Fozzari, Piera Anello, William M. Murray e Domenico Carro si sono soffermati sull’organizzazione delle guerre nell’antichità; Philippe Tisseyre  si è occupato dell’economia di guerra e dei rifornimenti delle flotte; i rostri nell’iconografia ellenistico-romana il tema trattato da Antonella di Porto; Lavinia Sole si è occupata dell’iconografia dei rostri sulle monete;

Vincenzo Tusa ha effettuato lo studio degli elmi ritrovati; infine Marco Bonino ha parlato delle differenze costruttive delle Triremi e delle Quinqueremi romane. Al Convegno hanno partecipato anche i ragazzi della scuola media inferiore di Favignana, portando nelle sale maestose dello Stabilimento Florio la loro allegria e gioia di vivere.
Giulia D’Angelo

domenica 22 novembre 2015

Avventure per mare cantate in un capolavoro di fumetto tutto italiano

Maremagazine ha da poco una giovane collaboratrice appassionata di fumetti e di letteratura giapponese. Si chiama Chiara Emanuele ed è studentessa di lingua giapponese al dipartimento di Lingue culture e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea all’università Ca’ Foscari di Venezia dove vive. Ha 22 anni, è stata due volte in Giappone ed è interessata anche alla politica e al giornalismo in generale. In internet usa lo pseudonimo Elia Okita, senza specificare il suo genere. Recentemente ha aperto un blog (smp.blogfree.it) su un circuito libero in cui riporta informazioni e commenti d’attualità. È in corsa per raggiungere la laurea triennale, e cerca di trovare sempre del tempo per i suoi interessi, dalla scrittura al disegno, cercando un piccolo spazio che le permetta in futuro di dedicarsi a ciò che più le piacerebbe fare: promuovere lo scambio culturale e sociale con i paesi più lontani (idealmente) dal nostro.
Come prima apparizione Chiara ci parla di un piccolo capolavoro nel panorama fumettistico letterario italiano, Il porto proibito.  Una Graphic Novel tutta italiana, disegnata da Stefano Turconi e scritta da Teresa Radice che coniuga la letteratura alle avventure per mare cantate nelle ballate romantiche inglesi. Tra i due autori (marito e moglie) sembra esserci una perfetta sintonia artistica che si traduce nella semplicità dei tratti delicati a matita e l’aspetto citazionistico di opere dell’ottocento ispirate al mare.

“La brezza cessò, le vele caddero … e parlavamo solo per rompere il silenzio del mare...”
(The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge)
Nell’estate del 1807, al largo del Siam (nel Pacifico) la nave inglese Explorer guidata dal capitano William Roberts trova un giovane sperduto sulla spiaggia, Abel, che sembrerebbe aver perso la memoria. Da qui partono i viaggi dei personaggi protagonisti, tra cui Abel, che si ritroverà alla ricerca dei propri ricordi riscoprendo se stesso nell’incontro con gli altri. Molteplici storie che si intrecciano rendendo omaggio alle ballate marinaresche. Si troveranno nei tipici ambienti dei porti dell’Inghilterra, passando per mari su splendide navi disegnate con cura e morbidezza. Sembra quasi, nel leggerlo, di respirare davvero un'aria antica cosparsa di salsedine e vele maestose.  Il tutto si sposa con un linguaggio fatto di poesia (da Wordsworth all'antologia di Spoon River) e musica (come le sinfonie di Mozart suonate col violino), inserite in un contesto avventuroso e fantastico che sfiora l'impercettibile.  È una vera e propria opera letteraria a fumetto, che offre una storia dolce e fresca nella sublime malinconia della vastità del mare. La storia è stata divisa in 4 atti, ognuno introdotto da una poesia scritta in lingua originale che ne caratterizza il contenuto e fa immergere ancora di più il lettore nella narrativa romantica inglese.
Non manca però il fresco e simpatico linguaggio dei marinai simil-piratesco.
“Signor Heke salpare le ancore!”
“Aye, Aye, Sir!”
“Avete sentito? Salpare le ancore!”
“Gabbieri a riva! Di corsa!”
“Alza le aste! Fuori!”
“Molla! Borda a segno! Borda a segno!”
“Alle drizze! Ala Ala! Bene così!”

Il Porto Proibito è molte cose e difficile da descrivere. È un'avventura dolce e drammatica, una riscoperta di opere letterarie e una novità che si va sempre più affermando in un paese come l’Italia, il cui pubblico di appassionati di fumetti aumenta ogni anno.  A rendere l’esperienza di questa lettura ancora più intensa e piacevole è una fantastica edizione dalla copertina rigida a dorso tondo, il cui stile riprende la rilegatura di vecchi tomi tipici dell'ottocento e provvista di caratteristiche mappe all'interno. Il libro offre per altro dei contenuti speciali che riportano tutte le canzoni e poesie che vengono citate sia direttamente dai personaggi che indirettamente dalla narrazione.   
Il Porto Proibito smentisce tutti i dubbi che declassano il fumetto a un’opera di non-letteratura, dimostrando di essere uno strumento visivo che ben rappresenta la parola scritta o cantata.  Amore, fiducia, solitudine e tristezza i sentimenti con cui la storia spiega le proprie vele, portandoci ai confini del conoscibile. È un’opera che suggerisce qualcosa di diverso a ogni lettore, dedicato a ragazzi e adulti che si innamoreranno delle vecchie canzoni dei marinai e dei personaggi caratterizzati con cura e dedizione.
Gli autori hanno offerto un lavoro interessante e nuovo che unisce autorevoli citazioni alla bellezza di coloro che si sono smarriti in un'avventura dal sapore amaro, navigando in un mare che sembra nascondere il segreto della vita.
Chiara Emanuele

Il porto proibito è edito da BAO Publishing che pubblica fumetti, romanzi grafici e non fiction.

giovedì 19 novembre 2015

Siamo liberi. Ma lo siamo veramente?


Nicolò Carnimeo è piombato in libreria all’improvviso come sempre gli capita, tra una conferenza e l’altra in giro per il mondo. All’Università di Bari insegna Diritto della Navigazione e dei Trasporti, si occupa di navi, porti, coste, tutela dell’ambiente e  anche di pirati. È sua infatti una delle prime inchieste Nei mari de pirati, sulla pirateria moderna. Ne abbiamo parlato sul nostro magazine nel 2011. E le sue grandi passioni, scrivere e viaggiare, lo hanno portato a confezionare un libro inchiesta, Come è profondo il mare, sulla più grande discarica del pianeta, il Great Pacific Garbage Patch, l’immensa isola fluttuante negli oceani formata da tutti i rifiuti di plastica che abbiamo gettato in mare negli ultimi 50 anni. La capacità di Carnimeo di traguardare l’orizzonte, come scrive Predrag Matvejevic nella prefazione al libro, si trova, nel suo respiro planetario, nell’analisi lucida di uno scenario reale. Scenario che il nostro “navigatore” descrive dopo aver fatto un lungo viaggio, che lo ha portato dagli oceani al nostro Mediterraneo, alla scoperta “della più grande discarica del pianeta” lanciando un preoccupante allarme sul livello di inquinamento dei nostri mari.  
Nella foto scattata in libreria Nicolò Carnimeo tra Giulia D’Angelo e Marco Firrao
Ma l’incontro è anche servito a Nicolò per parlarci di un libro fresco di stampa, Siamo liberi scritto da Elena Sacco che lavora e vive a Milano, con i suoi due figli. Dopo una lunga carriera come pubblicitaria e dopo aver portato al successo la propria agenzia, oggi è consulente per le strategie di comunicazione di aziende, personaggi dello spettacolo e talent. È rimasto talmente coinvolto dal racconto che ha voluto presentarlo.
Mollare tutto si può. Elena lo decide insieme al suo compagno Claus, un anno dopo aver visto la morte in faccia. Vendono la loro redditizia agenzia pubblicitaria e partono sulla barca a vela Viking, destinazione mondo. La ciurma è la famiglia: Claus, Elena, la figlia di sette anni Nicole e Jonathan, appena nato. La rotta è impostata su un altrove che sembra irraggiungibile: dal “paradiso” della Martinica alle contraddizioni di Cuba, dai pericoli di Panama all’incanto della Polinesia. Infine, Milano. Dopo sette anni infatti Elena decide di affrontare una nuova avventura: riportare a casa i figli. Fa rotta verso una normalità tutta da conquistare e scopre, tra fatiche e vittorie, che ogni viaggio vero si misura sul ritorno. E che mollare tutto non basta, occorre il coraggio di cambiare.  Questo libro è l’appassionato, comico, struggente diario di bordo di una famiglia, la parabola di una coppia, il percorso di una donna. Una storia esotica e insieme metropolitana, remota e vicinissima, che rimane nella mente e nel cuore dopo aver letto la parola “fine”, perché la parola “fine”, in realtà, non è mai scritta.

domenica 15 novembre 2015

Antichi grani e pani moderni come Patrimonio dell’Umanità


Bidì
Resterà un mistero, forse per sempre, dove e quando germogliò la prima spiga di grano… La collocazione dei chicchi – il loro ordine all’interno della spiga – offriva un modello di armonia, di misura, forse anche di uguaglianza. Le molte specie e qualità dei cereali stimolarono il senso della diversità, della virtù, probabilmente anche della gerarchia. …È stato lungo il cammino dal chicco crudo a quello cotto, dalla farina alla focaccia.…” citazione da Pane nostro di Predrag Matvejevic
Chissà se Franco Vescera come “Custode dell’Identità Territoriale” si riferisse a Matvejevic nel chiedere durante l’Expo 2015 che il pane siciliano sia inserito come patrimonio dell’Umanità nella “World heritage list” dell’Unesco.
È certo però che Vescera, chiamato anche l’archeologo dei grani, si riferisse alla Sicilia che vanta una varietà di grani come nessun altra regione in Italia. Varietà antiche che hanno resistito per millenni: quello di Raddusa è diverso da quello di Caltagirone e ogni cultivar dà un pane diverso: Bufala nera, Bidì, Scorza nera, Martinella, Nero delle Madonie, Tumminia, da Lentini a Castelvetrano a Camporeale, tutto cambia in pochi chilometri, basta che cambi il microclima, qualche minerale in più o in meno per modificare dal punto di vista organolettico il pane. A rendere il tutto ancora più straordinario c’è il fatto che ogni grano serve a produrre un pane diverso.
Bufala nera
Il nostro archeologo delle sementi è un pugliese emigrato giovanissimo in Brianza a cercare lavoro e di lavori ne ha fatti tanti fino a che non incontrò Marinella Parisi, siciliana di Carlentini, nel profondo sud, di un’antica famiglia di panificatori addirittura dal 1890. Emigrare questa volta in Sicilia, sposare Marinella e trasformare il panificio della moglie facendolo tornare a nuova vita sotto il suo nome, è stato un tutt’uno. Non dimenticando però la sua passione per la subacquea tanto da diventare istruttore.
Scorza nera
Così da una decina d’anni di anni, messa da parte la subacquea si è tuffato in un altro mare quello della nuova attività di panificatore seguendo ricerche per riportare alla luce genomi di grani antichissimi affiancato dalla Stazione Sperimentale di Caltagirone e dall´Università di Catania. Ha tracciato un percorso storico durato anni intervistando i contadini siciliani e fonda il suo lavoro su quattro pilastri fondamentali: il grano antico e salutare, la molitura a pietra, la trasformazione attraverso il “crescente” ed infine la cottura nel forno a legna. Nella sua azienda utilizza diverse varietà di grano che contengono un accorto equilibrio di antiossidanti e proteine. In particolare anche la Tumminia, un’antica varietà autoctona coltivata da sempre e che stava per essere dimenticata.
Franco l’ho conosciuto a Milano a maggio nella giornata inaugurale dell’Expo, nel padiglione Siciliano del Cluster Mediterraneo dove per la prima volta ho gustato il suo pane condito con un goccio d’olio. Nel Cluster ha approntato tale e quale il suo panificio alternandosi con i suoi figli e la moglie per tutta la durata dell’Expo hanno sfornato pane di Tumminia e degli altri grani siciliani ottenendo un successo strepitoso. Il secondo incontro, a sorpresa, a ottobre a Amsterdam all’inaugurazione della mostra La Sicilia e il mare all’Allard Pierson Museum. 
Amsterdam, Allard Pierson Museum
Nell’occasione ha sorpreso tutti spedendo con un corriere da Carlentini diverse pagnotte che il direttore del museo ha esposto in una nicchia. Semplicemente per dimostrare che la Sicilia, luogo dai mille volti e sapori, ha risorse come ad esempio il pane di grano duro riconosciuto come uno dei pilastri della produzione agricola di tutto il Mediterraneo. E non è un caso se la Sicilia era definita come il “Granaio di Roma” in grado di soddisfare le esigenze alimentari del suo impero. Negli ultimi mesi ha ottenuto diversi riconoscimenti, a Palermo il premio “Best in Sicily” come miglior fornaio dell´Isola. Pochi mesi dopo premio alla storia per il recupero dei cereali antichi e alla biodiversità. Il Pasta trend alla fiera di Bologna ha eletto ventitrè realtà artigianali di eccellenza del mondo della pasta e fra queste il suo panificio.
Marinella Vescera
Infine è stato eletto Presidente della Sezione Alimentari di Confindustria Siracusa e nel suo programma ha sottolineato l’esigenza di costruire con le eccellenze del territorio la filiera del “mangiar sano” valorizzando il consumo delle produzioni locali nelle strutture ricettive del territorio. Senza dimenticare di incrementarne la qualità delle produzioni tipiche puntando sulla ricerca scientifica e l’innovazione soprattutto per sfruttare le opportunità offerte da Expo 2015, con fiere ed eventi di settore, da contatti diretti con buyers internazionali.
Vescera ha la capacità di unire la tradizione al progresso. Della tradizione fanno parte le mille e più interviste a produttori di grano e di pane che ha realizzato in tutta la Sicilia. Ha curiosato nelle loro tradizioni: dal crescente, all’acqua, al sale, nel modo per esaltare il sapore ma anche il valore di vitamine e proteine. Nella microscopica isola di Ustica di interviste ne ha fatte venti per scoprire alla fine altrettanti modi diversi di fare il pane. Lo stesso a Pantelleria, a Piana degli Albanesi. Non c’è provincia dove non abbia trovato un “tozzo di pane” da studiare con passione.
Franco Vescera
A Ustica poi è riuscito a seminare circa due ettari di terreno con due varietà di grano duro da tempo abbandonate, la Timilia e la Priziusa (semi provenienti dalla Stazione di Granicoltura) e la trebbiatura ha avuto una resa di 12 quintali di grano di ottima qualità molito poi con macine a pietra ha dato farine di grande pregio. Impastate seguendo le tecniche tradizionali con lievito naturale, acqua e sale, i pani sono stati infornati in forni di pietra lavica alimentati con legna di ulivo. È superfluo dire che quei pani avevano un profumo ed un sapore eccezionale, dovuto non solo al procedimento di lavorazione ma soprattutto alle caratteristiche del grano stesso e all'ambiente.
Ultima notazione che il nostro panificatore sta lavorando per ottenere la DOP (denominazione di origine protetta) del pane prodotto in Sicilia.
Nel nostro ultimo incontro a Roma, Franco mi ha mostrato con il modello di una macina a pietra come si ottiene la farina e nel salutarmi mi offre, come porta fortuna, una manciata del suo grano.

Egadi 241 a.C. il vento cambiò il corso della Storia. Se ne parla in un convegno a Favignana


Ci siamo, mancano soltanto cinque giorni al convegno “La battaglia delle Egadi Favignana” che si terrà nell’ex Stabilimento Florio. Nell’invito è sottolineata l’importanza di questo convegno. “Difficilmente la breve storia della ricerca archeologica subacquea ha registrato un risultato talmente rilevante sia sotto il profilo scientifico che nel suo impatto mediatico e nell’immaginario dell’opinione pubblica: la scoperta del luogo esatto ove si combattè la Battaglia delle Egadi il 10 marzo del 241 a. C.
E come ribadisce Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare Regione Sicilia “Il segreto del successo della scoperta sta nella capacità di collaborazione tra storici, archeologi e tecnologi a livello internazionale. È doveroso che questa storia ritrovata sia a disposizione di tutti. È quello che vogliamo fare offrendo al viaggiatore che viene in Sicilia per scoprirne storia e bellezze la possibilità di godere dei reperti ritrovati e fare un tuffo virtuale in una pagina di storia importante per il Mediterraneo.
Dopo 23 anni di estenuante conflitto, al volgere del fatidico 10 marzo del 241 a. C. iniziò l’irreversibile tramonto nel blu intenso del mare delle Egadi del dominio cartaginese sul Mediterraneo. In verità ci sarebbero volute altre due guerre ed oltre un secolo per eliminare definitivamente dalla scena mediterranea la potenza di Cartagine, ma quel 10 marzo del 241 fu l’inizio del suo inesorabile ed irreversibile declino e certamente l’inizio dell’inarrestabile ascesa che avrebbe portato Roma a diventare potenza egemone del mondo di allora per alcuni secoli. 
Questa pagina di storia è stata riscritta con precisione e accuratezza topografica grazie a oltre dieci anni di ricerche effettuate dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e dalla RPM Nautical Foundation con il risultato di avere localizzato il luogo dello scontro grazie al rinvenimento di rostri, elmi ed altri reperti pertinenti quella battaglia.  
Presso l’ex Stabilimento Florio di Favignana, un tempo la più grande industria conserviera di trasformazione del tonno pescato nelle acque antistanti l’isola, oggi grande complesso museale aperto al pubblico grazie ad una sinergia tra Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Trapani e Comune di Favignana, si inaugura l’esposizione permanente dei rostri recuperati nel mare delle Egadi inerenti la battaglia navale che qui ebbe luogo e che sancì la fine della prima guerra punica. 
L’esposizione dei rostri, di alcuni elmi e di anfore e vasellame attribuibili alla battaglia delle Egadi è accompagnata dalla proiezione di alcuni filmati che trattano diverse tematiche sia sui rostri che sulla stessa battaglia. Inoltre un innovativo sistema didattico-scientifico ricostruisce in modo veritiero l’avvenimento storico e mostra l’utilizzo dei rostri, dando inoltre indicazioni realistiche sulla forma e caratteristiche delle navi da guerra antiche. 
L’esposizione si snoda in due ambienti dove il visitatore vivrà un’immersione virtuale nel clima di quel fatidico giorno di battaglia rivivendone antefatti e conseguenze. In un ambiente saranno esposti gli oggetti accompagnati da filmati che ne spiegheranno storia, caratteristiche, funzioni e tecniche produttive. 
Nel secondo ambiente grandi proiezioni a parete faranno rivivere le emozioni della battaglia attraverso una sceneggiatura filmica, dove i protagonisti si avvicenderanno per narrare dal vivo la dinamica degli eventi. Ampie citazioni da autori classici e moderni campeggeranno per avvicinare il visitatore alle tematiche del conflitto e del periodo attraverso la testimonianza degli osservatori e commentatori antiche e moderni. Ovviamente tutto sarà svolto in italiano ed inglese.
Delle dinamiche di come si svolse la battaglia ne abbiamo parlato più volte sul nostro magazine.
Comunque ricordiamo i fatti salienti. Cartagine aveva allestito un grande flotta al comando di Annone, carica di truppe ed  armamenti per apportare linfa vitale al presidio comandato da Amilcare che, ormai stremato, teneva saldamente posizione sul monte Erice fronteggiando le truppe romane. Roma, per impedire che i rifornimento arrivassero a Amilcare, si prepara allo scontro finale contro Annone con una flotta forte di circa 200 navi ben armate ed equipaggiate al comando dell’Ammiraglio Lutazio Catulo. 
Le triremi erano state costruite ed armate con il contributo diretto di famiglie, singoli personaggi e gruppi di cittadini. La prova tangibile è l’iscrizione sui rostri del nome di coloro che avevano finanziato la nave.
All’alba del 10 marzo del 241 a. C. un vento da Sud-Ovest spirava sulle Egadi. Annone non ebbe alcun dubbio e diresse la grande flotta da Marettimo direttamente verso la costa a settentrione di Trapani passando a Nord di Levanzo essendo sicuro di evitare, peraltro, anche la temibile strettoia del canale tra Levanzo e Favignana ed il blocco navale romano lungo la costa tra Trapani e Marsala.
Due furono i fattori che sconvolsero l’apparentemente astuto piano di Annone: l’intuizione di Lutazio Catulo della rotta che il suo temibile avversario avrebbe intrapreso e il mutamento progressivo dello spirare del vento che, al girar del sole, durante il pomeriggio, iniziò inesorabilmente a girare spirando progressivamente da Nord e poi da Nord-Est diventando contrario all’andatura della flotta cartaginese.
Le navi romane sbucarono improvvisamente lasciandosi a babordo la mole imponente di Capo Grosso dirigendosi minacciose e decise verso il convoglio nemico. L’improvviso attacco romano colse i Cartaginesi impreparati. Frattanto anche le condizioni metereologiche andavano mutando a sfavore della grande flotta cartaginese poiché il vento iniziò a cambiare direzione. Non spirava più da Ovest gonfiando da poppa le vele, bensì al traverso, da Nord, e, progressivamente, girava soffiando inesorabilmente da Nord-Est diventando, pertanto, contrario all’andatura delle navi cartaginesi.
Nel breve volgere di qualche ora pomeridiana la situazione mutò decisamente a favore dei Romani. La corsa cartaginese verso la Sicilia si era inesorabilmente bloccata ed una sua ripresa appariva impossibile per via dello sbarramento romano e delle avverse condizioni metereologiche. Fu a questo punto che, nell’imminenza dell’imbrunire, Annone prese una decisione fatale per le sorti della battaglia, della guerra e sua personale. Diede l’ordine della ritirata avendo constatato che la prosecuzione della traversata verso la Sicilia sarebbe stata impossibile se non a prezzi enormi in termini di perdite che avrebbero compromesso e vanificato l’eventuale beneficio che ne avrebbe ricavato Amilcare in spasmodica attesa sul monte San Giuliano a Erice.




sabato 14 novembre 2015

Per lo Scirè la terza ricerca per la sua ricostruzione scientifica in 3D

La storia dello Scirè, il famoso sommergibile che trasportava i mezzi d’assalto della X Flottiglia Mas. è celebrata e ricordata. Passò alla storia con l’operazione contro la base di Alessandria d’Egitto del 1941 nella quale i suoi incursori  Durand de la Penne, Bianchi, Marceglia e Schergat alla guida dei siluri a lenta corsa misero fuori uso le corazzate inglesi Queen Elisabeth e Valiant. Fu affondato nel 1942 di fronte le acque di Haifa. Gli inglesi, che avevano decrittato il sistema di comunicazione Enigma per le comunicazioni individuarono il sommergibile, lo fecero arrivare indisturbato in prossimità dell'imboccatura del porto per colpirlo da più direzioni e chiudergli ogni via di fuga.
I resti di 42 dei 49 componenti dell'equipaggio a degli 11 operatori imbarcati al momento dell'affondamento del glorioso sommergibile sono state recuperati soltanto nel 1984 dalla nave Anteo. Nella stessa occasione sono state anche recuperate varie parti dello scafo: la portelleria, pezzi del fascione e due cilindri contenitori dei siluri a lenta corsa. che sono ora  conservate al museo della base navale di Augusta, all’Arsenale della Spezia e all’Arsenale di Venezia, mentre il suo periscopio è conservato al Vittoriano. L’occasione per riparlarne ce la offre un caro amico, da sempre vicino alla nostra libreria, Fabio Ruberti, istruttore subacqueo, noto per aver fondato la sezione italiana della IANTD, acronimo di International Association Nitrox & Technical Divers, prima organizzazione didattica al mondo ad avere proposto i corsi d’immersione nitrox, tecnica, trimix e rebreather, identificando con essi per molti anni il suo compito didattico. 
IANTD è responsabile non solo per il territorio italiano, ma anche per tutti i paesi che si affacciano
sulle coste dell’Adriatico orientale con il nome di ADRIA. Uberti con la sua squadra da qualche anno si occupa dello Scirè con immersioni a carattere archeologico e scientifico sul relitto di un sommergibile di così grande valore storico. È un fatto di rilievo, non solo per gli sviluppi che essa potrà avere, ma anche per organizzare un’adeguata tutela e conoscenza dell’importante reperto storico. Durante l’ultima immersione è stata deposta una corona e lasciata una bandiera italiana in onore dei caduti.
Riportiamo per intero il suo ultimo comunicato stampa.
Dopo i successi delle precedenti spedizioni del 2008 e del 2011, la IANTD ha organizzato una terza
spedizione sul relitto del glorioso sommergibile Scirè che si è svolta dal 1° all’8 novembre nelle acque antistanti Haifa (Israele). La spedizione aveva l’obbiettivo di portare a termine le misurazioni e la copertura video-fotografica necessaria a una ricostruzione scientifica in 3D del relitto. Questa attività di ricerca da parte della IANTD è iniziata nel 2008 e, oltre all’attività d’immersione, in questi anni è stato svolto un intenso lavoro negli archivi inglesi e italiani e nello studio dei resti delle difese britanniche di Haifa durante la II Guerra Mondiale, in particolare del sistema di rilevamento anti sommergibile denominato “indicator loops”.
Queste ricerche hanno portato alla scoperta che gli inglesi erano perfettamente informati della missione dello Scirè grazie alle intercettazioni di Ultra Secret e che una trappola mortale lo attendeva di fronte ad Haifa. Lo studio e le scoperte effettuate sono state pubblicate su numerose riviste del settore subacqueo e scientifiche, ma mancavano ancora delle misurazioni per poter terminare correttamente la ricostruzione in 3D del relitto. Come per le spedizioni precedenti sono stati ricevuti importanti patrocini: del ministero degli Affari Esteri, dell’Associazione Nazionale Arditi Incursori di Marina, dell’Explorers Club di New York che ha consegnato una sua bandiera e dell’Istituto Medicina di Soccorso, del quale era presente un medico come membro della spedizione. Ricordiamo l’importanza storica del Regio Sommergibile Scirè: per quattro volte, al comando di J. Valerio Borghese, violava le acque della piazzaforte britannica di Gibilterra. Durante l’ultima missione, il 10 settembre 1941, gli incursori che aveva trasportato affondarono tre navi utilizzando gli S.L.C. (siluri lenta corsa o “maiali”).
Nel dicembre successivo lo Scirè, sempre al comando di J. Valerio Borghese, violava il porto di Alessandria, affondando nella base egiziana della Royal Navy due corazzate inglesi: la Valiant e la Queen Elizabeth, una petroliera e danneggiando un cacciatorpediniere. Anche questi affondamenti furono eseguiti utilizzando i “maiali”.
L’azione fu ricompensata con la medaglia d’oro alla bandiera del sommergibile. Invece, purtroppo, il 10 agosto 1942 ad Haifa su di esso si scatenò l’inferno: navi nemiche, artiglieria costiera e aerei erano all’erta, sembravano aspettarlo. Infatti, le nostre ricerche ne hanno trovata prova negli archivi britannici.
Dopo una caccia spietata fu affondato con il suo comandante Bruno Zelik e tutti i suoi marinai e uomini gamma (come venivano chiamati allora gli incursori) a bordo. Questo sommergibile entrò allora definitivamente nella storia come protagonista, anche in quella dell’attività subacquea, ed è tutt’oggi una delle unità navali più famose e amate al mondo. Alla spedizione su questo relitto di grande importanza storica hanno partecipato otto istruttori e subacquei IANTD, essi sono: Fabio Ruberti, capo spedizione; Cesare Balzi, vice-capospedizione e operatore subacqueo addetto alle misurazioni; Carla Binelli, segreteria; Edoardo Pavia, cine-operatore subacqueo; Alberto Dabalà, fotografo subacqueo; Alessandro Brandetti, operatore subacqueo addetto alle misurazioni; Gianluigi Da Campo, medico della spedizione e operatore subacqueo; Mark Feder, responsabile logistica e operatore subacqueo. L’iniziativa è stata incoraggiata e supportata dai Training Facility IANTD Acquamarina di Marina di Pisa (PI) e Sea Dweller Divers (Roma), dalle ditte di equipaggiamento per la subacquea tecnica Acquamarina® e Dive Rite® e, per la logistica, dai centri d’immersione locali Tek Dive di Tel Aviv e Deep Siam Group di Eilat.
La spedizione era composta da tre squadre operative con specifici obbiettivi d’immersione giornalieri: misurazione e rilevazione del sito subacqueo, ricognizione esterna e rilevamento di reperti di particolare interesse e copertura foto-cinematografica di tutto il relitto, mettendo in atto le migliori tecniche d’immersione associate a un lavoro di squadra mirato alla ricerca e utilizzando gli equipaggiamenti più idonei. L’attività ha incluso anche una ricerca guidata dal Prof. Galili mirata allo studio dei resti delle difese inglesi di Haifa durante la II Guerra Mondiale, in particolare del sistema di rilevamento e difesa anti sommergibile denominato “indicator loops”.
Fabio Ruberti
tutte le fotografie sono cortesia IANTD
Per chi vuole conoscere tutta la storia dello storico sommergibile non deve far altro che una visista al sito della libreria il mare e digitare nel motore di ricerca la parola Scirè

domenica 8 novembre 2015

Una passione incredibile per Lele Coppola sulle tracce della bella figlia del mare

Omero le ha definite le belle figlie del mare, forse è per questo che Emanuele “Lele” Coppola se ne è innamorato a tal punto di passare trent’anni della sua vita a cercarle, studiarle in decine di incontri ravvicinati in giro per il Mediterraneo, Turchia, Grecia, Dalmazia, Istria, Isole Egadi, Sardegna. Come racconta nel suo lavoro fresco di stampa Il mistero del Mediterraneo. Dalla mitologia alla realtà per scoprire che questo straordinario mammifero marino, la foca monaca mediterranea, Monachus monachus, che per colmo di disinformazione, quella presente in Sardegna, avvista nel golfo di Orosei, fosse definita una sottospecie di foca monaca a se stante e del tutto estinta a metà degli anni ’70, quindi non degna di ulteriori sforzi per la sua salvaguardia!  Tale tesi fu ribadita dall’Università di Roma che all’inizio degli anni ’80 dichiarò definitivamente estinta la specie in Italia. In questo desolante panorama dei visionari, tra cui Fulco Pratesi, raccontavano una storia diversa quando nella Grotta del Bue Marino, sempre in Sardegna, fu osservata e fotografata una grande femmina adulta e l’episodio diede speranza a chi lavorava per la salvezza della specie.
In quegli anni Lele, giovane laureato in ingegneria, aveva scoperto che la sua vera passione era la fotografia naturalistica, tanto che si trasformò da dilettante in professionista dedicandosi con sua  moglie Cristina nella produzione di documentari naturalistici in pellicola cinematografica e insieme ad alcuni amici fondo anche l’Agenzia fotografica Panda Photo, oltre al Gruppo Foca Monaca.
Così iniziarono i primi di una serie di viaggi nel Mediterraneo a partire dalle isole Ionie, alla ricerca della bella figlia del mare, realizzando numerosi servizi fotografici e addirittura tre documentari trasmessi sulle reti nazionali e distribuite anche in abbinamento con i mensili Airone e Oasis. Molti i riconoscimenti ricevuti tanto da diventare consulente come esperto per i programmi di monitoraggio della specie nel programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente Mediterraneo.
In ordine di tempo l’ultimo avvistamento è del giugno di quest’anno a pochi metri dalla scogliera di Punta Troia a Marettimo, Arcipelago delle Isole Egadi. Si è trattato di un maschio e una femmina adulti e le modalità descritte fanno pensare al tipico tentativo del maschio, sempre molto aggressivo, di trascinare sott’acqua la femmina per poi riuscire ad accoppiarsi. 
A sinistra una delle più antiche monete, proveniente da Focea, risalente al VII secolo a. C. coniata in elettro, una lega di oro e argento. È stata trovata nel greto di un fiume della Lidia, al confine tra la Grecia e la Persia. È conservara al Brritsh Museum.
Una scena simile a quella già osservata nel giugno 2009 all’isola del Giglio, in cui due foche adulte si scambiavano effusioni amorose. Il Gruppo Foca Monaca segnalò per la prima volta la presenza di una femmina adulta di foca monaca con cucciolo in fase di svezzamento alle isole Egadi nell’Inverno 2004. Alla primavera 2011 risale la prima osservazione ben documentata di una foca monaca grazie a un breve video realizzato da un pescatore di Marettimo. Nel 2013 la presenza della foca monaca alle isole Egadi è stata ufficializzata anche da una comunicazione del Ministero dell’Ambiente in occasione della presentazione dei primi risultati ottenuti da una ricerca scientifica condotta dall’ISPRA in collaborazione con l’Area Marina Protetta delle Isole Egadi.
Questo affascinante animale è tornato già da alcuni anni ad abitare varie località del Tirreno centrale e gli avvistamenti si ripetono dalle coste della Versilia fino alle Egadi e alle Pelage, con una delle ultime segnalazioni proveniente anche dall’isola di Lampedusa. La sua presenza è un fenomeno consolidato – afferma Coppola – ma che ancora non riceve l’attenzione che meriterebbe da parte delle istituzioni. Come al solito aggiungiamo noi… E in particolare il Gruppo Foca Monaca del nostro Lele ribadisce l’importanza di un completo e fiducioso coinvolgimento delle comunità locali che oggi comprendono, meglio di chiunque altro, gli effetti positivi di questo insperato ritorno.

mercoledì 4 novembre 2015

Bjorn e qualche lacrimuccia per salutare nel migliore dei modi i primi 40 ruggenti

Piena come un uovo? Sì, proprio così. Ieri sera la nostra amata libreria era proprio piena come un uovo! Dentro, fuori, sotto, sopra ogni angolo era occupato e tanti gli amici costretti a rimanere fuori della porta sbirciando dalla grande vetrina su  via del Vantaggio. Non li abbiamo contati, esercizio peraltro molto complicato da svolgere, ma a giudicare dalle copie vendute di Raccontare il Mare del grande scrittore di mare, Bjorn, sicuramente più di un centinaio gli amici de il Mare che hanno voluto condividere la festa per i quaranta ruggenti di, emozionatissimi, Giulia e Marco! Già dalle ore 17 piano piano la libreria si è riempita tanto che Giulia ha dovuto dare via alla kermesse in anticipo rispetto ai tempi previsti. Prima di dare la parola all’ospite d’onore, Anna Lucia, ha letto un brano del libro di Bjorn Larson, Marco ha fatto una brevissima presentazione che Giulia ha completato.
Non sono riuscito a fissarle nelle fotografie, ma sicuramente in ricordo dei quaranta ruggenti c’è scappata, giustificatissima, anche qualche lacrimuccia…
Infine è toccato a Bjorn a prendere la parola, con il suo ottimo italiano senza accenti particolari. Come un fiume in piena, incalzato da Marco nella funzione di moderatore, ha iniziato il suo racconto ricordando, riferendosi ai 40 ruggenti, che lui ha inziato ad andare per mare con la sua barca a vela 35 anni fa. Subito ha sottolineato che, con Raccontare il Mare per la prima volta parla di libri non suoi, della letteratura di mare che per lui è romanzo, finzione ovvero raccontare qualcosa che che si è vissuto e questo è il compito più importante della letteratura. Parlando della sua vita ha raccontato che senza il libri non avrebbe potuto fare le cose che ha fatto.
All’inizio avrebbe voluto fare il geologo per seguire le orme del padre, che ai suoi tempi, aveva trovato addirittura un giacimento di uranio. Per molto tempo si è occupato di geologia leggendo molto e qualcosa di questa esperienza è rimasta in uno dei suoi primi libri, Porto dei sogni incrociati.
A 15 anni, dopo aver letto Cousteau il suo interesse è passato alla subacquea. La lettura di Hemingway invece lo porta a intraprendere la carriera di scrittore, così parte per Parigi con una valigia, un quadermo e una penna. Ricorda anche la prima cocente delusione, quando si rende conto che per realizzare il suo sogno non sono rose e fiori, anzi. A Parigi dove si siede in un bar con il suo quaderno e la penna immaginando che stare seduto per tutto il giorno in un’atmosfera bohemienne servisse per diventare uno scrittore. 
Soltanto dopo una mezz’ora quando il cameriere gli fa notare “monsieur, il faut consommer!” si rende conto che probabilmente la strada da seguire non era quella. Successivamente, capitando per caso a Saint Malo, passa al grande sogno della vela leggendo, anzi divorando Slocum, Moitessier e ben presto ne sapeva più di Capo Horn che come poter ormeggiare una barca. Ma leggeva non soltanto per sognare ma soprattutto per fare, anche perché nella sua famiglia non aveva la tradizione di antenati marinai. Così per leggere il volume  Boatowner’s mechanical and electrical manual non soltanto è costretto a imparare l’inglese, ma impara il linguaggio nautico e soprattutto si rende conto dell’importanza di saper usare le mani. L’italiano invece ha cominciato a “masticarlo” andando in barca con il suo amico Nicolò Carnimeo che insegna Diritto della Navigazione all’Università di Bari, anche lui scrittore e autore di Nei mari dei pirati, una documentata inchiesta sulla pirateria. Nella sua funzione di skypper per dare ordini a Nicolò che l’inglese poco lo conosce, scrive in italiano sul suo inseparabile quaderno,  un piccolo dizionario dei vocaboli più usati in barca.
Quindi ribadisce che è importante leggere anche per sognare e avere alternative alla routine noiosa di tutti i giorni, ma anche saper leggere per poter fare. Porta ancora ad esempio quel manuale in lingua inglese che gli ha permesso di riparare il motore o realizzare l'impianto a 12 wolt per la sua barca. Quindi, afferma, leggere per fare è una combinazione molto importante soprattutto per i giovani troppo distratti da altri effimeri interessi. La conferma di questo assioma, la dà Marco ricordando che nella classifica delle vendite di libri la manualistica specializzata è ai primi posti.
E il raconto continua. Se volete, la registrazione completa la troverete sulla pagina facebook oppure telefonate in libreria.

Nella carrellata fotografica alcuni momenti della serata. L’ultima fotografia è quella in cui Marco come editore dedica Piccola antologia di Vittorio G. Rossi e Bjorn invece il suo Raccontare il Mare
Cos’altro dire? Solo augurarvi buona lettura!!!
Maurizio Bizziccari