martedì 30 dicembre 2014

Il naufragio della Norman Atlantic. Perchè?

Le oltre trentadue ore di soccorsi nel Canale d’Otranto ai naufraghi del traghetto Norman Atlantic si sono concluse ieri alle 14.50 quando l’ultimo uomo dell’equipaggio, il comandante, è stato recuperato, come gli altri, dall’elicottero della nostra Marina Militare.
Tra i tanti che hanno scritto di questa incredibile tragedia, abbiamo scelto di proporvi quanto ha scritto il nostro Nicolò Carnimeo, di cui più volte ci siamo occupati, che ha forse centrato le possibili cause del disastro: l’errore umano combinato con la cattiva manutenzione della nave.

venerdì 12 dicembre 2014

Il mitico Aquarama per giocare e sognare

L'Aquarama Toys
Una grande esclusiva per la nostra libreria: ha calato l’ancora e ora è ormeggiato in bella vista nella grande vetrina su via del Vantaggio un Riva Toys: il mitico Aquarama. Un modello giocattolo in miniatura per farvi divertire e giocare con le più belle barche Riva. È il primo di una serie, ogni modellino è realizzato con la passione, la precisione e l’attenzione che distinguono le barche Riva; per questo ogni modellino è stato fatto con i legni più pregiati di mogano e frassino, gli stessi materiali utilizzati per le sorelle maggiori. Gli esperti di nautica sanno che le materie prime rappresentano l’anima dell’imbarcazione. Ecco perché da sempre Riva utilizza solo i materiali migliori, di cui ne conosce tutti i segreti.
Tra le decine di modelli di barche prodotti nei 170 anni di storia del Cantiere Riva, ne sono stati scelti, giocoforza, solo 4, anzi 4+1. Due barche storiche – Ariston e Aquarama – e due barche simbolo dell’evoluzione – Aquariva e Rivarama. E poi… non poteva certo mancare l’unico esemplare con le ruote. Il mitico camion Riva, quello che nel passato, attraversando in lungo e in largo tutto lo stivale, ha trasportato centinaia di barche.
Glii 11 pezzi per montare Aquarama
Per il lancio dei Riva Toys sono state scelte location di prestigio a Bologna, Milano e in 3 capitali europee. A  Roma, quella ideale, scusate la modestia, è la Libreria Internazionale il Mare. Gli undici pezzi per assemblare l’Aquarama Toys e navigare con la fantasia sono racchiusi in una elegante scatola di cartone (sedili, pozzetto anteriore, cuscini prendisole, murata destra, murata sinistra. motori, opera viva).
Il modellino è in vendita per € 140.

Ogni legno ha la sua anima, questi sono quelli utilizzati per realizzare ii giogattoli.
Il Frassino
L’albero di Frassino, può raggiungere il metro di diametro e superare i trenta di altezza in due secoli di vita, si adatta a qualsiasi tipo di terreno, ma cresce bene nelle prossimità dei corsi d’acqua, su terreni umidi, in pianura o ad altitudini non troppo elevate, possibilmente in aree soleggiate. Il legno di frassino è largamente utilizzato perché è robusto e nello stesso tempo leggero e flessibile.
Piuttosto chiaro, va dal biondo tenue, al rosa fino al bruno pallido, con eventuali sfumature di verde.
Le murate in mogano
Il mogano
Il vero mogano è quello coltivato nell’America tropicale e nelle Antille, gli altri provengono da piante diverse appartenenti alla stessa famiglia. È un legno molto duro, compatto, pesante e facile da lavorare. In base al colore, si parla di “mogano chiaro” e “mogano scuro”, a seconda che presenti un colore tendente al giallo-rosa o al rosso-bruno, e si parla invece di “mogano rosso” per un legno dal colore più deciso. La varietà di colore è anche influenzata dall’invecchiamento.
L’Acero
In Italia è diffuso soprattutto al nord e al centro. E’ molto comune nella pianura padana dove ne crescono spontaneamente 7-8 specie. L’Acero è un legno semiduro e poroso, caratterizzato da venature evidenti con fibre compatte, di colore chiaro, che spazia dal quasi bianco al giallo rosato.


 A sn. ogni modello ha il suo numero di serie e si può anche personalizzare

Dire Aquarama è come dire perfezione sull’acqua.
“Lo Stradivari delle barche” e “la regina della Costa Azzurra” sono solo alcune delle definizioni date negli anni Sessanta riferite a questo modello straordinario, da tutti considerato il più bel motoscafo al mondo. Il suo scafo, lungo dagli 8,02 agli 8,78 metri interamente di mogano e lavorato a mano, mette in luce la bellezza naturale delle venature del suo legno. Il volante, scelto dall’ingegner Riva per la sua bellezza, è ispirato alle automobili americane degli anni Cinquanta. Ogni suo particolare è inconfondibile. Ecco perché l’Aquarama più che una barca, è diventata una mito.
Nato negli anni Sessanta, Aquarama diventò una vera celebrity, un’icona della quale si innamorò presto tutto il mondo nautico; attori, campioni sportivi, celebrità dell’industria e dello spettacolo, lo desiderarono, l’acquistarono, lo sfoggiarono.
Probabilmente i favolosi anni Sessanta sarebbero stati meno favolosi senza quei
motoscafi capaci di navigare velocissimi sfrecciando per tutto il mar Mediterraneo
e dandosi appuntamento nelle località più esclusive.
Una barca, un simbolo, un mezzo d’ispirazione e di ambizione. Il nome nasce come derivato dai “cinerama”, grandi schermi cinematografici sperimentali americani di quegli anni, così lui, l’Aquarama, era pronto per diventare un cult del mondo nautico perché capace di far vivere al meglio l’immensità del mare. Fin dalla sua presentazione, nel novembre 1962, al terzo Salone Internazionale della Nautica di Milano, l’Aquarama diventa il simbolo stesso della Riva. E poi il secondo, il terzo, il quarto modello… fino ad arrivare a 784 esemplari di cui l’ultimo prodotto nel 1996 e ancora oggi sempre pronto a farsi ammirare, in tutto il suo splendore, dai tanti visitatori del
Cantiere a Sarnico. Chi pensa a una perfetta barca in legno di mogano pensa subito ad Aquarama; con i suoi potenti motori, il suo volante e le sue inconfondibili strumentazioni.
Un Aquarama in acqua...
La serie completa dei Riva Toys


mercoledì 3 dicembre 2014

…prima d’esser nave fosti foresta frondosa. Titolo dedicato a una serata coinvolgente


La serata dedicata alle “prore sorrentine” merita ancora di parlarne, tanto è stato l’entusiasmo che ha suscitato. Lo facciamo riportando, dopo quello che scritto Giancarlo Antonetti nel post precedente, anche i commenti di due dei protagonisti l’attrezzatore di barche d’epoca il napoletano Giovanni Caputo e il mastro d’ascia, , sorrentini doc, Nino Aprea dell’Antico Cantiere del Legno Aprea.

Credetemi, è sempre emozionante parlar di mare e marineria con persone che condividono la stessa passione. E sabato scorso alla Libreria Il Mare di Roma la condivisione è stata totale… è stata una serata bellissima, con incontri davvero entusiasmanti, dove l’attenzione era tanta e la gioia si poteva leggere negli occhi di tutti… ed è proprio vero che il mare unisce.   
Che dire, se non grazie di cuore per averci ospitato con tanta familiarità, e grazie alle persone intervenute, davvero tante!  Seppur trattasi di lavoro, il mio, è una vera e propria ragion d’amore verso le barche ed il mare… 
È incredibile! Da bambino sognavo di costruir barche e oggi lavoro con uno dei più prestigiosi Cantieri navali italiani, l’Antico Cantiere del Legno Aprea di Sorrento…  Parlare agli ospiti della serata dell’evoluzione del gozzo sorrentino, dalle sue origini più remote fino ad arrivare ai nostri giorni, passando per navi onerarie e vichinghe onde sottolineare la similitudine di forma, o ancora l’assonanza di nome tra il “lintres” piccola barca d’epoca romana e il “luntro” siciliano, anch’esso di forma simile al gozzo, la dice lunga sul viaggio evolutivo che ha compiuto questo tipo di imbarcazione… è stato bello parlar di legni per costruir barche, fino a sentirne vagamente i profumi…   
Confesso d’essermi emozionato, per tanti motivi… per la cordiale accoglienza del pubblico, per l’attenzione dei ragazzi dell’istituto Nautico che hanno partecipato attivamente: il fatto di aver trasmesso nozioni e saper fare di un mestiere come l’attrezzatore navale è stata davvero una sensazione di piacere e soddisfazione personale… mostrare le metodologie di un mestiere che – seppur antico – è sempre sulla “cresta dell’onda”, poiché non v’è vento di modernità che potrà svellere le radici dell’Arte Marinaresca: un nodo su una cima, una gassa d’amante, per esempio, non può essere sostituita da null’altro! 
La frase “prima d’esser nave fosti foresta frondosa”, divenuto il titolo della serata è stata mutuata da Catullo, e la scelsi tempo fa per aprire un capitolo di un mio libro, dove si parlava appunto di barche di legno, quindi quale miglior titolo se non questo stralciato da un carme del Poeta romano che s’era innamorato a tal punto della propria barca che – una volta in disarmo – la trasportò nel giardino della sua villa per poterla contemplare… le barche di legno hanno un’anima, e quelli come noi, ne sanno ascoltare i silenti canti di gioia.
Giovanni Caputo
 
Una giornata splendida con persone splendide! L’evento “Prore sorrentine” alla Libreria Il Mare di Roma è stata davvero una esperienza piacevole. Poco abituato a parlare ad un folto pubblico, peraltro attento e appassionato, ho cercato di trasmettere le sensazioni che fanno del mio lavoro di maestro d’ascia una passione vera e propria. Talvolta – o forsanche sempre - sento con piacere il carico di responsabilità che ho ereditato dalla mia famiglia consistente nel fatto di portare avanti il mestiere di costruttore navale, mestiere che si tramanda nella da oltre trecento anni; responsabilità che con orgoglio affiderò un giorno nelle mani dei miei figli, così come mio padre ha fatto con me.

Questo è un lavoro che “senti dentro”, poiché dar vita ad una barca è un’emozione unica: la scelta dei legni, lo stortame adatto per le ordinate, l’impostazione della chiglia… e poi, veder nascere quello che molti sanno possedere un’anima…

Ma anche il restauro di una barca ha il suo fascino: una barca progettata 50 o anche 100 anni fa è un libro di Arte Navale che va sfogliato reverenzialmente, studiato e compreso, fino a immedesimarsi nel costruttore e progettista al fine di riportare la barca agli antichi splendori senza stravolgerne l’elegante bellezza…

E mi piace anche sentire il Cantiere come vivaio di nuove giovani leve che si avvicinano con amore e dedizione a questo lavoro, non privo di sacrifici, ma che offre soddisfazioni impagabili. Trasmettere i saperi di quest’antico mestiere è emozionante… vedere i giovani che apprendono con passione è una sensazione impagabile, ed il compito del nostro cantiere è anche questo: la difesa delle tradizioni marinare, poiché solo navigando in un mare di storia si potrà tracciare la rotta giusta per il futuro.
Nino Aprea

A spasso in solitario con Tigro, un Hobie Tiger 18. Otto giorni da ricordare

Enrico Corsetti
Buongiorno vorrei acquistare un portolano delle Baleari. Questo fu il primo approccio presso la libreria Internazionale il Mare con Enrico Corsetti. Un giovane cliente, velista con l’intenzione di portare la sua barca a vela dall’Italia nelle isole Baleari. Non conoscevo ancora quelle isole, quindi chiesi a lui informazioni. Subito mi parlò della sua passione per la vela e il mare. Ci presentammo e con sorpresa scoprii che era figlio di Corsetti proprietario di più di un ristorante a Roma, e famosissimo nel campo della ristorazione. “Si lavoro con mio padre nel Ristorante Shangri La all’Eur” mi disse. Subito mi vedo giovane, negli anni 60 quando lo frequentavo spesso. Recentemente, mentre sistemavo le varie carte dell’epoca, ho scoperto di aver conservato il Menù con la copertina raffigurante un disegno di un Galeone (che era il vecchio nome del ristorante). Da quel pomeriggio in libreria, è nata un’amicizia. Ci scambiamo le visite nei rispettivi negozi e ci raccontiamo i vari problemi legati al lavoro, ma anche le soddisfazioni e il piacere che ci procura l’andar per mare. Negli anni, Enrico è rimasto sempre giovane e pieno di entusiasmo per il sesto continente Nell’ultima visita al suo ristorante, dove, insieme a Maurizio ero andata per mangiare un piatto favoloso di

martedì 2 dicembre 2014

Il custode della memoria storica della marineria sorrentina in libreria

Giancarlo Antonetti e Giulia D’Angelo
Tanto tuonò che piovve…, dopo tutto il clamore che siamo stati capaci di suscitare, l’aforisma, attribuito a Socrate, descrive alla perfezione la riuscita dell’evento che abbiamo organizzato per parlare della marineria sorrentina. Dentro, fuori, sotto, sopra, i nostri amici, vecchi e nuovi, hanno occupato ogni spazio occupabile e la libreria non poteva accoglierne di più già due ore prima dell’ora prevista. E la conclusione della serata non poteva essere migliore, ospiti del prestigioso resort a due passi dalla libreria il The First Luxury Art Hotel Rome dove abbiamo degustato i raffinati vini, il Terre di Ala, un blend di Sauvignon blanc e di Sémillon, e il Villa Tirrena, Merlot e Shiraz, offerti dalla cantina Paolo e Noemia d’Amico, sponsor della serata. Per ricordare l’evento proponiamo la sintesi dell’intervento di Giancarlo Antonetti, “custode” della memoria storica della marineria sorrentina presidente di Asso Vela a Tarchia, animatore del trofeo De Martino per gozzi a vela latina che si tiene tutti gli anni a Sorrento.

Giancarlo Antonetti
Sabato 29 novembre, nella più antica e prestigiosa libreria del mare italiana fondata da Giulia D’angelo che per l’occasione era gremita di veri appassionati del mare tanto da darmi l’impressione di trovarmi su di una nave al mio comando veramente galleggiante, quanto da sentirne i movimenti di rollio e beccheggio; alle sette della sera mi presentavo come Giancarlo Antonetti il presidente dell’Asso vel’a’ Tarchia Associazione nata per il recupero e la salvaguardia del patrimonio marittimo della penisola sorrentina: le vecchie imbarcazioni, le attrezzature le attività artigianali e le metodologie costruttive dei maestrio d’ascia; in definitiva la memoria storica della marineria Sorrentina. 
Mi dilungavo un po’ troppo nel raccontare che già dal 1200 durante la guerra tra Angioini ed Aragonesi sull’arenile di Alimuri a Meta si costruivano i primi legni da guerra, che le vicende narrate da coloro che le vissero danno il senso della loro dura esperienza, della rara perizia e dell’intuito personale; che già nel 1719 venne fondato il “monte dei marinai schiavi” per riscattarli dai rapimenti dei pirati barbareschi; che già nel 1782 furono istitute le prima scuole nautiche e che i piccoli paesi della penisola sorrentina pullulavano di armatori, costruttori navali, maestri d’ascia velai, calafati, capitani nostromi marinai e mozzi; che già nel 1862 “L’Associazione di mutua assicurazione della marina Mercantile Sorrentina” iscriveva nei suoi ruoli oltre 400 navi italiani ed estere. 
Sorrento
La decadenza della cantieristica sorrentina in legno era da attribuire all’avvento delle navi in acciaio e che gli armatori abituati ad un’economia familiare non ebbero né i mezzi né il credito per poter adeguare le loro flotte e che le tradizione marinara della penisola sorentina resta affidata ai naviganti fedeli e prudenti ancora oggi presenti su tutti gli oceani ed anche alle barche recuperate durante i ventisei anni di attività del Trofeo Eduardo de Martino regata di barche a vela in legno da me ideata nel Golfo di Sorrento Ne ho cosciute tantissime: 
Conosco delle barche 
che restano nel porto per paura 
che le correnti le trascinino via con troppa violenza. 
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto 
per non aver mai rischiato una vela fuori. 
Conosco delle barche che si dimenticano di partire 
hanno paura del mare a furia di invecchiare 
e le onde non le hanno mai portate altrove, 
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare. 
Conosco delle barche talmente incatenate 
che hanno disimparato come liberarsi. 
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare 
per essere veramente sicure di non capovolgersi. 
Conosco delle barche che vanno in gruppo 
ad affrontare il vento forte al di là della paura. 
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco. 
Conosco delle barche che non hanno mai smesso 
di uscire una volta ancora, ogni giorno della loro vita 
e che non hanno paura a volte di lanciarsi fianco a fianco 
in avanti a rischio di affondare. 
Conosco delle barche che tornano in porto 
lacerate dappertutto, ma più coraggiose e più forti. 
Conosco delle barche che tornano sempre 
quando hanno navigato. Fino al loro ultimo giorno, 
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti 
perché hanno un cuore a misura di oceano. 
(Jacques Brel). 
E con la speranza, che non mi abbandona mai, di conoscere tante altre barche, a Dio piacendo, nelle prossime edizioni del trofeo Eduardo de Martino, ho bevuto un ottimo bicchiere di rosso offerto dagli sponsor della serata, Paolo e Noemia d’Amico. 
Giancarlo Antonetti

lunedì 17 novembre 2014

Pianosa, il gozzo sorrentino bene di interesse culturale

Nello scaffale della libreria Internazionale il Mare, Pianosa il gozzo sorrentino curato da Paolo Rastrelli, si fa subito notare oltre che per l’insolito formato ad album, largo ventuno centimetri e alto sedici, per l’elegante copertina cartonata color rosso vinaccia e per la raffinata carta rigata. Il libro racconta la storia del recupero e del restauro dello storico gozzo nato nel 1947 nei cantieri Aprea e utilizzato per rifornire di derrate e generi di prima necessità i detenuti dell’omonima isola dell’Arcipelago Toscano.

Marc H. Bayard, Barca di Sorrento, 1832
È un’edizione del 2005 andata in stampa quando il Pianosa è stato inserito tra i beni di interesse culturale. La decisione fu presa per due diversi motivi: perché era un raro esempio di barca da lavoro, intatta nell’ossatura generale, e per l’accurato restauro, condotto con l’integrazione di tutte le parti mancanti con pezzi recuperati da barche della stessa epoca dismesse grazie a un paziente lavoro di ricerca.
In realtà il gozzo, un 12 metri, fu ordinato al Cantiere Aprea da un’armatore dell’isola d’Elba; lo scafo venne impostato secondo la tradizione partendo dalla chiglia con il dritto di prora e quello di poppa, venne installato un motore Gray di carro armato americano, residuato bellico acquistato a Napoli e nel 1947 scende in mare con il nome di Laura Madre.
Nei primi due anni di vita fu impiegato nell’arcipelago toscano, si racconta che fermato per contrabbando fu messo sotto sequestro nell’isola di Pianosa, allora sede di una colonia penale. Il carcere aveva la necessità di assicurare i collegamenti con l’isola d’Elba, così nel 1949 il Ministero di Grazia e Giustizia acquistò il Laura Madre cambiandole il nome in Pianosa. Per quarant’anni il servizio di questa barca, robusta e marina, fu di estrema importanza per la vita del penitenziario, tanto che fu anche autorizzata, a vantaggio dei residenti, alla pesca montando un verricello a prua e acquistandone le reti.
Alla fine degli anni ’80 con la trasformazione in Super Carcere e l’introduzione del 41 bis l’isola fu dotata di mezzi veloci così il Pianosa divenne obsoleto, anche perché fu seriamente danneggiato durante una tempesta.
Il Ministero l’8 novembre del 1993 con la nota n°. 22588 lo dichiarò “bene fuori uso” e fu abbandonato, simbolo di un periodo epico. Fino a quando per puro caso fu riscoperto da un toscano, Benito Taddei, che ne fu subito attratto, nonostante le pessime condizioni, immaginando come sarebbe potuto diventare una volta restaurato. Disbrigate le pratiche burocratiche per riuscire ad acquistarlo iniziò l’ardua impresa di metterlo in acqua impedendo che colasse a picco. Con l’aiuto di due maestri d’ascia riuscì a calarlo in acqua e poi, a caricarlo su una chiatta e portarlo a Ponte a Elsa dove arrivò nel dicembre del 1994. Taddei inizia da solo il restauro del  vecchio Pianosa, ritenendo di portarlo a termine con le sue forze e nel tempo libero dal lavoro.
Ma la realtà si rivela impossibile nonostante la richiesta di aiuto a mastro Cataldo Aprea, diretto discendente del costruttore della barca, che riuscì nell’impresa di trovare un altro appassionato a Sorrento. Entra così in scena Federico Cuomo, cresciuto nel culto delle tradizioni marinare, che acquista il Pianosa e lo trasporta a Sorrento. Dopo 54 anni il vecchio gozzo sorrentino ritrovato in Toscana ritorna nel cantiere dove è stato costruito per essere completamente rastaurato con criteri filologici e conservativi di un’imbarcazione tipica, legata alla tradizione locale.
L’operazione di restyling inizia nell’autunno del 2002 e termina nell’estate del 2003 dopo otto mesi di lavoro di Cataldo Aprea con i figli Nino e Raffaele, titolari dell’Antico Cantiere del Legno.
Lo Studio Faggioni di La Spezia, specializzato in restauri di yacht d’epoca, ha impostato e seguito tutti i lavori per riportare la barca al suo stato originale. L’architetto Stefano Faggioni, titolare dello studio, è stato travolto dall’operazione non solo professionalmente ma anche emotivamente tanto che le visite in cantiere si trasformavano in seminari di costruzione navale.

Per il restauro si è proceduto per prima cosa allo smontaggio delle strutture di coperta che sono state in gran parte recuperate, come le tavole del ponte e quasi tutti i bagli e i braccioli; si sono recuperate tutte le ordinate rimaste in perfetto stato. Tutte le parti sostituite sono state fedelmente ricostruite impiegando le stesse essenze originali, caratteristiche dei boschi vesuviani e sorrentini: elece lucino per la chiglia, quercia per la ruota di prora, pino per il fasciame, trincarino e dormienti, gelso per la schiocca di poppa. 

Tutto all’insegna dell’antica tradizione: calafataggio con cordolo di cotone e stoppa, stucco composto di minio, litopone, grasso e olio di lino cotto: “Come sempre s’è fatto e come il legno vuole che si faccia poiché il legno è sempre vivo” afferma mastro Cataldo, che ha tramandato ai figli tutti suoi piccoli grandi segreti dell’arte di costruire barche. In linea con la tradizione sorrentina, poi, il dritto di poppa si eleva oltre la coperta, sulla cui sommità un artigiano locale vi ha scolpito un falco, simbolo di Punta Campanella. Per l’albero, alto 11,40 metri sono stati usati tavoloni di douglas arrivati dalla Scozia, ben stagionati e di notevole lunghezza. Per la costruzione è stato usato il metodo dei listelli a sezione triangolare incollati longitudinalmente faccia contro faccia per formare una sezione ottagonale portata poi a sezione circolare a mano. Anche per l’antenna, lunga 17 metri, è stato utilizzato il douglas, costruita da tre pezzi affiancati a scalare, ottenendo così una notevole robustezza. 
Per il piano velico usati 74 metri quadrati di tela a riva più i 20 del polaccone. Le vele, realizzate dalla Doyle di Palermo, sono in Dacron beige, impreziosito da bugne di cuoio imbevute nel petrolio, con occhielli di ottone e rinforzi di pelle cuciti a mano. I bozzelli sono stati ricostruiti seguendo fedelmente i modelli dell’epoca usando le medesime essenze utilizzate dei vecchi bozzellai locali. Sono stati restaurati anche alcuni splendidi bozzelli appartenenti alla preesistente attrezzatura, tra cui alcuni con stroppo tessile e pulegge di legno guaiaco. Anche la bussola è d’epoca, è del tipo tradizionale su sospensione cardanica, con la rosa dei venti che reca sul quadrante la scritta US NAVY.
Infine il restauro del Pianosa è stato un evento unico nel suo genere e ricorda che i gozzi, espressione di un’arte antica, sono stati al centro dello sviluppo delle comunità marinare del Mediterraneo, impegnare nella pesca e nel cabotaggio, attraversando anche gli Oceani.


Il corsivo di questa presentazione è parte di un servizio a firma Giovanni Caputo e corredato con le fotografie di Francesco Rastrelli pubblicato a fine 2003 dal trimestrale Arte Navale che per primo ne parlò.

Per chi vuole approfondire il tema che riguarda Il maestro d’ascia consigliamo questo libro

Fotografie e illustrazioni sono tratte dal libro Pianosa, Il gozzo sorrentino

venerdì 14 novembre 2014

I gozzi sorrentini, barche con l’anima, e antichi cantieri

Anche se siete abituati ai mille e mille eventi che la libreria il Mare è stata capace di organizzare nei suoi quarant’anni anni di storia, vi chiederete perché il 29 novembre a Roma sbarcano le Prore Sorrentine. Semplice, perché la Libreria da sempre, è la sua vocazione, è un approdo naturale per chi va per mare. E poi perché Ivana Melillo, ideatrice di questo straordinario evento organizzato insieme alla nostra Annalucia, ha trovato a Sorrento una grande famiglia del mare, ovvero l’Antico Cantiere del Legno Aprea che l’ha accolta ed amata: “tanto  increduli” si chiedevano chi era questa donna che da Roma si era spinta fin li per la Santa Rosa… un gozzo a vela latina restaurato  e visto navigare qualche settimana prima nelle acque del golfo di Napoli.
Il gozzo Pianosa (foto F. Rastrelli)
Il mondo delle “barche con l’anima”, le barche di legno, è un mondo speciale che prende il cuore e  diventa una cosa sola con la barca e con il mare. È una sensazione di profonda unione che tanti naviganti hanno sentito e quando succede a te non puoi far altro che viverla, lasciandoti abbracciare da quel navigare che ti riporta dietro nel tempo, tra lo scricchiolio dello scafo e il profumo del legno bagnato dall’acqua di mare. Pian piano nasce il desiderio di conoscere cosa unisce ancora quegli uomini a queste barche, e chi ancora quelle barche le cura e le riporta in vita.
Giovanni Caputo
Ed è sicuro che questo desiderio di conoscenza verrà esaudito dopo che avrete ascoltato l’attrezzatore di barche d’epoca Giovanni Caputo, il progettista e restauratore Stefano Faggioni, l’apprezzato maestro d’ascia nel mondo della costruzione e del restauro delle barche di legno Nino Aprea e il comandante Giancarlo Antonetti animatore del trofeo De Martino, storica regata per i gozzi sorrentini a vela latina. Il tema dominante della serata dedicata alle prore sorrentine si ispira al Carme del poeta romano morto giovanissimo, appena trentenne, Gaio Valerio Catullo quando parla della barca di cui ne era così innamorato, al punto di trasportarla nel giardino della sua villa sulle sponde del lago dove “…appartata, riposa e invecchia…”.
Ivana Melillo, Fleet Performance Manager
d'Amico Group
La poesia, a distanza di due millenni, sembra quasi dedicata a un gozzo sorrentino, sicuramente a quella barca molto simile, se non identica nella struttura, basta paragonarne i relativi piani “…fu la più veloce d’ogni nave, e mai slancio di legno navigante le passò avanti, fosse necessario volare col remeggio o con la vela… e poi “dove prima d’essere nave fu foresta frondosa.”
È certamente difficile per il mastro d’ascia Giovanni ‘Nino’ Aprea e per l’attrezzatore Giovanni Caputo trovare oggi quelle frondose foreste citate da Catullo, dove trovare quegli alberi di grande fusto con almeno 50 anni di vita fondamentali per la riuscita di una barca.

Oggi per lo più ci si affida ai commercianti di legno per trovare le varie essenze, il pino, il leccio, il gelso, il bosso, il ciliegio, come si usano, e come si collocano all'interno dell’imbarcazione che si vuole costruire. A volte capita di potere scegliere il legno, ma anche il garbo giusto, direttamente in un bosco prima del taglio. La bravura di Nino e Giovanni consiste nel sagomare e adattare il legno a quella che poi sarà la funzione (ordinate, madieri, chiglie,…), operazioni che si fanno con un’ascia particolare, da qui il nome di maestri d’ascia. Nell’antico Cantiere Del Legno Aprea di Sorrento, vera e propria punta di diamante nel settore delle imbarcazioni d’epoca e tradizionali, grazie proprio al quel grande patrimonio fatto di conoscenze, esperienza e bagaglio culturale marinaro che lega il nome Aprea alle barche di legno che si costruiscono i gozzi seguendo un antico metodo. Volendo realizzare un gozzo di 7 metri e stabilito il suo impiego, gli artigiani tracciano prima il “garbo” partendo dall’ordinata maestra, poi 7 ordinate verso prua e 7 verso poppa, formando così la sezione maestra della barca, “il suo scheletro”. Continuando dalla sezione maestra verso prua e verso la poppa partono dei righelli curvati, che servono a segnare i punti di sviluppo delle restanti ordinate. Queste prime fasi sono le più importanti e fondamentali nella costruzione del gozzo, poiché dalla traccia del “garbo” e dalla sagomatura delle ordinate dipendono l’armonia e l’idrodinamica dello scafo.
Per il rivestimento delle ordinate il fasciame è curvato a caldo, le assi vengono esposte al fuoco dalla parte interna, costantemente bagnate e sottoposte a pressione; ottenuta la curvatura desiderata sono fissate, ancora calde, alle ordinate, con dei morsetti; è un’antica tecnica di curvatura che permette alle assi di mantenere inalterata la forma nel tempo. Dopo si passa alla lunga e meticolosa operazione di modellatura: lo scafo viene piallato per eliminare i ‘bozzi’  e le irregolarità del fasciame, che altrimenti comprometterebbero l’idrodinamica. Posizionato e piallato il fasciame, si continua con il calafataggio per rendere stagna la barca, posizionando del cavetto in cotone tra le intersezioni del fasciame. A Giovanni Caputo, oltre che parlare della storia e dell’evoluzione del gozzo sorrentino, spetta anche l’onore e l’onere di illustrare ai ragazzi tecniche e metodi di Arte marinaresca che nei libri di nodi e nei testi scolastici non ci sono… Non è pretenzioso, ma quello che illustrerà è frutto delle esperienze di generazioni di uomini di mare, marinai con la M maiuscola che non lasciavano nulla al caso, perché – è il caso di dire – la vita di un uomo poteva essere attaccata ad un … filo.
Cantire Aprea, foto F. Rastrelli
A mare, a bordo – ricorda Caputo – saper fare un nodo e quale nodo fare, che tecnica utilizzare è importantissimo. Non esiste un nodo “fatti quasi bene”: o è perfetto o è sbagliato, e sbagliato vuol dire pericoloso!
Caputo, perito navale e attrezzatore navale per barche d’epoca, lavora presso l’Antico Cantiere del Legno Aprea, dove si costruiscono i famosi gozzi sorrentini e si restaurano imbarcazioni, come ad esempio il gozzo Pianosa, bene d’interesse storico costruito appunto dalla Famiglia Aprea nel 1947. Oltre a questo è anche scrittore. ha pubblicato Antiche tradizioni marinare, L’Arte Marinaresca, manuali dedicati agli appassionati delle barche d’epoca e Gente di Mare, una miscellanea sulle tradizioni legate al mare e recentemente si è cimentato con un romanzo: Mistero delle acque della Gajola.

Invece l’architetto Stefano Faggioni, Yacht Design, si occupa di progettazione e restauro navale, con un’esperienza che ha le proprie radici nella grande tradizione dei costruttori navali e dei Maestri d’Ascia del golfo di La Spezia dove ha la sede il suo studio. Famosi  restauri di barche d’epoca come il Ketch del cantiere Camper & Nicolson del 1899  Black Swan e quello del gozzo sorrentino Pianosa del 1947, restaurato completamente tra il 2001 e il 2003.
Il restauro e ampiamente descritto nel libro dal titolo Pianosa di Francesco Rastrelli.
Conclude la serata il Comandante Giancarlo Antonetti presidente di Asso Vela a Tarchia, animatore del trofeo De Martino per gozzi a vela latina che si tiene tutti gli anni a Sorrento.
Questa volta il drink è offerto da Paolo e Noemia d’Amico: Presentano il Terre di Ala, un blend di Sauvignon e di Remillon, e il Villa Tirrena, Merlot e Shiraz. Vengono da una straordinaria azienda, a Vaiano, localizzata nel cuore della Tuscia, tra i "Calanchi", una zona oggi protetta anche dall'Unesco e che si estende nell'alta valle del Tevere, al confine fra Toscana, Lazio ed Umbria. Per comprendere perché uso l’aggettivo straordinaria vi invito a “fare un giretto” sul loro sito.
Gozzo Pianosa, foto F. Rastrelli
Maurizio Bizziccari

Carme 4
Gaio Valerio Catullo
La barca che vedete, ospiti, dice
Che fu la più veloce d'ogni nave,
e mai slancio di legno navigante
le passò avanti, fosse necessario
volare col remeggio o con la vela.
E dice che non possono negarlo
La costiera adriatica malfida
E le Cicladi e Rodi celebrata,
la selvaggia Propontide di Tracia,
il torvo seno del Mar Nero, dove
prima d'essere nave fu foresta
frondosa: là, sul giogo del Citòro
folto di bossi, a voi fu familiare,
dice la nave; e alla sua prima origine
fu lassù, in alto sulla vostra vetta,
poi nelle vostre acque immerse i remi,
quindi attraverso tanti mari folli
portò il padrone, e i venti la chiamavano
da destra e da sinistra e Giove Padre
batteva amico l'una e l'altra scotta,
poi senza dover fare voti mai
agli dei delle rive, lasciò il mare
e giunse infine in questo lago chiaro.
Tutto questo è un passato. Ora, appartata,
riposa e invecchia, e si consacra a voi,
a Castore e Polluce, i due Gemelli.

domenica 26 ottobre 2014

Il relitto di Marausa è restaurato. Ora serve una casa per esporlo


Salerno, Giovanni Gallo, a sn, e Sebastiano Tusa
Completato il laborioso lavoro di recupero e restauro del relitto di Marausa, i legni sono pronti per essere esposti e musealizzati. Lo scorso 29 settembre a Salerno il laboratorio Legni e Segnidella Memoria, artefice del restauro, li ha ufficialmente “consegnati” a Sebastiano Tusa direttore della Soprintendenza del Mare siciliana.
Era il 1999 quando il relitto è stato individuato, sono passati quindici per avere i 700 pezzi restaurati pronti per essere riassemblati.
E ora? Tusa non ha dubbi, visto che Marausa è nella provincia di Trapani, la naturale destinazione finale è la Colombaia, l’antica fortezza medievale situata su un’isoletta all’estremità orientale del porto di Trapani. 
La Colombaia
Impiegata come carcere fino al 1965, quando fu inaugurato il nuovo carcere di Trapani, è poi caduta in stato d’abbandono. La Regione recentemente ne ha annunciato il restauro. 
È pronto il progetto da sette milioni e 300mila euro, a valere sulla programmazione fondi europei 2014-2020, la cui denominazione ufficiale è «Intervento di restauro del Castello della Colombaia– Realizzazione del Museo relitto di Marausa»
Salerno, Sebastiano Tusa e Giovanni Gallo
Ma da qui al 2020 dove lo mettiamo? La risposta ce la dà lo stesso Tusa: nella Regina delle Tonnare, l’Ex stabilimento Florio di Favignana, che dopo il restauro è diventato il centro di un’offerta culturale che ha per temi i tanti aspetti della storia e dell’archeologia mediterranea.
Ex Stabilimento Florio, spazio espositivo
Nello stabilimento si inscatolava il tonno
catturato nella tonnare di Favignana e di Formica. Lo spazio per esporre il nostro relitto certamente non manca: circa trentaduemila metri quadrati di cui oltre tre quarti di superfici coperte con una serie di corti e spazi e ambienti diversi per dimensioni e destinazioni d’uso.
Giusto il tempo di superare gli intralci burocratici e sicuramente entro l’anno i nostri preziosi pezzi di legno partiranno da Salerno per Favignana. Parola della Soprintendenza del Mare. Ci dobbiamo credere?

Quello che segue è il breve racconto, con la collaborazione di Giovanni Gallo, di come sono stati recuperati e restaurati i settecento “pezzi di legni”.
Salerno, Giovanni Gallo
Sono quel che resta della grande nave oneraria romana lunga più di venti metri e larga nove naufragata il terzo secolo d. C. e individuata casualmente nel 1999 nelle acque basse del mare di Marausa, poco distante da Trapani. Un ritrovamento eccezionale sia per le dimensioni sia perché era a “portata di mano”, alla profondità di non più di due metri e a pochi passi dalla spiaggia, e per ultimo era in ottimo stato di conservazione perché ricoperto da una spessa coltre di matta di posidonia che per secoli, crescendovi sopra, aveva sigillato il sito e ne aveva permesso la conservazione, proteggendo nello stesso tempo dall’erosione la linea di costa e quei bassi fondali. Queste le circostanze che hanno restituito il relitto, sul fondale era aperto come un libro, ben conservato soprattutto nella parte centrale, mentre non lo erano molte ordinate e il fasciame esterno aggrediti dalla teredine (Teredo navalis). 
Nella prima fase fu recuperato quel che rimaneva del carico composto principalmente da anfore, alcune delle quali avevano il rivestimento interno di pece ed erano, pertanto, adibite al trasporto di vino o di salsa di pesce (a giudicare anche dal rinvenimento di numerose ossa di palamito nel deposito). Altre prive di rivestimento potevano essere state utilizzate per trasportare olio ed altre mercanzie. Infatti una parte consistente del carico era composto da olive, pinoli, nocciole, mandorle, noci, pesche, pigne, fichi secchi e frutta secca evidentemente contenuti nelle anfore. Erano presenti anche resti della cambusa di bordo in forma di ossa e denti animali (mammiferi domestici e pesce).
Preparazione del fotoplano
Il lavoro di recupero vero e proprio, iniziato il 22 agosto del 2011, fu affidato alla direzione di Giovanni Gallo che mise in campo una squadra perfetta, una sinergia mai messa in campo: archeologi e restauratori insieme per un recupero, in mare, per “smontare” i resti dello scafo. Sulla riva la struttura di sollevamento, catalogazione e recupero, da qui partivano i binari che arrivavano al relitto, il carrello con i legni li percorreva movimentato da funi e da ogni marchingegno per permettere il recupero e la conservazione.
Il nove settembre Il relitto è stato liberato dal carico e dalla sabbia che lo ricopriva; due giorni sono serviti per il rilievo e il fotopiano
L’undici settembre il primo pezzo di legno è riemerso, poi, legno dopo legno, i 700 pezzi sono stati catalogati.
Il due ottobre il recupero della chiglia, un pezzo unico lungo dieci metri e mezzo, è stato il più delicato. Questo è il racconto dei protagonisti: “come ogni mattina, siamo scesi in acqua, solo la chiglia si doveva recuperare, ci è voluta l’intera giornata, alle 19 finalmente il serpente di legno ha lasciato il suo letto di sabbia, Sanna, Scardino e Tiboni lo portano a galla, immediatamente noi dalla riva ci immergiamo per aiutarli, la chiglia viene poggiata sul carrello e con la massima cautela, considerando la lunghezza e la fragilità del reperto, lo abbiamo portato a pel d’acqua in prossimità della riva, il sole era tramontato e la gente di Marausa che, numerosa, assisteva all’evento dalla spiaggia, posizionarono le auto per illuminarci con i fari, creammo una trave lenticolare che potesse contenere il prezioso reperto senza farlo spezzare, finimmo!
Recupero della chiglia
Erano le 21,30, alzammo tutti le braccia al cielo in segno di vittoria, ci abbracciammo tutti, un applauso parti dalla riva,… lacrime e non più il mare bagnarono i legni, naufragammo nella gioia sorseggiando spumante e assaporando la pasta di mandorle che ci avevano preparato per festeggiare.”
Giovanni Gallo, direttore di Legni e Segni della Memoria spiega nel dettaglio i particolari dei legni recuperati: “Il relitto di Marausa è composto da circa 700 pezzi il più piccolo misura 10cm per 40cm di lunghezza, lo spessore è di 2,5cm, il più grande, la chiglia, ha una sezione di 25cm per 30cm ed è lunga 10,5 metri, il ritrovamento misura 13,13m per 8, la particolarità è il numero rilevante di ordinate: quaranta con una sezione media di 15cm per 15cm, erano talmente tante che quasi si toccavano, infatti, tra un ordinata e l’altra c’è poco più di 10cm, lo spazio per infilare una mano.
Il binario per recupero chiglia
Le essenze fondamentali che caratterizzano il relitto sono il frassino, il pino, il larice e il cedro. Per comprendere il degrado dei legni possiamo far riferimento al MCW%, questo valore indica il rapporto tra il peso del legno e il peso dell’acqua che contiene, più acqua c’è più elevato è il valore maggiore è il degrado, nel nostro caso si va dal 326% dell’ordinata in Larice (medio degrado) al 826% dell’ordinata in Frassino (elevato degrado). La chiglia è in pino ed ha un MCW% pari a 375.
I legni, si sa, sono la memoria dell’albero che era, altresì, il loro accrescimento è in stretta relazione con il luogo e il tempo di “esistenza”, tutti sappiamo che, alle nostre latitudini, gli alberi sono caratterizzati da anelli di accrescimento; se li contiamo sappiamo gli anni di vita, se ne misuriamo l’ampiezza consideriamo le condizioni metereologiche, anelli molto ampi si hanno negli anni con molta pioggia, anelli stretti dipendono da anni di relativa siccità, la sequenza dell’ampiezza di più anelli permette, con l’ausilio di dati di archivio, di collocare il singolo pezzo di legno in luoghi e epoche proprie: affascinante! 
Le ordinate
Nel nostro caso oltre alla dendrocronologia è stato effettuato il prelievo per l’esame al radiocarbonio, Il metodo del Carbonio14 permette di datare materiali di origine organica (ossa, legno, fibre tessili, semi, carboni di legno, ...). Si tratta di una datazione assoluta, vale a dire in anni calendariali, ed è utilizzabile per materiali di età compresa tra i 50.000 e i 100 anni. La sua principale utilizzazione è in archeologia per datare i reperti costituiti da materia organica, quindi contenenti atomi di carbonio. La chicca, nel nostro caso è che abbiamo prelevato tre campioni a distanza di tempo nota, infatti, conteggiando gli anelli di accrescimento abbiamo prelevato tre campioni a distanza di 20 anni l’uno dall’altro, l’incrocio dei dati tra il Carbonio14  e dendrocronologici ci permetterà di avere una maggiore precisione ed una più probabile determinazione delle poca di appartenenza dei legni. Gli esami sono condotti da Olivia Pignatelli e Nicoletta Martinelli del laboratorio Dendrodata di Verona, a breve conosceremo i risultati.
Salerno, Legni e Segni: Vasca per l’impregnazione
I legni impregnati ed essiccati sono pronti per essere montati, come protettivo si è usata la cera d’api in essenza di trementina, il profumo è soave e pervade tutto il laboratorio, l’aspetto è davvero naturale, e piacevole guardarli e soprattutto toccarli.”
L’innovativo e rivoluzionario sistema per il recupero dei legni bagnati legato al sistema di essiccamento che avviene con camere ipobariche funzionanti in sottovuoto messo a punto nel laboratorio salernitano è descritto nel dettaglio nel nostro precedente servizio che abbiamo pubblicato nell’ottobre 2012.

Libreria Internazionale Il Mare: Y-40, nelle terme Euganee la piscina da record unica al mondo

Libreria Internazionale Il Mare: Y-40, nelle terme Euganee la piscina da record unica al mondo

venerdì 24 ottobre 2014

Y-40, nelle terme Euganee la piscina da record unica al mondo


Volete provare una gioia profonda? Allora immergetevi nella piscina dei record a meno quaranta metri. Stiamo parlando di Y-40 The Deep Joy, la piscina – unica al mondo – inserita nel parco dell’Hotel Terme Millepini, inaugurata lo scorso mese di giugno in quel di Montegrotto, nel cuore delle Terme Euganee, in provincia di Padova.
La Y sta per indicare l‘asse delle ordinate del piano cartesiano situato a quaranta metri di profondità. La gioia profonda si riferisce all’immergersi, senza bisogno della muta, in completo rilassamento e nuotare in quatromilionitrecentomila litri della famosa acqua termale dei Colli Euganei – è questa l’unicità – alla temperatura costante di 32-34 gradi. Acqua che non ha bisogno di essere riscaldata, sgorga a 87 gradi, e viene costantemente filtrata, quattro volte al giorno, da un efficientissimo sistema di depurazione.
Pensare di realizzare una piscina del genere senza avere naturalmente a disposizione una fonte inesauribile di acqua calda sarebbe impossibile, avrebbe dei costi spropositati.
Emanuele Boaretto, patron dell’albergo Millepini, grande appassionato di mare, nel 1985 cominciò a sognare di costruire una struttura dove praticare attività subacquee.
L’idea è tanto semplice quanto geniale: dove tutti gli alberghi hanno piscine termali, l’unico modo per ‘emergere’ era quello di realizzarne una che si imponesse su tutte le altre per la sua grandezza e soprattutto per la sua profondità.
Un sogno che si è trasformato in un progetto esecutivo nel 2010. È stata una risposta alla crisi per dare una chance e nuova vita alla sua azienda. Perché a -40? perché è il limite della curva della subacquea ricreativa. Di fatto non è solo il cilindro largo sei metri, ma la struttura che c’è sopra 18x21 metri per 18 di profondità, in tutto 4300 metri cubi. 
Per trovare le aziende che potessero garantire il lavoro ci son voluti due anni, è un progetto tutto italiano, dai siliconi alle piastrelle, fatto per una precisa scelta di sostegno all’economia oltre il riconoscimento della capacità tutta italiana. Così sono state scelte aziende italiane, le eccellenze nei vari settori. Soltanto i compressori sono tedeschi perché sono quelli che hanno fornito maggiori garanzie. Nel cantiere hanno lavorato circa 600 persone per un anno, tanto è durato, 365 giorni esatti dal primo maggio 2013 al due maggio 2014. La festa del lavoro 2014 è stata celebrata in cantiere lavorando, considerando la nobiltà del lavoro. “Questa struttura – sottolinea Giovanni Boaretto, direttore della struttura – nasce da un sogno e vive di un sogno e si è sviluppata con la buona energia di tutti quelli che ci hanno lavorato e che ci lavorano. 
Il coraggio non è stato quello di arrivare a 40 metri di profondità, ma di averlo fatto adesso, nel pieno della crisi che colpisce il paese. Ci sono contenuti che non sono soltanto quelli strutturali, c’è una poetica della costruzione e questo dà il valore al nome, al record ottenuto da 600 persone non da un solo architetto. La capacità di progettare partendo da un sogno è racchiuso in Joy. Abbiamo scelto la parola inglese perché è più semplice comunicare il messaggio, l’inglese non ha confini. Anche la nostra pagina Facebook è in inglese per non avere confini. La nostra per la sua unicità, è una piscina nel mondo, per come è stata concepita e costruita e anche perché contiene un’acqua di per sé unica in quanto è terapeutica.”
Con una discesa ricreativa a 40 metri e una permanenza max di 6 minuti l’assunzione di azoto è bassa non c’è pericolo di embolia, si risale alla velocità di 18 metri al minuto, senza la necessità di fermarsi per fare decompressione.
Inoltre c’è il sistema delle grotte, 21 metri, situate a 10 metri di profondità per apprendere come si entra nelle grotte naturali in un ambiente sicuro. Sono state disegnate dallo spelonauta Gigi Casati con gli aggrappi per fare immersioni in grotta, con il filo di Arianna, per fare sagolatura. Sono in penombra ma si possono illuminare completamente. Sembrano naturali, realizzate prendendo i calchi da rocce vere. E poi nelle grotte sono stati predisposti più di 60 metri di sagolatura con diverse difficoltà di percorso. 
Maurizio Bizziccari